Benito Mussolini, in un suo famoso discorso del 2 ottobre 1935, tenuto contro le sanzioni che le Nazioni Unite volevano comminare all’Italia per l’aggressione fatta ai danni dell’Abissinia, verso la chiusa così ebbe a dire circa gli italiani: “un popolo di eroi, di santi, di poeti, di artisti, di navigatori, di colonizzatori e di trasmigratori. La frase piacque talmente tanto che si decise di scolpirla a lettere cubitali (a dire il vero con qualche modifica) in cima alla facciata del Palazzo della Civiltà italiana, inaugurato nel 1938 nel nuovo quartiere dell’Eur (realizzato per l’Esposizione universale del 1942, che non si fece a causa della guerra) a Roma.

Sorvoliamo sulle italiche vicende di colonizzazioni varie, e in quanto a eroi, santi, poeti, artisti e navigatori gli italiani ne hanno avuti a iosa. Trasmigratori sono coloro che si spostano in massa e la storia d’Italia ne ha già visti di periodi in cui gli italiani se ne andavano in altri Paesi in cerca di fortuna, magari con una valigia di cartone legata con lo spago e la morte nel cuore. Oggi il termine non si usa più ed è stato sostituito da migrazione (o emigrazione). Nel vocabolario Treccani questo termine è descritto come «lo spostamento di una popolazione verso aree diverse da quella di origine, nelle quali si stabilisce permanentemente (a differenza di quanto avviene nel nomadismo), dovuto, fin da epoca preistorica, a fattori quali sovrappopolazione, mutazioni climatiche, carestie, competizione territoriale con altre popolazioni, ricerca di migliori condizioni di vita vere o presunte, ecc.; in sociologia, con riferimento a fenomeni più recenti, che coinvolgono in genere solo una parte di una popolazione e dipendono da complesse cause economiche e culturali».

Delfina Licata

Ebbene quello italiano è diventato nuovamente un popolo di migranti, almeno stando ai dati pubblicati dalla Fondazione Migrantes, organismo pastorale della Cei (la Conferenza episcopale italiana), ossia, forse, la più autorevole fonte in questa materia. Secondo quanto confermatomi dalla dottoressa Delfina Licata, dell’“Ufficio ricerca e documentazione-Rapporto italiani nel mondo” della Fondazione, sono ben l’8 per cento gli italiani che vivono all’estero, per la precisione 4.811.163 (dati Aire) su una popolazione complessiva di 60.665.551. Dunque quasi 5milioni*, mai tanti quanto in questo periodo storico. Di questi oltre la metà è residente in Paesi europei, circa il 40 per cento in America, soprattutto quella centro-meridionale, e il resto sparso per i vari continenti. Oggi rispetto al 2014 sono 174.516 in più, con un aumento percentuale di 3,6 punti. Durante il 2016 (ultimi dati elaborati però sono ancora del 2015) sono stati 107.529 gli italiani che hanno dichiarato all’Aire (l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero, istituita a partire dagli anni ‘80) di partire per stabilirsi in un altro Paese. Erano 101.000 nel 2015, dunque un trend in continua crescita, che nell’ultimo anno è stato di un +6,2 per cento. Di questi 16.568 si sono trasferiti in Germania, il numero più alto di quanti se ne sono andati dal Belpaese. Fra le città più “gettonate”, ovviamente, c’è Berlino dove, secondo l’Ambasciata d’Italia, nel 2016 sono stati registrati 29.337 nostri connazionali, contro i 24.534 del 2014, con l’aumento più significativo di ben il 19,6 per cento. Ma stiamo parlando solo dei dati “ufficiali”, cioè di quanti risultano regolarmente registrati. Quasi altrettanti si pensa siano coloro che non si registrano, o perché pensano di tornare in Patria, o perché temono di perdere l’assistenza sanitaria nazionale (che in Germania è a carico del cittadino ed obbligatoria). In realtà le circoscrizioni consolari dove sono più presenti gli italiani nel Paese della Cancelliera Merkel sono Stoccarda (176.419), Francoforte (153.847), Colonia (124.030), Monaco (110.719) e Dortmund (61.113), sempre secondo l’Ambasciata.

Per quanto riguarda gli Stati, secondo gli ultimi dati disponibili (2015), i nostri connazionali sono soprattutto presenti in Baden-Württemberg (225.000), Renania del Nord-Vestfalia (170.000), Baviera (122.000), e Assia (101.000). Nei 16 Länder in totale sono 776.000 (fonte: Mikrozensus).

Ma chi è che decide di trasferirsi all’estero e perché? La maggior parte dei nuovi emigrati italiani proviene dal Nord Italia (al primo posto la Lombardia con oltre 20mila partenze, seguita dal Veneto, dalla Sicilia, dal Lazio, dal Piemonte e dall’Emilia-Romagna). Di costoro non si conosce però la regione di provenienza originaria. La fascia d’età di questi nuovi migranti è compresa fra 18 e i 34 anni per il 36,7 per cento, fra i 35 e 49 anni per il 25 per cento, minori sono il 20,7 per cento, mentre gli over 65enni sono il 6,2 per cento. Questo vuol dire che stanno lasciando l’Italia molti nuclei familiari. Molti di coloro che partono, secondo la dott.ssa Licata, si trasferiscono in Germania “non tanto perché fornisca stipendi adeguati, quanto perché è un Paese che dà risposte gratificanti rispetto alla realizzazione di se stessi, e consente una programmazione di una vita diversa. Il 35enne con laurea vorrebbe affrancarsi dalla famiglia e, sebbene in Germania non trovi necessariamente una qualifica adatta alla propria preparazione, preferisce fare un lavoro diverso dalle competenze della propria preparazione professionale (ad esempio il/la commesso/a o il/la cameriere/a), perché comunque riceverà uno stipendio superiore a quello che potrebbe ottenere in Italia”.

Fino al 2015 ogni 100 italiani che partivano solo 30 decidevano, al contrario, di rientrare in Patria. Di questi per la maggior parte erano donne, per lo più vedove, o anziani che avevano conservato la casa in Italia. Non giovani. Questi ultimi si sentiranno forse offesi per la famosa frase del ministro del Lavoro Giuliano Poletti, che lo scorso dicembre aveva dichiarato: “Giovani italiani vanno all’estero? Alcuni meglio non averli tra i piedi”? Può darsi.

C’è poi da considerare un fenomeno particolare in Italia, che è quello dell’immigrazione. Non in aumento secondo la Caritas e la Fondazione Migrantes, ma pur sempre considerevole. Infatti i visti rilasciati agli stranieri dal ministero degli Esteri nel 2015 sono stati 239mila circa. Di questi, commutati in permessi di soggiorno sono stati circa 100mila (131mila secondo dati non confermati nel 2016), dal che se ne deduce che vanno a compensare, per così dire, le partenze degli italiani nel computo della popolazione totale e della forza lavoro. Gli stranieri, provenienti dai Paesi extra-Ue, arrivano prevalentemente dal Marocco, dall’Albania, dalla Cina e dall’Ucraina.

© damiano meo – archivio fotografico fondazione migrantes

Alcune considerazioni si possono fare da questa analisi, e mi sembra che si possa dire che, al contrario di quanto affermato dall’ex Premier Matteo Renzi in due occasioni (in aprile e poi in ottobre del 2016), non è vero che sia retorica quella dei “cervelli in fuga”. Non saranno tutti “cervelli”, nel senso che non saranno tutti laureati e persone altamente qualificate, ma sono tutte persone che chiaramente fuggono dal nostro Paese. Le ragioni possono essere molteplici, ovviamente. Ma un fatto è certo, la povertà è in aumento in Italia: nel 2015 erano un milione e 582mila le famiglie considerate essere in povertà assoluta (il 6,1 delle famiglie residenti), per un totale di 4milioni e 598mila individui (il 7,6 per cento dell’intera popolazione). Questi sono numeri che, comunque li si voglia leggere, pongono serie domande su quanto sia stato fatto negli ultimi anni dai diversi governi che si sono succeduti per porre un argine a questo fenomeno. Non a caso in Italia abbiamo il certo non invidiabile record di disoccupazione giovanile. Continuare a raccontare una storia che non esiste o dire che non occorre essere “pessimisti” o “gufi” non risolve di certo il problema. L’Italia ha bisogno di un po’ di verità e di soluzioni, al di là di qualunque credo politico e settarismo. Il nostro è un Paese dove, al contrario della Germania, non si fa un piano industriale da anni. Ciò significa che non ha un’idea di futuro, non pianifica, né a lungo né a breve termine. Si ha la sensazione di navigare a vista, aspettandosi quasi dalla “provvidenza”, di manzoniana memoria, le soluzioni necessarie alle difficoltà quotidiane. E non è vero del tutto quando si dice che la classe politica italiana sia lo specchio del Paese che rappresenta. Forse sarà vero solo per una parte di esso, non maggioritaria. Certamente non di quella che, non sentendosi adeguatamente rappresentata e difesa nei propri diritti decide di cercare tale rappresentazione e difesa, sentendosi così anche realizzata a livello umano, in altri Paesi. Non sono persone che “fuggono per vigliaccheria”, come spesso le si sente accusare. Sono persone che vogliono sopravvivere dignitosamente.

Occorrono soluzioni vere ai problemi pratici dei cittadini, senza retorica e infingimenti. In caso contrario, chi può continuerà ad emigrare, chi non può o non ce la fa ad allontanarsi, è molto probabile che alla fine cercherà sollievo al proprio disagio anche con prevedibili (pur se non sempre giustificabili) forme di protesta, anche estrema.

Jean de La Fontaine, mutuando un concetto a sua volta espresso da Terenzio, ebbe a scrivere una grande verità: “Uno stomaco affamato non ha orecchie”.

Per chi fosse a Berlino domani sera, giovedì 15, presso l’Istituto Italiano di Cultura, in collaborazione con il Com.it.es., si terrà una tavola rotonda dal titolo “L’Italia in movimento”, proprio su questo tema. Saranno presenti oltre alla dott.ssa Licata, la politologa Edith Pichler dell’Università di Potsdam, e la psichiatra Luciana Degano. La moderazione è di Andrea Dernbach del “Tagesspiegel”.

* In questo numero vanno compresi i discendenti di quanti si sono trasferiti all’estero, nati all’estero, ma con cittadinanza italiana.

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Così era nel 2015…

E così è proseguito…

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