Cesare Marino © Layla Barkat

Cesare Marino © Layla Barkat

Si definisce “appassionato fotografo”. Qualcosa di assai lontano dall’espressione “appassionato di fotografia” – ci tiene a sottolineare Cesare Marino, sbarcato di recente nella Capitale tedesca dalla sua Cosenza dove è nato 53 anni fa. È approdato tardi a questa nobile arte. Prima faceva il contabile. E lo ha fatto per anni, svolgendo la sua attività di ragioniere con zelo e precisione. Fino al dramma che gli ha cambiato la vita. E che imponeva una svolta drastica. «Conosco decine di fotografi che fanno foto per passione e sono molto più bravi di alcuni professionisti – afferma Marino esibendo con orgoglio la sua reflex Canon EOS – Un fotoamatore potrebbe avere – è vero – dei limiti di conoscenze tecniche, ma è altrettanto vero che molti fotografi professionisti potrebbero avere un eccesso di fiducia nelle loro capacità».

Ecco, lui si trova a metà tra le due categorie. In medio stat virtus. E proprio a Berlino, Marino ha sviluppato il suo percorso artistico influenzato dalla fotografia dei coniugi tedeschi Bernd e Hilla Becher della cosiddetta “scuola di Dusseldorf” che, grazie al mezzo fotografico, avviarono una ricerca oggettiva e meticolosa sul panorama industriale viaggiando tra Germania, Belgio, Francia e Regno Unito e raccogliendo migliaia di foto di alti forni, cavalcavia e torri idriche. «La loro opera è unica», dichiara Cesare Marino«e spesso va oltre la semplice raccolta di dati. Fotografano le strutture quando non sono operative e il loro interesse non è quello di mostrare cosa fanno, ma cosa sono: composizioni dalla forma meramente funzionale e di una bellezza decisamente insolita poiché non intenzionale».

© Cesare Marino

© Cesare Marino

Come i Becher, Marino libera la fotografia dal suo carattere contorto, espressionista, riportandola a una severa oggettività documentaria per catturare la realtà così come è nella sua verità, non distorta attraverso il prisma dell’occhio del fotografo. Egli la mescola con i contrasti di alcuni dipinti di Edward Hopper, il pittore realista americano accostato da André Breton – negli anni del suo esilio a New York – a Giorgio De Chirico, in un’intervista pubblicata su “View” nel 1941.

Stessa composizione geometrizzante, stesso sofisticato gioco di luci fredde, taglienti e volutamente artificiali, stessa incomunicabilità. In questa prospettiva gli edifici delle Plattenbauen di Berlino Est – dove l’artista ha vissuto i primi mesi del suo soggiorno nella Capitale tedesca – diventano una inattesa e prolifica fonte di ispirazione. «Preferisco i segni grafici nitidi, ordinati, ripetitivi, quasi ossessivi», dichiara.

© Cesare Marino

© Cesare Marino

Colori primari per catturare l’essenza delle emozioni più forti, specialmente nella serie “Windows”. Persiane chiuse, o finestre socchiuse, mostrano i dettagli di una realtà sconosciuta e non collettiva che è quasi sempre illuminata da una luce che si spande e si appiattisce. «Le finestre diventano porte per l’altra vita», sottolinea Marino, «storie che possono essere raccontate o immaginate…».

Decisivo l’incontro con la giovane e talentuosa fotografa italo-pakistana #LaylaBarkat, che in breve tempo ne allarga visibilmente gli orizzonti. Ed ecco che le nude forme minimaliste si arricchiscono di elementi arborei e floreali, talvolta solo accennati da ombre fuggenti, che rendono questi scatti unici nel loro genere.

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Le fotografie di Cesare Marino saranno esposte, nell’ambito di “Art Kreuzberg 2018” dall’8 al 9 settembre p.v. (dalle 13 alle 20) , presso la Evangelisch-Freikirchliche Gemeinde.

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