Diciotto è il voto dei somari all’Università, diciotto è la percentuale che la sinistra ha preso alle ultime politiche, ma per le europee naviga spavaldamente verso la cifra singola, Diciotti è il nome della nave che fu meta di pellegrinaggio estivo della sinistra italiana, che sperava di fare come Lazzaro.

Nei giorni infuocati di agosto la sinistra ci si è tuffata dentro come se fosse il vascone di Lourdes, nella speranza di guarire dalla scabbia mentale che l’ha ridotta a scherzo grottesco. Per prepararsi alla visita dei loro preziosi profughi, i nostri eroi si sono bardati come neanche gli astronauti della Nasa, con certe tutone fantozziane bianco-fluorescenti che ricoprivano da capo a piedi i loro corpi paffutelli e bene abbronzati. Poi, appena saliti sulla nave salvifica, facevano ciao ciao con la manina, facendosi fotografare vicino al profughetto smagrito mentre forzavano un sorrisetto ipocrita e trattenevano il respiro per via dei cattivi odori.

Sono gli stessi che l’estate scorsa non hanno voluto refugees a Capalbio, perché l’ultima spiaggia della sinistra chic deve rimanere autentica come un film in bianco e nero di Rossellini. Gli stessi che non si sono fatti vedere ai funerali di Genova mandando come rappresentante unico Lurch Martina, al quale certamente non difetta il physique du rôle. Gli stessi cacciati dai militanti superstiti alle tristissime feste dell’Unità, che ormai sembrano le sale di ricreazione degli ospizi.

Mentre le varie Boschi, Boldrini, Fiano, Civati & Co. si accalcavano sulla Diciotti-Lourdes, imbardati nelle tutone ascellari, sperando in qualche miracolo elettorale, sul molo si radunava una folla di cenciosi che mangiavano arancine, invocando l’immigrazione totale. È finita in vacca, come sempre quando in questo Paese si mette in mezzo la Chiesa: 50 profughi non identificati si sono fatti uccel di bosco, e ora vagano vogelfrei per le contrade. On the road to Capalbio, si spera.

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La vicenda dei 50 rifugiati

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