Nel 1848, a Londra, venne pubblicata la prima edizione di un libricino che pose le basi di un cambiamento che si può definire realmente epocale. Il suo incipit recitava così:

Il Manifesto del partito comunista © CC BY-SA 3.0

Il Manifesto del partito comunista © CC BY-SA 3.0

Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: il Papa e lo Zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi.
Dov’è il partito di opposizione che non sia stato bollato di comunismo dai suoi avversari al governo, dove il partito di opposizione che non abbia ritorto l’infamante accusa di comunismo sia contro gli esponenti più progressisti dell’opposizione che contro i suoi avversari reazionari?
Di qui due conseguenze.
Il comunismo viene ormai riconosciuto da tutte le potenze europee come una potenza.
È gran tempo che i comunisti espongano apertamente a tutto il mondo la loro prospettiva, i loro scopi, le loro tendenze, e oppongano alla favola dello spettro del comunismo un manifesto del partito.

globalizzazione_08Il libello s’intitolava “Manifesto del partito comunista” (Manifest der Kommunistischen Partei) e gli autori erano Karl Marx e Friedrich Engels, entrambi tedeschi. Di Treviri il primo e di Barmen (una piccola cittadina prussiana che contribuì in seguito a formare l’odierna Wuppertal) il secondo.

Da allora sono passati quasi due secoli. In Europa molti avvenimenti sono accaduti, e nuove nazioni si sono formate o dissolte. Alla paura dell’avvento del comunismo se ne sono sostituite delle altre e, stando ad un recente sondaggio commissionato dalla Fondazione Bertelsmann e condotto su un campione di circa 12mila cittadini europei, la paura derivante dalla globalizzazione è quella che maggiormente attanaglia gli europei e starebbe all’origine dei cosiddetti populismi.

Il 71 per cento del campione vorrebbe che fosse possibile un referendum per l’adesione del loro Paese all’Unione, mentre un 63 per cento di quanti vivono nei Paesi che già ne fanno parte voterebbe volentieri per decidere se rimanervi o meno. Riguardo l’integrazione politica ed economica del vecchio continente il 59 per cento degli europei è convinto che sia necessario rafforzarle, mentre tale percentuale sale al 64 per cento fra i cittadini dell’area euro.

© Emilio Esbardo*

© Emilio Esbardo*

E la Politica? Dove sta andando? È nella direzione giusta? Si direbbe proprio di no, secondo ben il 72 per cento dei cittadini fuori dalla moneta unica e addirittura il 77 di quelli che invece sono in questo gruppo. Per il 68 per cento di tutti quanti l’Europa sta andando su un cammino sbagliato. In pratica sembrerebbe esserci un gap, uno scollamento vero e proprio, fra ciò che è il sentimento comune e la percezione dell’azione politica vista dai cittadini, e quella che sembra invece che stiano attuando i partiti politici. Proprio i politici rappresentano lo specchio delle conoscenze che gli europei hanno di chi li governa. Un 40 per cento degli intervistati sa chi siano Jean-Claude Juncker e Martin Schulz (rispettivamente Presidente della Commissione e del Parlamento europeo), mentre appena il 34 per cento sa chi siano Donald Tusk (Presidente del Consiglio d’Europa) e Mario Draghi (capo della BCE). Riscuotono più popolarità, al contrario, i politici nazionali. Angela Merkel e David Cameron si aggiudicano la prima piazza, con addirittura un 75 per cento di popolarità, seguiti dal presidente francese François Hollande (63 per cento). Fanalini di coda sono il nostro presidente del Consiglio Matteo Renzi (32) e il premier spagnolo Mariano Rajoy (22).

globalizzazione_03Gli intervistati ritengono importanti, nell’ordine, la salvaguardia della pace e della sicurezza (61 per cento), la crescita economica (53 per cento), la riduzione delle diseguaglianze sociali (47 per cento) e la questione dell’immigrazione (42 per cento). Il 46 per cento è per l’apertura delle frontiere, mentre il 45 è per il libero scambio. Solo ad un 40 per cento sembrerebbe importare del mantenimento del valore della pace nel mondo.

Il 55 per cento reputa cosa buona che la Germania abbia la leadership dell’Unione, e fra i più grandi fan troviamo i suoi vicini ad Ovest ed Est, ossia Francia (65 per cento) e Polonia (67). Molto meno di buon occhio viene vista da Spagna (39 per cento) ed Italia, che le è favorevole solo per il  29 per cento del campione.

globalizzazione_04Da tutta questa massa di dati ne esce un quadro europeo un po’ controverso. Secondo lo studio, infatti, i cosiddetti populismi nascerebbero dal rifiuto della globalizzazione, fortemente contestata dall’elettorato di AfD (78 per cento) in Germania, del Front Nazional in Francia (76 per cento) e dall’FPÖ in Austria (69 per cento). Gli italiani in generale sarebbero favorevoli alla globalizzazione per un 61 per cento, con l’eccezione degli elettori di Forza Italia e della Lega Nord. Il partito più legato ai valori cosiddetti “tradizionali” risulta essere il PD.

Dunque sembrerebbe che la globalizzazione sia la maggior causa della corsa al “populismo”. O forse alcuni dei tratti di quest’ultimo si alimentano del rifiuto della prima. Ha poca importanza. Ciò che pare evidente è che, parafrasando Massimo D’Azeglio, “fatta l’Europa, bisogna fare gli europei” e decidere su quali basi. O magari fra un po’ qualcuno scriverà un altro libello che inizierà così: “un fantasma s’aggira per l’Europa: lo spettro del populismo”.

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Globalisierung: ja oder nein?

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