Klaus Püschel © CC BY-SA 3.0 de Axel Hindemith

Ogni anno ad Amburgo vengono esaminati 4 mila morti presso l’Istituto di medicina legale. Alcuni di questi cadaveri sono stati uccisi e molte volte, oltre alla difficoltà di risalire ad un colpevole, si somma quella di identificare la vittima o la causa della sua morte. Fra le indagini usate a questo scopo c’è l’esame del Dna.

Un altro passo a favore verso questo sistema d’indagine è stato espresso chiaramente dal direttore dell’Istituto di medicina legale di Amburgo, Klaus Püschel, a quanto riporta “Der Spiegel”. Il dottor Püschel, secondo il giornale di Amburgo, si sarebbe spinto ad affermare: “Dovremmo prelevare il codice del Dna di ogni persona nel nostro Paese”, in pratica di ogni cittadino tedesco, dai neonati agli adulti, ma anche quello dei turisti e dei rifugiati. “In questo modo”, sostiene il professore, “la Germania sarebbe un Paese molto più sicuro e assomiglierebbe ad un’oasi rispetto all’ambito criminale. (Delle polemiche inerenti l’utilizzo del Dna in Germania come metodo per risalire a eventuali colpevoli di delitti vi avevamo parlato qui.).

Sicuramente i benefici delle indagini attraverso l’utilizzo del Dna possono essere molteplici, anche se danno spesso luogo a polemiche. Ricordiamo da noi in Italia il caso di Yara Gambirasio, la ragazza tredicenne di Brembate di Sopra (BG), scomparsa il 26 novembre 2010 e ritrovata purtroppo senza vita tre mesi dopo, il 26 febbraio 2011, a Chignolo d’Isola, distante 10 chilometri circa da Brembate. Tramite le indagini su tracce di Dna ritrovate sugli slip della giovane ragazza, effettuate dal genetista Emiliano Giardina (docente all’università romana di Tor Vergata), fu identificato uno dei due possibili colpevoli (chiamato durante le indagini “ignoto 1”). Il suo Dna “nucleare” lo fece identificare in Massimo Giuseppe Bossetti, un muratore di 44 anni, figlio illegittimo di un camionista morto nel 1999, Giuseppe Guerinoni, a cui si era risaliti proprio grazie all’esame del codice genetico. La difesa però ha fatto opposizione alla sentenza di primo grado che ha condannato Bossetti perché, a suo dire, le analisi non possono dare certezza per mancanza della prova di riscontro ottenuta attraverso l’esame del Dna “mitocondriale”. Una questione di esame tecnico su cui non vogliamo tediarvi qui e che vedrà la sua prosecuzione giudiziaria con il processo d’appello che inizierà il prossimo 30 giugno.

Tornando a quanto dichiarato dal professor Püschel, la sua affermazione pone tuttavia un grande problema: quello dei dati. Infatti, sempre secondo il criminologo, questi ultimi dovrebbero essere conservati in un luogo perfettamente sicuro ed essere assolutamente protetti in un caveau, anche contro possibili attacchi informatici. L’accesso ad essi dovrebbe essere regolamentato da giudici che dovrebbero rilasciare permessi regolamentati per legge nei casi di rapimento, stupro, omicidio e omicidio colposo. A tale ipotesi, pur riconoscendo che “potrebbe essere un discorso interessante dal punto di vista penale e che il lavoro della polizia potrebbe essere semplificato in modo significativo”, s’è detto contrario Jan Reinecke, Presidente nazionale della Federazione dei detective tedeschi. “Chi ci assicurerebbe che questo database non potrebbe finire nelle mani sbagliate? Ad esempio in quelle di criminali, o di altri Stati, o dell’economia privata?, ha chiesto perplesso. Gli ha fatto eco l’esperto di protezione dei dati di Amburgo, Johannes Caspar, che ha messo in guardia dall’idea di Püschel: “Una raccolta di singoli codici genetici della popolazione rappresenta un’interferenza massiccia nel diritto fondamentale di autodeterminazione e della dignità umana”, ha affermato. “La detenzione dei dati genetici non è compatibile con la presunzione di innocenza, né con il principio di proporzionalità. Il controllo degli individui trattati come oggetti è tipico degli Stati totalitari, non di quello di diritto, ha chiosato deciso. Non c’è nulla della nostra personalità nei dati. Nessuno sa qual è il colore degli occhi o se avete i capelli grigi. È solo un codice numerico”, replica il criminologo di Amburgo. “Gli investigatori non potrebbero sapere queste caratteristiche, ma solo arrivare alla persona in questione. Molti dati si trovano comunque su internet. Dov’è il problema con una combinazione di numeri?.

Forse ha ragione, da un punto di vista meramente investigativo, ma il tema rimane: a parte una questione di privacy, si può correre veramente il rischio che il nostro codice genetico possa andare in mano a privati, magari senza scrupoli? Il Dna si può ad esempio replicare (sul modello della pecora Dolly, per capirci). Ci si potrebbe forse trovare coinvolti in vicende a noi del tutto estranee o un’assicurazione potrebbe non volerci assicurare sulla vita per difetti nel nostro codice genetico. Occorre riflettere anche su questi tipi di problematiche.

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Le dichiarazioni sull’argomento di Klaus Püschel rilasciate alla “Hamburger Abendblatt”

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