Extremities © Aviv Victor
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Linda Weißig © Artemisia e V

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Lei è un artista affermata nel campo della coreografia e della danza contemporanea. Può raccontarci qualcosa sulla sua carriera artistica?
Ho completato la mia formazione nella danza negli anni ‘90 all’ETAGE e.V. di Berlino. Ho proseguito la formazione in Gran Bretagna e Canada, e poi ho lavorato come ballerina di nuovo nella Capitale tedesca. All’inizio è stato difficile perché le condizioni di Berlino erano piuttosto negative per i ballerini contemporanei. La città era (ed è) abbastanza povera per l’arte. Poi ho pensato che, se non potevo fare la ballerina, sarebbe stato meglio lavorare come insegnante.

Prima della mia formazione come danzatrice ho studiato filologia tedesca, pedagogia dell’arte e filosofia. Poi ho fatto domanda all’Accademia di Arti Drammatiche Ernst-Busch per il dipartimento di coreografia, nel 2000, e sono stata accettata. Attraverso i miei studi di coreografia ho avuto la fortuna di aprire una nuova rete, anche nel campo della danza classica. Prima ero chiaramente una danzatrice contemporanea con un’ottima base classica. Anche se ho studiato coreografia, improvvisamente ho avuto grandi ruoli da solista, cosa che non mi aspettavo. Per esempio, ho ballato con Gregor Seyffert, che ora dirige la Staatliche Ballettschule Berlin, un ballerino molto famoso, tra gli altri, alla Komische Oper Berlin. Un altro importante incontro artistico fu con Johann Kresnik alla Volksbühne. In Svizzera ho lavorato per un po’ di tempo come coreografa a Zurigo. Così mi sono impegnata tra danza e impegni coreografici. Tornata a Berlino, il ballerino e coreografo Alessio Trevisani mi ha presentato al Theater Thikwa.

Linda Weißig © Artemisia e V

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Quali sono gli artisti di riferimento che l’hanno ispirata?
Pina Bausch certamente, sulla base dell’estetica non si è mossa solo nella direzione della danza classica o contemporanea, che è molto astratta. Penso che siano molto legate, non sono l’unica a pensare che lei sia stata fantastica. Ha rotto incredibilmente i valori della danza e li ha rivoluzionati. Ci sono sorprendentemente molti grandi ballerini, penso che Johann Kresnik, che ha fatto teatro di danza politica, sia fantastico. Trovo sempre interessanti i coreografi quando riescono a rappresentare i ponti. Talvolta non mi piace da sola la danza contemporanea, perché è così astratta.

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Da quanti anni lavora presso il Teatro Thikwa?
Ho iniziato nel 2007 quando Alessio Trevisani mi ha chiesto se mi fosse piaciuto collaborare con lui in un pezzo di danza per il Thikwa, “Engelsspuren”. Poi Gerlinde Altenmüller, amore a prima vista, come un risveglio, mi ha chiesto di lavorare per il Thikwa. In quel momento avevo la sensazione che la scena della danza a Berlino non fosse presente per gli artisti. Volevo un luogo dove aprirmi. Ho avuto la percezione di avere qualcosa da dire nel Teatro Thikwa. Dopo ciò ho lavorato ad un pezzo con il Thikwa, “KATE”, e ho iniziato ad insegnare danza due volte alla settimana. A poco a poco mi sono inserita e ho realizzato altri lavori coreografici.

Quante opere teatrali vengono realizzate ogni anno dal Teatro Thikwa?
Cercano di non sovrapporsi tematicamente. Non si devono sovrapporre uno dopo l’altro pezzi di danza. Devono essere combinati in modo simpatico tra di loro. Si cerca di essere il più diversificati possibile e si guarda sempre il programma di lavoro. È una sfida incredibile, il teatro deve essere libero, perché c’è anche la programmazione dell’English Teather. Gli attori del Thikwa non devono essere scelti due volte. Bisogna sempre controllare chi lavora nello spettacolo. Poi ci sono gli artisti ospiti che entrano in gioco, insomma un vero puzzle. Penso che siano circa 10 produzioni l’anno.

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Ogni regista decide con chi lavorerà per la nuova produzione teatrale?
Mi domandano con chi vorrei lavorare. Non devo fare il casting perché conosco gli attori. Ho delle preferenze nella mia testa, ne parlo con Nicole Hummel, il direttore artistico del Teatro Thikwa, per sapere chi lavora nelle varie produzioni. Non posso decidere da sola, parallelamente, dove sono stati richiesti gli altri candidati.

Può dire se lavorare con gli attori del Thikwa è diverso che con gli attori normotipici?
Ho sempre delle sorprese, quindi mi piace lavorare con gli artisti del Thikwa. Sono più impulsivi, fanno più offerte, che pochissimi professionisti della danza possono fare. Per quanto riguarda l’improvvisazione c’è una differenza enorme. Ciò che i professionisti possono fare è segnare più passi, perché questo naturalmente hanno imparato tecnicamente, ma nel loro sistema, per qualche ragione, rimangono bloccati.

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I ballerini del Theater Thikwa possono offrire molte opportunità, e con queste posso lavorarci. Dò molto spazio agli impulsi musicali o tematici; la maggior parte di essi sono musicali quando si tratta di dinamica. Questi sono i miei punti forza importanti. Tutto ciò funziona sempre molto bene. Ora con “Exstremities” ho avuto molto tempo per prepararmi, avevo un sacco di idee, ho usato direttamente quello che non sempre funzionava subito, ma questo piccolo ensemble che si è creato di 10 persone, che non è poi così “piccolo”, è stato in grado di realizzare quello che cercavo. Ho anche detto che dobbiamo essere “estremi” in questo pezzo: si tratta di mostrare quanto è importante avere una società diversificata. È fondamentale che le persone con disabilità siano presenti nella società. Nel mio piccolo gruppo ci sono anche persone molto diverse e due ballerini esterni, Claire Wolff e Dario Bezer, entrambi ballerini professionisti ed insegnanti di danza a Lipsia e Berlino, e tutti gli attori del Thikwa sono molto diversi fra di loro, anche in termini di nazionalità. Atalay Dogan è turca, Felix Brünig e Anne-Sophie Mosch sono tedeschi, Lia Massetti è per metà italiana, Rudina Bejtuli è russa, Vincent Martinez è per metà cubano, ed è interessante che ci siano diversi aspetti della disabilità. Io sono una ballerina già grande, ho 48 anni e per questo appartengo alla vecchia cravatta per quanto riguarda i ballerini.

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L’argomento della diagnosi prenatale, che è di grande attualità in Germania in questo momento a causa dell’esame del sangue che le compagnie di assicurazione sanitaria vogliono fare per coprire i costi, sarà incluso anche in questo pezzo. È un problema etico. Trova pericoloso che le persone con la sindrome di Down possano avere la sensazione di non essere le benvenute?
Questo sta già succedendo, purtroppo. L’esame del sangue non è pericoloso per la donna, se la compagnia di assicurazione sanitaria lo paga, ovviamente diventa più accessibile a tutti. Ma le donne dovrebbero essere messe in condizione di decidere da sole, questo è il punto.

Esattamente. La donna deve avere uno spazio inclusivo nella società dove possa essere sicura che i propri figli vengano accettati e non devono essere influenzate nella decisione.
Questo accade già con i ginecologi. Ho molta esperienza circa le problematiche legate a questa legge e conosco molte madri, non importa se di bambini con e senza disabilità, con una situazione molto precaria.

Quando iniziano le prove dello spettacolo, ne parla e ne discute con gli attori, ad esempio del tema della diagnostica prenatale?
Non così tanto. Ho la sensazione che vengano sopraffatti. Lavoro di più con le immagini. Dico: “ora siete come soldati e provate a fare lo stesso”, oppure “siete dei semi che hanno paura di esistere e cercate di lavorare con l’immagine che volete esistere. Lavorateci su, mostrate che ne siete davvero orgogliosi”.

L’intero concetto è troppo difficile da spiegare?
L’ho fatto all’inizio, loro sanno come funziona, ma non lavoro con le loro reazioni. In concreto trovo che sia più semplice e, naturalmente, semplifica il processo del lavoro, perché io so in quale direzione andare. Naturalmente ci sono degli impulsi, e le scene si sono sviluppate come non immaginavo prima. È fantastico, perché un concetto rigido è di solito forse un po’ noioso, ma è un misto di entrambi, un misto di spiegazioni e di dire in modo grezzo. Le immagini creano altre immagini che semplificano cosa tradurre ballando.

Perché?
Mi danno degli impulsi e mi offrono qualcosa. Danno senza pensarci in anticipo, non filtrano, e pochissimi artisti o ballerini o attori possono farlo. Si chiedono: “come dovrei interpretarlo?”. Io dico di provarlo da sé, con l’individualità che ognuno ha. Certo questo a volte è difficile, ma non provarci trovo che sia estenuante. Ogni danzatore esterno dice dei miei lavori: “Wow! Come fai a gestirlo?”. Devo lavorare su performance altrettanto brillanti da esprimere, per presentarle intuitivamente, questo è molto sorprendente.

Ci sono scenografie sul palcoscenico?
Sulla scena c’è una grande struttura simile a una doppia elica, il nostro DNA che è alla base del nostro patrimonio genetico. È fatta di metallo ed è alta 4 metri e mezzo. Il DNA è diverso per ogni essere umano. È un elemento statico dove gli attori si arrampicano intorno e si muovono, e cadono di nuovo, combattono per raggiungerlo. La scultura è al centro del palcoscenico, e viene utilizzata più volte. Rappresenta l’immagine della vita con la sua diversità.

Il 24 maggio 2019, il Fondo per le Arti dello spettacolo ha assegnato il Premio Tabori 2019. Il Teatro Thikwa ha ricevuto il conferimento del Premio Federale del Teatro. Come si sente per questo riconoscimento?
Penso che sia fantastico e sono completamente felice. Ho visto il video su Facebook, mi hanno nominato, ed ero molto felice per questo. Negli ultimi anni, quello che si è sviluppato nel Thikwa è stato molto importante, e ci sono stati anche altri premi di rilievo.

La cosa interessante è che non si tratta di premi ricevuti come teatro per persone diversamente abili.
Questo è chiaramente un riconoscimento alla qualità di un ensemble che lavora in modo professionale e unico nel suo genere. È un grande onore e sono incredibilmente grata di farne parte. Il Teatro Thikwa è socialmente sempre più rispettato, e lo è in generale questo lavoro inclusivo. Per me, la famiglia è fantastica. Mi trovo incredibilmente bene. Ho deciso che voglio lavorare con altri coreografi o gruppi, ma ora voglio solo lavorare con persone con cui mi sento pienamente motivata e di cui ho molta fiducia. Ho chiuso con un mondo professionale, dove si deve combattere in continuazione.

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