Berlinale 2019 © il Deutsch-Italia
Berlinale 2019 © il Deutsch-Italia
Kosslick Berlinale 2019© il Deutsch-Italia

Kosslick Berlinale 2019© il Deutsch-Italia

Cala il sipario sulla Berlinale 2019 (7-17 febbraio) e nel toto vincitori spicca fra gli aspiranti candidati agli “Orsi” d’oro e d’argento anche “La paranza dei bambini”, il solo film italiano in concorso, di Claudio Giovannesi, tratto dal romanzo di Roberto Saviano, che assieme al regista è anche coautore della sceneggiatura. I temi famiglia, gender, diversità, diritti delle donne, inclusi quelli delle lesbiche (sottolineati spesso nei film), dominano questa Berlinale, festival politico per eccellenza. Questa 69a edizione, l’ultima diretta da Dieter Kosslick (70 anni), che a giugno, dopo 18 anni al comando, lascia il posto all’italiano Carlo Chatrian (47), è stata un’annata difficile. Un programma deludente, a detta di molti giornalisti accreditati, al di sotto delle aspettative, per non parlare della presenza di stelle, praticamente assenti (Hollywood in massa in esilio). Dei 17 film in concorso annunciati, uno alla fine, per asseriti problemi tecnici, ma ad alto sospetto di censura, è saltato: il cinese Yi miao zhong (One Second) di Zhang Yimou. Per cui alla fine in gara per gli Orsi sono rimasti in 16. L’altro film cinese previsto, l’ultimo in concorso, è stato presentato ieri: “So Long, My Son”, un dramma familiare di Wang Xiaoshuai. L’assegnazione dei premi sarà domani, sabato 16 febbraio.

Un elogio per il direttore uscente, che un anno fa si era beccato una lettera di rimostranze di un’ottantina di attori e registi tedeschi che lamentavano la mancanza di visione strategica e di indirizzo, è arrivato da Tilda Swinton, che ha lodato Kosslick per avere fatto della Berlinale quello che è: “un party unico e un luogo del cinema mondiale”. La 58enne attrice scozzese è presente al Festival nel film di Joanna Hogg, “The Souvenir” (sezione Panorama), assieme alla figlia, Honor Swinton-Byrne. Per la prima volta la Berlinale contava quest’anno, record assoluto di questo e di tutti i festival del cinema, sette pellicole in concorso firmate da donne.

© sistersandbrothermitevski

Dio esiste, il suo nome è Petrunija © sistersandbrothermitevski

A rassegna in dirittura di arrivo, è partito il toto scommesse sul miglior film: la rosa dei possibili vincitori degli Orsi d’oro e d’argento è ristretta. Molto gettonato il film della regista macedone Teona Strugar Mitevska (44), “Dio esiste, il suo nome è Petrunija”. La storia di una ragazza trentenne che si dibatte fra scarsa autostima (per colpa del sovrappeso si vede brutta), disoccupazione e una madre invadente. In una gara fra il religioso e il tribale, le riesce di recuperare una croce ortodossa dalle acque di un fiume. Una dozzina di giovani fusti si erano gettati nei flutti alla ricerca del sacro simbolo, ma Petrunija, concorrente improvvisata e non prevista dal codice non scritto che non contempla donne alla gara, si lancia e soffia la croce sotto il naso agli uomini tutto muscoli e testosterone. Seguono un arbitrario arresto della ragazza, il bullismo dei maschi umiliati, la messa alla prova con una società arcaica dove il posto assegnato alla donna, come dice una coraggiosa reporter locale, è fermo al Medioevo. Ma Petrunija è di pasta dura e alla fine lo dimostra.

© jean-claude moireau

Grace a Dieu © jean-claude moireau

In odore di Orsi anche il film di Francois Ozon, “Grace a Dieu”, sullo scandalo della pedofilia nella Chiesa. È il film di maggiore attualità e affronta un caso giudiziario la cui sentenza è attesa per marzo: gli abusi sessuali perpetrati per anni sui bambini da un prete nella diocesi di Lione, e coperti dal cardinale Philippe Barbarin, finito per questo sotto processo. Il film racconta con grazia e tatto la spirale di sofferenza, vergogna, rabbia e sensi di colpa che tormenta vittime, familiari e quanti sapevano, ma fingevano di non sapere. Buone chance anche per “La paranza dei bambini”: soggetto forte (la camorra dei minori), film bello (la regia non calca la mano, ma procede per sottrazione, come ha detto lo stesso Giovannesi), e l’Italia e il populismo suscitano interesse (e preoccupazione) nei media in Germania. Non a caso Saviano durante la conferenza stampa non si è lasciato sfuggire, fra gli applausi, qualche bordata al Vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini. È piaciuto anche il film del cinese Wang Quan’an, “Öndög”, in mongolo, su una donna trovata morta nel mezzo della steppa e un giovane, inesperto poliziotto incaricato di sorvegliare il cadavere con l’aiuto di una donna guardiana di pecore e che lo svezza alla vita e al sesso. Il Festival è stato aperto dal film della danese Lone Scherfig, “The Kinderness of strangers” (la gentilezza degli stranieri), che racconta col linguaggio di una favola delicata la storia di una ragazza che fugge dal marito violento con due bambini piccoli, senza un soldo in tasca e la strada come sola prospettiva. Furti per sfamare i figli, mense dei poveri e dormitori: quando tutto sembra naufragare, la salvezza arriva da persone caritatevoli e un bizzarro ristorante russo che dona ai fuggitivi ospitalità. In concorso anche il film del norvegese Hans

© 4 1/2 film

Fuori a rubare cavalli © 4 1/2 film

Petter Moland, dal bestseller di Per Petterson, “Fuori a rubare cavalli”: paesaggi spettacolari, caratteri ben scolpiti e un bel cast con protagonista il grandioso attore svedese, Stellan Skarsgard. Tre i film tedeschi, fra cui “Il guanto d’oro” di Fatih Akin, storia horror ispirata al romanzo di Heinz Strunk sul serial killer Fritz Honka, che negli anni ’70, nel famigerato distretto di St. Pauli ad Amburgo, abbordava e trucidava prostitute: mano pesante nella narrazione con dovizia di scene truculente, sangue e squallore in stile neoespressionista alla Fassbinder, o german Tarantino. Di forte impatto “System chrasher” (sfascia sistema), di Nora Fingscheidt. È la storia di una bambina di 9 anni refrattaria a ogni forma di socializzazione ed educazione tanto in famiglia quanto in centri di recupero: attacchi di rabbia, violenta, aggressiva la ragazzina ha un disperato deficit di affetto, deficit che resiste a ogni terapia. Drammatico anche il film dell’austriaca Marie Kreutzer, “La terra sotto i piedi”, che parla di una giovane donna in carriera (Valerie Pachner), con una relazione segreta con la sua capa, che entra in crisi quando sua sorella, affetta da disturbi psichici, tenta il suicidio e lei è divisa fra sensi di colpa e ambizione professionale. In concorso, presentato fra molte polemiche da Netflix, anche il film spagnolo in bianco e nero “Elisa y Marcela” di Isabel Croixet, che parla di un amore lesbico agli inizi del ‘900. Fra i film in concorso anche “Mr Jones” della polacca Agnieszka Holland, sul leggendario giornalista gallese Gareth Jones, che nel 1933 parte in missione nell’Urss di Stalin, fra Mosca e l’Ucraina, per indagare sulle atrocità ordinate dal dittatore comunista.

© amazing grace movie llc

Amazing Grace © amazing grace movie llc

Fra i film fuori concorso, spicca quello di Adam McKay, Vice, sul vicepresidente Usa, “Dick Cheney”, con uno strepitoso Christian Bale che per il ruolo è ingrassato di 20 chili (ma di cui alla conferenza stampa non c’era fortunatamente più traccia). Inoltre “Addio alla notte” di André Techiné, con Catherine Deneuve che interpreta la nonna di un giovane francese che abbraccia l’Islam e vuol partire per la Jihad in Siria. E ancora “Amazing Grace” di Alan Elliot (documentario sulla grande Aretha Franklin) e “The operative” di Yuval Adler con Diane Kruger e Martin Freeman (storia di spionaggio del Mossad a Teheran). Nella sezione Panorama figura fra gli altri il film di Casey Affleck “Light of my life”, seconda regia del fratello di Ben Affleck (storia su un rapporto padre-figlia in uno scenario post-apocalittico di un mondo dove non ci sono più donne e la sola è la bimba di 11 anni che per salvarla il padre fa passare per maschio). E in quella Berlinale Special “Chi credi che io sia” di Safy Nebbou, con Juliette Binoche, che peraltro è anche presidente della giuria del Festival, protagonista di una relazione virtuale fra il romantico e lo psicotico. L’attrice inglese Charlotte Rampling, icona e ‘veterana’ del Festival, che con gli anni come il vino migliora, riceverà invece un “Orso alla carriera”. La Berlinale 2020, che col nuovo direttore Chatrian festeggerà 70 anni (prevista per il 6-16 febbraio), è stata posticipata per evitare collisioni con gli Oscar a Hollywood e si svolgerà dal 20 febbraio al 1 marzo 2020.

.

Una rassegna sull’edizione 2019

© Youtube FAZ

mm
Giornalista professionista

    Referendum sulle api Bienen-Volksbegehren

    Articolo precedente

    Marighella, storia di un rivoluzionario brasiliano

    Articolo successivo

    Ti potrebbe piacere anche

    Commenti

    Lascia una risposta

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *