Rientrare da Berlino e convincere un collega a venire in auto a Castello di Fiemme (950 chilometri di viaggio), dove possiedo un appartamento, non è stato facile. Uno stratagemma per far conoscere ed (eventualmente) pubblicizzare il ridente paesino ai piedi del monte Cermis, vicino a Cavalese in provincia di Trento.

Rinunciare, a due ore di volo per Roma e ad un biglietto già acquistato per affrontare a fine luglio, tradizionale periodo di vacanze per i tedeschi, un viaggio sulle roventi rotte autostradali non è stata una decisione semplice da prendere. Alla fine vinco la partita e il direttore del quotidiano online “il Deutsch-Italia” parte con me, inebriato e incuriosito dalle mie offerte turistiche e culturali.

Vedrai”, ho più volte sottolineato, “potrai captare tanti risvolti segreti della civiltà contadina, ammirare panorami mozzafiato, apprezzare la profondità di una fede che indirizza ai veri valori della vita. Uno stacco di qualche giorno dalla quotidianità della capitale tedesca”, ho ripetuto con ferma convinzione al mio collega, “ti servirà a ricaricare le batterie dopo un anno di duro lavoro”.

Nel mio ruolo di ambasciatore della Val di Fiemme ho spesso indirizzato il pensiero alla dimensione sociale e a come i trentini di questa zona vedono l’appartenere e l’operare nell’ambito della loro comunità.

Avrei voluto far scoprire nuovi percorsi tra i boschi e, nel contempo, far apprezzare a chi dirige un giornale che si rivolge a un pubblico tedesco l’approfondimento di scelte del vivere quotidiano di una zona apprezzata dai nostri vicini d’oltre Alpe.

È vero che qui, grazie all’autonomia della Provincia, sono possibili iniziative che da altre parti potrebbero essere pensate, ma non realizzate? Ad esempio una campagna per il rispetto ed il silenzio, che in Germania è quasi un obbligo morale, più che sostanziale, oppure la pedonalizzazione di alcune aree o una reale raccolta differenziata della spazzatura, da molte altre parti più propaganda che realtà.

Un breve soggiorno quello del mio amico, ma tutto sommato intenso. Ho cercato di fargli apprezzare la bellezza di questi luoghi facendogli scoprire aspetti inusuali e nascosti agli occhi dei turisti. Nel corso degli anni ho imparato che è difficile capire cosa pensa un trentino. La sua riservatezza è l’elemento predominante. A questo punto, dovrebbero entrare in campo altri fattori di giudizio, ma questo non è lo spazio adatto. Quello che resta della gita è l’abbagliante coreografia della valle, la sua luce, il verde, i tanti alberi, e il legno, ricchezza per i liutai di tutto il mondo che qui vengono ad acquistarlo. Rimangono impresse immagini da depliant: baite, rifugi, fattorie e una accoglienza semplice abbinata a buona cucina e ottimi vini.

Una fotografia estiva, la mia. Ora mancano i contorni che fornirà il direttore de “il Deutsch Italia”.

Da quelli si capirà meglio se nel settore del turismo (industria primaria del Trentino) c’è l’impegno per tutelare e migliorare una rendita di posizione geografica e culturale. Un percorso difficile questo, ma indispensabile.

Al momento del saluto sul volto del mio amico-collega leggo espressioni di perplessità. “Ti invierò presto”, mi sussurra mentre il treno si sta avvicinando, “alcune impressioni su questa vacanza che è stata meravigliosa, ma ha messo in evidenza alcuni aspetti legati all’accoglienza che le autorità del paese dovrebbero migliorare”. Resto avvolto da una forte curiosità.

Sulla via del ritorno a casa penso allo scrittore scozzese Louis Robert Stevenson che diceva: “Spesso le parole più crudeli sono dette in silenzio”.

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Castello in val di Fiemme

 

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