Julia Jentsch

L’attributo di star ha da sempre confini labili e al femminile anche l’estensione critica, per quanto accattivante, di egocentrismo da primadonna. Essere attrici berlinesi come Julia Jentsch – nella giuria internazionale di questo 67° Festival di Berlino – ha un peso nella storia del cinema di questa Capitale. Perché di Berlino erano Marlene Dietrich e Hildegard Knef (di adozione).

La prima è passata alla storia come una sfrontata, eccentrica e amorale, e la seconda impresse il suo successo cantando Ich will alles oder nichts (“Voglio tutto o niente”). Quelli erano altri tempi e tutt’altre storie del cinema, che pietrificava, anche aggredendo, figure a ruoli e si finiva per pagarla. Che si fosse di calibro o meno, attrice si nasce si diceva – ma se era Hollywood a dirlo – mentre nel nostro tempo per fortuna vere attrici si diventa.

24 Wochen

Si spezza così la vana inquietudine dell’arrogante irresistibile, quando il milieu del cinema passa attraverso figure come Julia Jentsch. Perché ha studiato recitazione, lavorando in grandi teatri prima e passando poi al cinema. E perché di rado nel cinema tedesco femminilità e consapevolezza, carisma e aura, umiltà e decisione, sono stati così in equilibrio, come con lei.

Presente alla sua vita e a quella di attrice, non scivola mai nella banalità da star e nei suoi cliché, non forza mai, è assente dai rotocalchi e riempie le sale perché è brava, vincendo premi. Tra i quali l’Orso d’argento come migliore attrice nel 2005, qui alla Berlinale, nel ruolo die Sophie Scholl (con candidatura all’Oscar), e sfiorando, sempre qui a Berlino, il traguardo un anno fa con 24 Wochen (“24 Settimane”).

E se si andava al cinema per vedere Marlene Dietrich, qualunque fossero trama o regista, si fa la stessa cosa per Julia Jentsch, certi però che con lei trama e regista non possono essere accessori. L’abbiamo incontrata nella Lounge IV del Berlinale Palast.

Nei suoi ruoli le figure femminili sono forti. È una scelta rappresentativa?
Recito sperando che il pubblico possa confrontarsi con le mie donne, che sono forti perché è una costante reale nella nostra società e mi piace dar loro voce.

Queste donne hanno segnato un suo percorso umano oltre che professionale?
Ci sono figure attraverso le quali io ho vissuto esperienze profonde. Durante le riprese, più che nella preparazione del ruolo, ho avuto momenti nei quali mi sono detta: “Sì, questa figura significa tanto per me”.

Utili anche a una sua maturazione personale?
Il confronto umano c’è sempre, proprio nella grande ammirazione per alcune figure. Quando interpretai Sophie Scholl, da donna, ho apprezzato il coraggio del suo “no” a Hitler. Non mi trova però d’accordo il concetto di maturazione attraverso un personaggio. Le dirò che spesso ho l’impressione di capire troppo poco le figure che interpreto.

Vuol dire che divide tra recitazione e analisi dei ruoli da interpretare?
Riuscire a capire un ruolo significa inscenarlo al meglio, accettarne o no il carattere non serve, e può nuocere alla resa. Perché giudichi e il personaggio devi farlo, qualunque sia il suo modo o agire.

Lavorerebbe in una commedia?
Sarebbe una grande esperienza, mi piacerebbe e magari con un cast internazionale. Purtroppo però non ho ancora avuto proposte avvincenti. Sono certa però che succederà.

Lei è attrice e madre. Come divide i ruoli?
Mia figlia è la mia gioia. Ogni lavoro ti porta lontano dai figli, la vita è questa. Il mondo del cinema è molto cambiato nel frattempo, come la mia vita con la maternità. Mi sono presa del tempo quando ho deciso di volere un figlio. Questo ha creato un piccolo vuoto professionale.

Julia_Jensch_© Stefan Klüter

Ne ha sofferto?
Non sono stata male, avevo nostalgia del lavoro, mia figlia però non mi ha chiesto di nascere. Aveva bisogno di me, quanto io di lei. Sapere di doverci essere era unito alla gioia di essere lì con lei.

E quando è ritornata sul set come ha fatto?
Il mio lavoro poteva riprendere, ma soltanto con la vicinanza di mia figlia. Ciò ha influenzato la scelta dei progetti, dove mi portavano nel mondo, quanto tempo richiedevano. All’inizio mia figlia era sempre con me, adesso non è più possibile. Così il tempo con lei diventa più prezioso, e sono io che viaggio avanti e indietro un po’ di più, per stare vicine.

Al suo attivo contiamo trenta film e dieci premi cinematografici. Possiamo tentare un bilancio?
Sarebbe il caso di fare bilanci ogni tanto, ma per quel che concerne i miei sentimenti, non per tirare una linea finale e guardare che cosa c’è sotto. Tutto è parte di un processo e sviluppo perenni. Ci sono alcuni passaggi oggi che potrebbero essere un resumé, però su ciò che il lavoro mi ha dato.

E dunque?
È un viaggio, un tentativo umano in una professione che sono certa essere la mia e spero che resti tale per tutta la vita. Mi posso sviluppare oltre, nelle mie capacità artistiche, ma anche come persona che fa un’esperienza.

Dunque guarda solo avanti?
Spero sempre in nuovi temi e figure invitanti, che mi provochino, che mi conquistino. Spero che il pubblico resti vitale in sala. Spero ancora in nuove competenze, che crescano di ruolo in ruolo sempre.

Julia Jentsch alla Berlinale

Quando è stata l’ultima volta che si è annoiata al cinema?
Non mi succede da tanto tempo in sala, sui set invece accade. Lì sì che può essere tedioso più di una pellicola che non appassiona.

Com’è essere una berlinese alla Berlinale, giurata nel Festival di casa propria?
Berlino ha per me un valore importante, questa è la mia casa. Sono felice di essere nella giuria del “mio” Festival. Questa è Berlino. Conosco tante persone qui, perché tante volte in questi anni ci sono stati film miei nelle varie sezioni. Come esperienza tuttavia è nuova.

Si sente un po’ estranea?
La Berlinale cambia sempre, i periodi non sono mai gli stessi, le questioni di cui si occupa pure, così vivo la sorpresa. Essere in giuria alla Berlinale non è più come essere a casa per il ruolo di responsabilità che comporta. Non mi posso rilassare, mentre da ospite con un film puoi farlo.

Trova comunanza tra Berlinale e Berlino?
In senso culturale potrei dire che questo Festival è talmente aperto e colorato, da essere universale come questa mia città.

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24 Wochen, il trailer

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