La danza, in quanto linguaggio universale e trasversale, l’architettura, quale testimonianza di un luogo e di una cultura, attraverso i differenti stili, i materiali, i paesaggi. È in questo contesto che si muove Simone Ghera, fotografo romano trapiantato da qualche anno a Berlino, città che ama profondamente, in una mostra, “Dancer inside New York”, inaugurata a Roma nella prestigiosa sede dell’Ambasciata americana fino al 31 marzo.

Si tratta di una raccolta di diciotto opere, interamente dedicate ai due temi. Rigorosamente in bianco e nero, le fotografie ritraggono ballerine in pose particolarmente espressive e in perfetta fusione con l’ambiente nelle quali l’autore le inserisce. In ogni scatto, di una plasticità sorprendente, lo scenario cambia offrendo a chi guarda emozioni sempre diverse.

Il connubio”, spiega Simore Ghera al nostro giornale, “nasce da un lato dall’esigenza di avere un approccio più creativo con la mia professione; in passato mi sono occupato di aspetti prettamente tecnici, quale la prevenzione degli incendi. Per quanto riguarda la Danza invece, l’incontro è stato casuale, durante un corso di fotografia del 2007. Ho cominciato facendo delle sessioni di scatti in studio con delle ballerine, e da lì è scaturito un interesse e una certa curiosità. Il mio interesse per la danza è puramente “compositivo” e basato sulle geometrie”.

Non è la prima mostra che l’autore tiene a Roma: nel 2016 ne ha organizzata un’altra nella sede dell’Ambasciata del Brasile, aggiungendo ai successi del format ottenuti in sette anni di esposizioni nelle principali città d’Europa, un’altra tappa importante.

Le ballerine sono immerse in una dimensione di spazio assoluto: “anche se il movimento è considerato l’essenza della danza” – aggiunge Ghera – “quello che mi attrae sono gli angoli statici e le figure create dai danzatori”.

La fotografia permette all’autore di catturare un dettaglio architettonico, sguardi prospettici che vanno oltre uno sfondo o del soggetto in primo piano. Il fascino che ritroviamo nelle sue fotografie è quello degli orizzonti lunghi, delle superfici pure, di punti di vista che offrono una lettura nuova anche dei luoghi più conosciuti. È il caso della “Grand central station” di New York, o dell’“Opera Garnier” di Parigi, del “museo della civiltà Romana” a Roma e dell’“Acquario romano”, sempre nella Capitale italiana. I soggetti delle fotografie non si trovano mai al centro del telaio, stanno di lato oppure su un orizzonte basculante che offre più opzioni per guardare la scena.

Le ballerine di Ghera hanno indubbiamente qualcosa materiale e di immateriale insieme. Quello che osserva e determina la sua scelta di una ballerina sono innanzitutto le mani, elemento primario di eleganza, poi il collo, espressione di forza e sensualità. E infine l’espressione del viso e degli occhi, a cui dedica un’attenzione particolare e che determinano l’intensità di quel momento.

Dopo l’incontro Ghera ha ripreso l’aereo per tornarsene a Berlino, la sua attuale città di residenza. Della Capitale tedesca – come soggetto di una delle sue foto esposte –ha scelto il Franzosicher Dom, dove l’austerità è ben riprodotta senza mortificare l’espressività dello scatto. Di Berlino – dicevamo all’inizio – Simone Ghera è un po’ innamorato. È innamorato dell’atmosfera che si respira: “pur essendo una grande città”, racconta, “permette di vivere in modo rilassato e pieno”. Le sue architetture industriali inoltre gli offrono location interessanti.

Progetti futuri? Il fotografo romano ci sta già lavorando: saranno foto dedicate al nuoto sincronizzato. Sicuramente da vedere.

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Simone Ghera a Praga

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