Remo Remotti
Remo Remotti © Federica Remotti
© Federica Remotti

© Federica Remotti

«Come se stava in pace durante la Seconda Guerra mondiale!», comincia così “Ho rubato la marmellata – Vita di un artista politicamente scorretto”, documentario sull’artista romano Remo Remotti, da ultimo insignito del “Nastro d’argento” con menzione speciale, prodotto da Federica Remotti, con la regia di Gioia Magrini e Roberto Meddi (Ruvido Produzioni, in associazione con l’Istituto Luce-Cinecittà).

© Federica Remotti

© Federica Remotti

Nato a Roma nel 1924, Remo Remotti è diventato celebre soprattutto per i ruoli ricoperti nel cinema d’autore (per la regia di Ettore Scola, i fratelli Taviani, Francis Ford Coppola, Nanni Loy, Nanni Moretti, Aurelio Grimaldi, Maurizio Nichetti, Enzo de Caro, Christian De Sica, Francesco Nuti, Carlo Verdone, Silvio Soldini, Massimiliano Bruno), ma pochi sanno che, prima della recitazione sul piccolo e grande schermo, ha saputo declinare il suo eclettico genio nella pittura e nella scultura, nella poesia e nella musica, nei fumetti e nel teatro.

Federica Remotti, sua unica figlia, ha raccontato, in una intervista a “il Deutsch-Italia”, delle tante vite dell’artista romano, vissute appieno sempre con acuta sensibilità, caparbio temperamento ed estroso spirito.

© Claudio Abate

© Claudio Abate

Nella biografia di suo padre c’è un dato piuttosto curioso: la laurea in Giurisprudenza. Perché poi è diventato un artista?
La laurea fu una scelta imposta da sua madre, una figura molto presente nella sua vita, considerato anche il fatto che rimase vedova quando mio padre aveva solo 12 anni. Dopo la laurea, infatti, ricevuta una lettera di un suo amico in cui descriveva la vita in Perù, decise di imbarcarsi senza sapere quale sarebbe stato il suo destino, ma consapevole del fatto che non avrebbe voluto seguire quel percorso prestabilito da sua madre, quello che ci si aspettava per ogni ragazzo proveniente, come lui, da una famiglia borghese del quartiere dei Parioli.

Nel testo di “Mamma Roma, addio!” scrisse il suo bisogno di fuggire dalla sua città, amatissima, ma in cui sentiva di non avere possibilità di esprimersi. Arrivato in Perù, seguendo dei corsi serali di pittura a Lima, scoprì di avere la passione e l’attitudine per l’arte, e continuò ad alimentarle anche una volta tornato in Italia, 7 anni dopo, trasferendosi a Milano, dove cominciò ad esporre le sue opere e a frequentare l’ambiente culturale ed artistico dell’epoca.

Remotti pittore © Gabriele Gelsi

Remotti pittore © Gabriele Gelsi

Come maturò la scelta di trasferirsi in Germania, negli anni ’60?
Nel 1964 un suo amico gli propose di fare da assistente all’artista Emilio Vedova che si trovava a Berlino. Fu per lui un’opportunità di crescita umana e artistica perché, lavorando con Vedova, comprese che avrebbe potuto esprimersi nella pittura in maniera più personale e meno canonica. Successivamente, nel 1968, grazie ad una borsa di studio DAAD, poté tornare in Germania, dove nel frattempo, nella parte Ovest, erano arrivati il “Sessantotto” e le sue proteste studentesche ed operaie. Mio padre si inserì in questo contesto rivoluzionario che influenzò molto la sua percezione dell’arte. Inaugurò quindi un nuovo ciclo di opere attraverso l’uso di alluminio, sughero, ferro, materiali che si usavano nelle fabbriche tedesche. Per lui fu una evoluzione artistica spontanea, e solo a distanza di tempo comprese che lo scopo di questa nuova fase era quello di rendere l’arte alla portata di tutti, attraverso l’uso di materiali in cui le classi operaie potevano riconoscersi. Tornò a Roma nel 1971 con l’intenzione di comunicare questo suo messaggio di universalità dell’arte, senza differenza di classi, diametralmente opposto all’élite degli artisti dell’epoca. Intitolò una sua mostra “Remotti è matto”, a sottolineare il rapporto di rottura tra il suo pensiero e le correnti artistiche di quegli anni. Vendeva i suoi lavori a prezzi irrisori, perchè riteneva che chiunque dovesse essere messo nella condizione di acquistare un’opera d’arte, a prescindere dal suo ceto sociale ed economico.

Come raccontava dei suoi anni in Germania?
Mio padre amava tantissimo la Germania e Berlino, una città in cui aveva trovato una nuova forma di esprimere la sua arte e si era sentito capito come non era invece accaduto né a Milano né a Roma. Apprezzava molto i tedeschi in cui rivedeva la sua esperienza personale nel desiderio di andare avanti dopo un periodo tormentato, come nella Germania del secondo Dopoguerra. Amava così tanto la Capitale tedesca che, dopo la caduta del Muro, volle ritornarci per ripercorrere tutte le tappe che avevano segnato il suo periodo berlinese.

Come decise, poi, di entrare nel mondo della recitazione?
Tornato da Berlino, fu il suo amico Renato Mambor, pittore e attore italiano, ad iniziarlo alla carriera teatrale. In quel contesto, conobbe Marco Bellocchio che lo diresse nel film “Il gabbiano”, tratto dall’omonima opera teatrale di Čechov.

Remotti in Sogni d'oro © Youtube Sister Bruna

Remotti in Sogni d’oro © Youtube Sister Bruna

La fama nel mondo del cinema arrivò con “Sogni d’oro”, uno dei primi film di Nanni Moretti.
Fu mio padre a cercare un primo contatto con Moretti. Lesse di questo giovane regista romano che cercava attori per un suo film, e si presentò da lui per un provino. Nanni, sulle prime, non lo prese in considerazione– anche perché mio padre aveva già 60 anni a quell’epoca, e aveva iniziato a recitare da pochissimo – ma qualche tempo dopo andò a vederlo a teatro, ne “La mamma di Freud”, un testo interamente scritto da mio padre. Così decise che quel personaggio “remottiano” sarebbe stato inserito in un suo film.

Lei lavora nel mondo dello spettacolo rimanendo però dietro le quinte, dato che è un’agente di spettacolo, come sua madre, Luisa Pistoia della famosa società “Sosia & Pistoia”. Non ha mai pensato di fare l’attrice?
Sono nata in un ambiente artistico, basti pensare che i miei genitori si sono conosciuti sul set di “Notte italiana”, film di Carlo Mazzacurati, in cui mio padre aveva una parte e mia madre era presente come agente di un suo assistito. L’ambiente dello spettacolo mi ha sempre incuriosito, ma mai dal punto di vista della recitazione in prima persona, quindi ho preferito seguire le orme di mia madre. Da mio padre ho ereditato la passione per la pittura e per l’arte. Nel mio lavoro di agente, occupandomi dei talenti più giovani, seguo però un importante insegnamento che mi ha trasmesso mio padre e che ho appreso anche dal modo di lavorare di mia madre: quello di dare una possibilità e di supportare chi secondo me ha del talento, ma ancora non ha avuto l’occasione giusta per dimostrarlo.

Ci sono progetti futuri in memoria di suo padre?
Il documentario “Ho rubato la marmellata” sarà proiettato al Kino di Berlino il 21 giugno 2019, data in cui ricorre l’anniversario della scomparsa di mio padre, avvenuta nel 2015. Teniamo a ricordare sempre, in quel giorno, non la tristezza della sua assenza, ma la sua gioia di vivere e il suo geniale talento. Successivamente, ci sarà la stessa proiezione anche a Lima, dove contestualmente sarà inaugurata una mostra inerente il suo periodo peruviano. Inoltre, stiamo pensando ad una esposizione dei suoi collage degli anni ’70, con Gianluca Marziani, già curatore di una sua precedente mostra al Museo MACRO di Roma e de “I mondi di Remotti”, appena conclusasi presso l’Istituto Italiano di Cultura di Berlino.

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Remotti: Ho rubato la marmellata

© Youtube Istituto Luce Cinecittà

Vendita democratica di Freud – Sogni d’Oro

© Youtube Francesco Lochner

Concetta De Mauro
Nata a Taranto, vive e studia a Roma. Laureanda in Giurisprudenza presso l'Università "La Sapienza" di Roma, ama il mare e il rispetto dell'ambiente. Le sue passioni: arte, letteratura, teatro e cinema.

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