La tradizionale conferenza stampa della giuria internazionale, il giorno d’apertura della Berlinale, non serve soltanto per vedere da vicino i giurati, che premieranno il film vincente, ma anche per definire la situazione e carpire la loro reattività rispetto all’insieme. Berlino di per sé è un Festival politico. Quest’anno va oltre, invece, e se è un invito a nozze per i politologi della cinematografia, tra questione rifugiati, Putin, crisi politica europea e Trump, al contempo la Berlinale infrange il sogno del giurato a un festival d’evasione.

Ciò è emerso ieri con evidenza tragicomica perché, stando al calibro delle domande poste dalla platea di giornalisti accreditati, sembrava più una conferenza d’apertura per un G7 che per i sette giurati del Festival di Berlino. Non sempre però tutti i giurati sono stati all’altezza, né in passato né ieri.

Il regista Paul Verhoeven (Basic Instinct), presidente della giuria, non ha avuto nemmeno il tempo di acclimatarsi, che una collega iraniana ha subito esordito: “Con tutti i problemi politici che ci sono, che effetto fa andare al cinema? Per gli altri sei giurati, Olaf Eliasson, Dora Bouchoucha Fourati, Maggie Gyllenhaal, Julia Jentsch, Diego Luna e Wang Quan’an la sostanza dei quesiti non è stata da meno.

Julia Jentsch e Diego Luna

Abbiamo scelto così le sette domande poste ai giurati che hanno avuto sette risposte dirimenti. L’artista danese Olaf Eliasson ha replicato al quesito su che cosa cerca nel cinema. Lui in sala come un Siddhartha cerca se stesso, non perché sia buio, specifica didascalico e ironico, ma perché spera in film nei quali può liberamente rispecchiarsi. Anzi arriva a preconizzare, filosofico, che il vero cinema è quello che guarda nello spettatore. Siamo all’astrazione.

Dora Bouchoucha Fourati, di nazionalità tunisina, è parsa molto riflessiva. Così alla domanda sulle condizioni del cinema africano ha risposto, saggia, che per il cinema in Africa occorre una base politica più stabile per ricevere fondi e finanziamenti. Al netto della corruzione dilagante. Faceva eco alla stessa domanda il cinese Wang Quan’an. Secondo lui anche il cinema nel suo Paese vive una stagione complessa, perché la politica non fa il suo dovere. Ha colto anche l’occasione per definire il suo ruolo in giuria come gesto di generosità verso il lavoro di altri colleghi da altri Paesi con realtà forse peggiori. Lui ha concorso tante volte alla Berlinale, ma non ha mai vinto un Orso. Quantomeno lo darà tra dieci giorni.

Diego Luna

Il messicano Diego Luna, attore alla ribalta dopo il suo ruolo nell’ultimo episodio di Star Wars Rogue One, ha dovuto rispondere su Trump e il muro anti immigrazione di prossima rifinitura tra il suo Paese e gli Stati Uniti. La replica di Luna, per quanto ci paia studiata, almeno è stata pertinente: “Sono venuto a Berlino per imparare come si abbatte un muro. Promette che come star hollywoodiana farà di tutto per contrastare il progetto di Trump. Maggie Gyllenhaal statunitense sembrava come un’italiana a Berlino, quando in Italia c’èra Berlusconi.

Nessuno le ha fatto domande, ma ha preso comunque parola e distanze – nell’imbarazzo – “perché non tutti nel mio Paese sono per Trump. Giurata in casa propria è Julia Jentsch, non solo perché tedesca ma da berlinese doc. In conferenza ha glissato, soffermandosi con dovizie solo su una domanda sul suo passato di attrice di teatro. Un’esperienza – a detta sua – che trapela oggi anche sul set, perché il teatro tempera il carattere dell’attore. Questo è tutto, da una tipica conferenza stampa da Berlinale. Pardon, dimenticavamo di riportare la replica del Presidente Verhoeven all’iraniana: “Con tutti i problemi politici, meglio andare al cinema, per non pensarci troppo.

Print Friendly, PDF & Email