Da due cose inizia questa triste vicenda: un luogo e un numero. Il luogo è Oświęcim, un piccolo paesino polacco a circa 60 chilometri ad Ovest di Cracovia. Esso diventerà tristemente famoso al mondo intero con il nome tedesco di Auschwitz. Settemila è invece il numero. Per l’esattezza è il numero dei superstiti che furono trovati il 27 gennaio del 1945 dalle truppe sovietiche della Prima Armata del Fronte Ucraino, comandata dal maresciallo Ivan Koniev, quando entrarono in quel Konzentrationslager. Tale posto, a dire il vero era un vasto complesso di prigionia di cui facevano parte, oltre al campo con cui divenne famoso il luogo, anche quelli limitrofi di Birkenau (Auschwitz II) e Monowitz (Auschwitz III).

Quello a cui si trovarono di fronte le truppe sovietiche fu qualcosa di inimmaginabile: un campo di prigionia progettato per rinchiudere e sterminare scientemente un intero popolo, quello ebraico, assieme a quanti erano all’epoca considerati i reietti della società, ovvero omosessuali, zingari ed emarginati a vario titolo.

Ivan Konev

Auschwitz fu creato nel maggio del 1940 convertendo alcune vecchie caserme polacche, fatte in mattoncini rossi, bombardate durante la guerra e fatte ripristinare dai primi uomini che ivi furono deportati, ossia un gruppo di 728 prigionieri politici polacchi provenienti da Tarnów. Auschwitz I, ossia il campo principale, servì principalmente come complesso amministrativo. Auschwitz II, ossia Il complesso di Birkenau, che divenne operativo nell’ottobre del 1941, invece da campo di prigionia per i soldati russi catturati (per inciso degli oltre 13mila deportati russi dei primi tempi, solo 92 erano sopravvissuti il 27 gennaio 1945, allorquando il campo fu liberato), fu trasformato nel principale campo di sterminio del gruppo. Auschwitz III era invece un campo di lavoro, per lo più per produzione chimica. Quest’ultimo campo divenne famoso al mondo grazie alle descrizioni che ne fece nel libro “Se questo è un uomo”, dallo scrittore italiano Primo Levi (morto probabilmente suicida nell’aprile del 1987).

Birkenau © CC BY-SA 3.0 Darwinek

In complesso transitarono nel campo circa un milione e 300mila persone. Di queste 900mila furono uccise subito al loro arrivo, mentre altre 200mila morirono a causa di malattie, fame o furono uccise poco dopo il loro arrivo.

Le truppe sovietiche, come dicevamo, vi arrivarono durante la loro rapida avanzata invernale dalla Vistola all’Oder. Il primo reparto che entrò nel campo faceva parte della 55° Armata del generale Kurockin del 1° Fronte Ucraino del maresciallo Ivan Konev. Non era il primo che incontravano sul loro cammino (erano già arrivati a quelli di Chełmno e di Bełżec), ma fu senz’altro il più grande, tanto da farlo diventare un simbolo per tutta l’umanità. Dal 1979 è infatti divenuto patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. In Germania, dal 1996, il 27 gennaio è la giornata ufficiale del ricordo delle vittime del nazionalsocialismo; In Italia la stessa data è stata istituita come “Giorno della Memoria” (con la legge 211 del 2000).

Le truppe sovietiche

Particolare curioso è che la scritta che campeggia ancor oggi sul portone principale d’ingresso al campo di Auschwitz, Arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi, sembra che fosse stata fatta materialmente da un dissidente politico polacco di nome Jan Liwackz, che alla fine della guerra, lui stesso prigioniero nel campo e sopravvissuto, ne chiese la restituzione perché ne era stato il creatore. Ovviamente gli fu negata in quanto ricordo comune. Venne tuttavia rubata nel dicembre del 2009 per poi essere ritrovata, spezzata in tre parti, pochi giorni dopo.

Ultima nota di “colore”: nel suo film vincitore di Premio Oscar “La vita è bella”, l’attore e regista Roberto Benigni fece vedere un carrarmato americano che entrava a liberare il campo degli orrori. Un evidente falso storico, ma si sa, al cinema anche il falso finisce per diventare credibile.

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Le truppe sovietiche liberano i prigionieri di Auschwitz

Francesco Guccini: La canzone del bambino nel vento

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