Tre tragedie nel giro di poche settimane hanno gettato nel lutto il mondo dello sport internazionale: la morte del ciclista italiano Michele Scarponi, e proprio di questi ultimi giorni, quella dell’ex campione del mondo di MotoGP, l’americano Nicky Hayden e della triatleta tedesca Julia Viellehner. .

Morti in bicicletta, morti su strade italiane. Tutti e tre hanno perso la vita in seguito allo scontro con un veicolo a motore. Tragedie che hanno riacceso la polemica sulla sicurezza dei ciclisti in Italia, ove ne muoiono 250 l’anno. E soprattutto puntato di nuovo l’indice sulla carenza di piste ciclabili nel nostro Paese. Ma in questi tre casi specifici, forse, le ciclabili c’entrano poco. Le inchieste, come si suol dire, faranno il loro corso, ma è un fatto statisticamente incontrovertibile che un appassionato ciclista che “esce” in bici da corsa, per non parlare del professionista in allenamento, raramente usa una pista ciclabile, ammesso che ne abbia una a disposizione. Perché marcia di norma a velocità ben superiori a quelle dei normali ciclisti che inforcano la bicicletta per lavoro o per il piacere di una gita, che non soltanto gli sarebbero d’intralcio, ma costituirebbero a loro volta un pericolo attivo e passivo.

Ciò non toglie che la strada sia di tutti e che la cultura dell’attenzione alle due ruote, come ai pedoni, da parte degli automobilisti e dei conducenti di veicoli pesanti, in Italia non sia particolarmente diffusa.

Reso dunque omaggio ai tre ciclisti tragicamente scomparsi e a tutti gli altri meno noti che ogni giorno muoiono o rimangono gravemente feriti sulle strade di tutto il mondo, Germania compresa, val la pena provare un sintetico raffronto tra le condizioni strutturali a disposizione di chi pedala rispettivamente in Italia e nella Repubblica Federale Tedesca.

Cominciamo dalla Germania. La rete di piste ciclabili (o comunque di strade ove il traffico motorizzato è interdetto o fortemente limitato e i ciclisti hanno la precedenza) ha uno sviluppo complessivo di circa 75.000 km. Di queste una dozzina costituiscono gli itinerari principali ciclistici riconosciuti d’interesse turistico nazionale, che permettono di percorrere il Paese in tutte le direzioni e senza il rischio di venire travolti da un veicolo a motore, principalmente lungo i maggiori fiumi, dall’Elba al Reno, dal Danubio al Meno. Questa infrastruttura, al potenziale servizio di 70 milioni di biciclette su 80 milioni di abitanti, genera un indotto turistico di quasi 10 miliardi di euro annui, con una media di oltre150 viaggi al giorno e 22 milioni di pernottamenti l’anno.

Chi scrive vive in Baviera, nella zona dei laghi intorno a Monaco, che per chi ama la bici è un vero paradiso, tra piste ciclabili e stradine interpoderali, o nei boschi, vietate al traffico motorizzato, quasi tutte perfettamente asfaltate o comunque dal fondo molto ben tenuto. Ma anche nelle città tedesche, grandi e piccole, la bicicletta è sempre più usata per gli spostamenti di lavoro o per lo shopping. Certo, anche qui non mancano gli aspetti negativi di una non sempre facile convivenza tra ciclisti e automobilisti, con i relativi pericoli, soprattutto agli incroci. Ma c’è da dire che le piste ciclabili tedesche, anche quelle cittadine, sono ciclabili “vere”, relativamente o completamente protette dal traffico, ben tenute, ben segnalate e soprattutto è raro (ma capita…) che gli automobilisti ci parcheggino i loro veicoli. Anche perché in quel caso la multa, o la rimozione, è sicura. Quando non incorrono nelle “vendette” dei ciclisti, con qualche “ricordino” nella carrozzeria. Certo, il clima, spesso piovoso e rigido, non favorisce sempre l’uso delle due ruote. Ma i tedeschi amano ripetere il detto che “non esiste il cattivo tempo, esiste solo l’abbigliamento adeguato” e a questa filosofia si adeguano, pedalando anche in barba a pioggia e vento. Ma non appena le giornate diventano più calde è tutto uno sciamare di bici da trekking, con relativi borsoni appesi ai fianchi delle ruote posteriori. Adesso poi, con il crescente boom delle “e-bikes”, le bici a pedalata elettrica assistita, una grande fascia di utenti che per l’età aveva praticamente smesso di coltivare questa passione, ha riscoperto il cicloturismo.

La situazione italiana è, al confronto, assai poco entusiasmante. Sembra che ci siano segnali di cambiamento in positivo incoraggianti, ma i numeri parlano ancora chiaro: tra il 2008 e il 2015 i km di piste ciclabili sono sì cresciuti del 50 per cento, ma raggiungono e di poco superano i 4 mila. E molto spesso si tratta di “ciclabili” soltanto di nome: poco protette, non asfaltate, non segnalate, soprattutto non curate, come quella, famigerata, che a Roma corre lungo il Tevere e che in più tratti è un vero sconcio di scandaloso abbandono. Soltanto Trentino e Alto Adige da anni, hanno sviluppato in modo globale e strategico una vera cultura del cicloturismo: e infatti la rete di ciclabili nelle due provincie autonome è una rete vera e capillare. Altre regioni come Veneto ed Emilia-Romagna e lo stesso Friuli-Venezia Giulia si sono in parte adeguate. Anche per quanto riguarda l’uso della bici in città, le statistiche ci dicono che in testa ci sono sempre le solite: Bolzano, i centri della pianura padana, la sorprendente Pesaro. Per il resto sono ancora purtroppo chiacchiere e promesse. L’ultima è quella della realizzazione di quattro “ciclovie” nazionali: Torino-Venezia, Verona-Firenze. Caposele-S. Maria di Leuca e Grande Raccordo Anulare di Roma per circa 1.500 km. Chi vivrà vedrà. Forse.

Eppure basterebbe poco. In primo luogo semplicemente individuare e soprattutto segnalare e rendere conosciuti, itinerari ricavati anche da esistenti strade secondarie, vicinali, interpoderali, argini di fiumi, sedimi di ferrovie abbandonate. Tutte le regioni d’Italia, con le loro bellezze, le loro tipicità e le loro diversità, potrebbero aprirsi, molto di più di quanto non si faccia fino ad adesso, una volta dotate di adeguate infrastrutture, a un tipo di turismo attivo, salutare ed ecologico, che attrae sempre più persone. Non soltanto stranieri. Invece, per fare soltanto un esempio a caso, la stessa Toscana, che pure è amata dai cicloturisti tedeschi, li costringe ancora, sulla costa tirrenica tra Livorno e Grosseto, a percorrere la vecchia e sempre trafficata Aurelia. E l’Umbria ha vantato per anni una presunta ciclabile intorno al lago Trasimeno, prima che un servizio della televisione tedesca ZDF sbugiardasse quello che era un pietoso, provincialissimo, bluff. Ma forse qualcosa davvero comincia a muoversi anche da noi. Purché non restino soltanto belle intenzioni.

.

Da Monaco a Venezia. Settecento chilometri.

Print Friendly, PDF & Email