Dieter_Kosslick_©-CC-BY-SA-3.0-Sebaso

La Berlinale è un successo annunciato. Biglietti esauriti, nuovo record di giornalisti accreditati, bilancio in attivo, sia pure di poco, un risultato che Cannes e Venezia, per non parlare di Roma, possono soltanto sognare. Ma questa non è una notizia. Il merito è di Dieter Kosslick, 68 anni, il patron del Festival del cinema berlinese.

Se fosse italiano, sarebbe da tempo disoccupato, perché non ha mai avuto un padrino politico né la tessera di un partito. Nato a Pforzheim nel Baden Würrtemberg, è dunque un meridionale emigrato in Prussia, come segno d’identità sfoggia una sgargiante sciarpa rossa, eppure dal 2001 resta al comando, e gli è stato rinnovato l’incarico fino al 2019. Adesso al Governo nella capitale ci sono i socialdemocratici insieme con i Verdi e i postcomunisti, ma nessuno ha mai pensato di farlo fuori quando il sindaco era un cristianodemocratico. Non è un uomo per tutte le stagioni, semplicemente rimane fedele alle sue idee, e al suo gusto estetico, chiunque sia al potere. Per lui parlano i risultati. Una ricetta sempre vincente in Germania, non solo nel cinema.

Da noi, i politici momentaneamente disoccupati occupano qualsiasi posto. Veltroni si era candidato a presidente della Lega Calcio, e nel suo curriculum troviamo che va allo stadio gratis (come tutti i suoi colleghi), ed è tifoso della Juventus. Questo basta. Ha rinunciato al pallone, ma come regista di un paio di film potrebbe ambire, con maggior diritto, a dirigere Venezia o la Festa del Cinema romana, che è una sua creatura. A Berlino, e in Germania, questo non sarebbe neppure pensabile.

Quest’anno Kosslick non ha invitato in concorso nessun film italiano, ma non ce l’ha con noi, come qualcuno l’accusava in passato. L’anno scorso ha vinto «Fuocoammare», nel 2012 l’Orso d’Oro era andato a «Cesare non deve morire» dei fratelli Taviani, battendo il superfavorito tedesco «Barbara», nonostante la clacque smodata dei critici di casa. Il regista Christian Petzold dovette accontentarsi dell’Orso d’argento. Quest’anno Kosslick ha voluto dare un Orso alla carriera alla costumista torinese Milena Canonero, 71 anni. Non dobbiamo lamentarci.

Milena Canonero © Manuele Geromini

Il programma della mostra sembra essere stato definito negli ultimi giorni, tanto sembra di attualità. A Berlino, Kosslick ha saputo giocare d’anticipo con grande intuito. Neanche un film americano in gara, il che sembra uno schiaffo a Trump. In compenso, senza paura di sembrare nazionalista, troviamo ben tre pellicole tedesche su diciotto. L’anno scorso si è premiato il film su Lampedusa, mentre la Germania era invasa da oltre un milione di profughi, e la Merkel era sotto accusa. Un premio annunciato, ma contro la tendenza del momento. Non sono scelte furbe. Nell’ottobre scorso, Kosslick ha preso in affidamento un bambino siriano di cinque anni per consentire la sua permanenza in Germania. La Berlinale offre ingressi gratuiti o scontati al 50 per cento per i profughi. E una ventina di Flüchtlinge che parlano inglese, fuggiaschi, come li chiamano in Germania, sono stati assunti per svolgere diversi compiti durante il Festival.

In programma troviamo «Viceroy’House», sulla lotta di indipendenza dell’India 70 anni fa, o «Der junge Marx», il giovane Marx, di Raoul Pecks. «C’è un filo rosso nella sua Berlinale?» gli ha chiesto la Frankfurter Allgemeine. Questa rassegna è dedicata all’Europa, alle guerre d’Europa, e alla perdita di due grandi utopie, ha risposto, abbiamo perso l’illusione marxista, e quella capitalista. La Berlinale è di attualità, perché non ha cercato di essere attuale. Sembra un paradosso, ma per Kosslick non lo è.

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