Conrad-Bercah ® Gonzalo Puga
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© c-b-a

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Ogni edificio ha una sua storia e se da un lato è indubbio che la progettazione dello stesso debba sottostare alle leggi di urbanistica, alle richieste del committente e all’uso di destinazione, dall’altro è inevitabile che la dimensione progettuale coesista con la dimensione personale di chi lo ha progettato. Ma il legame che si crea tra una forma architettonica e il suo creatore è destinato a cambiare allorquando il progetto diventa realtà e la costruzione comincia a vivere di vita propria. Questa relazione è il campo di indagine in cui si è mosso l’architetto italiano Paolo Conrad Bercah – direttore e fondatore dello studio di architettura c-b-a, (context of bare architecture) di Berlino – per scrivere il suo libro “Frammenti berlinesi – Eterografia di una forma architettonica” (casa editrice Lettera Ventidue, 180 pp, 18 euro), a cura dell’architetto e critico Valerio Paolo Mosco, con una introduzione del critico di architettura e docente Davide Tommaso Ferrando.

Frammenti berlinesi

Frammenti berlinesi

«Ogni edificio è un racconto, come anche ogni architetto è un racconto», scrive Valerio Paolo Mosco nella postfazione di “Frammenti berlinesi”, dalla quale il lettore può evincere che quello che si appresta a leggere non è un manuale scientifico di settore, ma la narrazione della presa di coscienza del tempo che passa da parte del suo autore, suddivisa in 111 frammenti eterogenei inerenti a progetti lavorativi, letture personali, storie di vita che si intersecano in un unico processo di astrazione dello scrittore dal suo alter ego di architetto, guardando sé stesso attraverso lo specchio del tempo e dello spazio.

«In un giorno di agosto, sul far della sera, forse sotto l’effetto dell’insolito (per Berlino) gran caldo, mi è sembrato di trovarmi ad abitare, in modo conscio e insieme inconscio, un curioso vuoto temporale».

Bercahaus © c-b-a

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La “madeleine de Proust” che ha portato Conrad Bercah alla propria “ricerca del tempo perduto” è il suo progetto di un edificio multipiano in legno realizzato in un complesso residenziale nel quartiere Britz di Berlino, interamente costruito in Italia dalla LignoAlp di Bressanone e assemblato successivamente, in brevissimi tempi, nella Capitale tedesca. Cinque piani in legno con 9 unità abitative sono diventati, ex post, il “frammento zero” che ha prodotto un ulteriore processo creativo, in questo caso di tipo letterario.

Bercahaus © c-b-a

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«Non riuscirò mai a dimenticare questa frase di Marguerite Yourcenar: Memory is the most ancient artist. It always operates a choice», scrive Conrad Bercah nel frammento 15. Ed è proprio la memoria, conscia ed inconscia, a scatenare lo “scavo archeologico” intimo fatto in “Frammenti berlinesi” in relazione ad un tempo specifico della “Bildung personale” dell’autore, cioè quello compreso tra il lavoro della sua tesi universitaria sulla riqualificazione dell’area archeologica di Torino e la realizzazione della Bercahaus di Berlin – Britz. Parallelamente alla sfera personale, la riflessione di Conrad Bercah riguarda anche l’esistenza che vive la forma architettonica, dalla sua progettazione al momento in cui diviene reale.

In una intervista che ci ha rilasciato, Conrad Bercah ha approfondito alcuni temi dei suoi “Frammenti berlinesi”.

Bercahaus © c-b-a

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Nel suo libro, Lei usa spesso la formula “a posteriori”. Fa pensare che sia stato scritto dopo una profonda riflessione.
Sono convinto che qualsiasi discorso teorico sulla forma architettonica si possa fare solo a posteriori, cioè dopo che un progetto si realizza materialmente. Nel caso di “Frammenti berlinesi”, il ragionamento sul processo creativo di una forma architettonica trova la sua origine in un edificio specifico, il residence multipiano in legno che ho costruito a Berlino. Una progetto architettonico è una duplice realtà, poiché nasce per rispondere a determinati bisogni ed esigenze del luogo dove viene realizzato, ma, successivamente alla sua materializzazione, continua ad esistere con una vita propria. Il sottotitolo del libro, non a caso, è “Eterografia di una forma architettonica”: una “eterografia” ha luogo quando un documento è firmato manualmente per procura da un soggetto diverso rispetto al soggetto che ha interesse all’atto, ma si trova impossibilitato a farlo. Considero il mio scritto una specie di eterografia, in relazione alla formazione professionale finora acquisita e ai lavori compiuti, come se fossi un terzo rispetto a me stesso. L’aspetto autobiografico tende però sempre ad emergere: è come se fosse una partita a scacchi con se stessi, con quanto vissuto in ambito professionale e personale.

Bercahaus © c-b-a

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La struttura del suo libro è molto particolare perché il testo non è suddiviso in capitoli e paragrafi, ma in “frammenti”. Il frammento 99, per esempio, dice «Una vita senza calendario è la vita dei bambini: un continuo giorno di festa e di gioco con oggetti abbandonati che nelle loro mani diventano giocattoli». Il tema dell’infanzia ricorre spesso nel suo libro, con quale valore?
Il riferimento specifico è quello del frammento n.52 di Eraclito che così recita: «Il tempo è un bambino che gioca a dadi muovendo le tessere di una scacchiera: il corso del mondo è il regno di un bambino». Il “tempo” a cui si riferisce Eraclito è quello eterno, quello che i greci chiamavano αἰών (aiòn), a significare che il tempo è sempre giovane come un bambino che ha tutta la vita davanti e può muovere le tessere sulla scacchiera a suo piacimento. Questa immagine si attaglia in maniera straordinaria alla professione dell’architetto, il quale, durante la creazione di un progetto, gioca, come un bambino, con delle forme architettoniche che lo hanno attratto durante o dopo la sua formazione. La percezione del tempo è altresì differente per la forma architettonica e l’architetto che l’ha ideata: una forma architettonica vive molto di più del suo creatore e a prescindere da quest’ultimo, può essere ridiscussa secondo le ragioni e i canoni del tempo in cui è nata e quelli dei periodi successivi.

Bercahaus © c-b-a

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L’architetto austriaco Adolf Loos scrisse che «l’architetto è un muratore che ha studiato il latino»: facendo mie queste parole, posso affermare che per me l’architetto è un muratore capace di costruire e, al contempo, come un bambino, di giocare a dadi con il mistero delle forme, ferme restando la sua formazione accademica e l’esperienza professionale acquisita che gli consentono di riconoscere i dadi truccati.

In conclusione, “Frammenti berlinesi”, per lo stile con cui è stato scritto e per la molteplicità dei temi trattati, risulta una godibile lettura sia per l’erudito di settore, che per il semplice lettore che voglia confrontarsi con l’aspetto del “tempo che passa” nell’ambito di una realtà che lo circonda quale è quella delle forme architettoniche, rapportandolo altresì al continuo scorrere di ogni esistenza, compresa la propria.

Concetta De Mauro
Nata a Taranto, vive e studia a Roma. Laureanda in Giurisprudenza presso l'Università "La Sapienza" di Roma, ama il mare e il rispetto dell'ambiente. Le sue passioni: arte, letteratura, teatro e cinema.

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