Il sito dell'Open Society

Il sito dell’Open Society

Nel clima di incertezza che aleggia in Germania a seguito del risultato delle elezioni regionali in Baviera e in Assia e al conseguente stravolgimento delle forze nel quadro politico della Repubblica federale, una notizia che forse non ha ricevuto l’attenzione che avrebbe meritato sui media tedeschi è stata quella della decisione del magnate ungherese-americano George Soros di trasferire la sede della sua organizzazione “umanitaria” Open Society da Budapest a Berlino.

Sul miliardario, speculatore finanziario, esiste una cosiddetta narrazione alternativa su Internet che sembra non conoscere limiti, e che tocca svariati temi che gli organi di informazione ufficiali non esiterebbero a marchiare seduta stante con l’infame marchio di “complottismo” o addirittura di “antisemitismo”. Per capire qualcosa di più su chi sia Soros si possono riassumere alcuni dei fatti che lo hanno visto protagonista nel quadro politico-economico internazionale. Ad esempio quello che lo vide nel 1992, anno di Tangentopoli e delle stragi mafiose in Italia, come il regista principale della speculazione miliardaria che costrinse la Gran Bretagna ed il nostro Paese ad uscire dal Sistema Monetario Europeo (SME), a causa dell’eccessiva svalutazione delle rispettive monete nazionali, e che al tempo stesso gli consentì lautissimi guadagni.

Ai giorni nostri, come dicevamo, ha invece fatto notizia la decisione presa dal premier ungherese Viktor Orban che ha cacciato il multimiliardario dal proprio territorio nazionale in quanto “persona non grata”. Pochi sanno però che, all’indomani della fine del socialismo reale in Ungheria, il Primo ministro ungherese aveva ricevuto una borsa di studio da parte della Fondazione Soros. Il motivo ufficiale dell’allontanamento sono state le critiche rivolte alla sua ed altre organizzazioni non governative, che avevano operato senza soluzione di continuità contro la decisione del governo ungherese di chiudere già nel 2015 le proprie frontiere attraverso l’erezione di un reticolato in filo spinato lungo il confine con la Serbia. Questo al fine di fermare l’immigrazione clandestina proveniente dalla Siria che si era snodata dalla Turchia verso i vari Paesi balcanici. Sebbene secondo il medesimo Trattato di Schengen la decisione del governo ungherese di chiudere e controllare i confini esterni dell’Unione Europea con un Paese terzo come la Serbia fosse legittima, i media occidentali non hanno mai cessato di descrivere l’Ungheria come un Paese illiberale e parafascista. Il braccio di ferro è durato fino al momento in cui lo stesso Soros non ha deciso, qualche mese fa, di traslocare la sede della sua Open

Grafici finanziari

Grafici finanziari

Society da Budapest a Berlino. A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato anche il Parlamento Europeo, il quale pare aver seguito le indicazioni del finanziere che già l’anno scorso durante il “Brussels Economic Forum” chiese all’Unione Europea di mantenere l’Ungheria (e la Polonia) sotto controllo democratico (democratic check). L’aspetto paradossale è che l’Ungheria verrebbe considerata come un Paese modello, secondo i rigidi canoni macroeconomici della Commissione Europea a proposito del rapporto deficit/Pil da tenere sotto il 3 per cento. Senza dimenticare inoltre che nel corso degli anni ha ridotto la disoccupazione a livelli record.

Anche l’Italia ha rapporti di lunga durata col controverso filantropo miliardario. Come non ricordare difatti il cordiale colloquio privato avvenuto a Palazzo Chigi lo scorso anno tra l’ultimo Presidente del Consiglio italiano ed il finanziere proprio nel momento in cui il governo, fino a quel momento a priori accogliente verso i migranti, aveva deciso di ridurre gli sbarchi per timore di una debacle elettorale, che poi ci fu lo stesso. La stampa italiana non fece in quel caso grandi pressioni per conoscere i contenuti della chiacchierata a quattr’occhi tra i due, ma probabilmente essa fu volta a tranquillizzare il finanziere sul sostegno da offrire alle varie ONG, finanziate da lui stesso, come Open Arms”, che fino a quel momento avevano fatto sbarcare migliaia di migranti africani sulle coste italiane. Senza neanche farlo apposta, qualche settimana fa un altro ex Presidente del Consiglio italiano, durante una popolare trasmissione televisiva ha confessato come nel 2011 avesse ricevuto una telefonata da parte di Soros. Quest’ultimo confessò all’eminente professore bocconiano, già operante da anni nella Commissione Europea come responsabile per la libera concorrenza ed anti-trust, le sue gravi preoccupazioni sul rischio che il nostro Paese venisse commissariato dalla Trojka e dal Fondo Monetario Internazionale. Interessante l’aggiunta dell’ex Presidente del Consiglio, convintamente europeista, che a telecamere aperte si è premurato di precisare quell’«ora lo posso dire», rivelando implicitamente come per anni avesse dovuto omettere quelle imbarazzanti intromissioni da parte di un uomo di punta della finanza internazionale.

Angela Merkel © il Deutsch-Italia

Angela Merkel © il Deutsch-Italia

Comunque sia, ora la “patata bollente” passa alla Germania del sempre più fragile governo Merkel. La decisione di George Soros di trasferire il suo quartier generale da Budapest e Berlino è altamente simbolica. Fu il governo Merkel, spalleggiato dai socialdemocratici al potere, ad aver eseguito l’ordine di Obama di sanzionare la Russia di Putin dopo i fatti di Ucraina, e fu la precedente grande coalizione ad aver aperto la porta ad oltre un milione di siriani, applicando coerentemente il dogma moderno della società multiculturale. Si potrebbe dire che già da anni la Germania avesse applicato gli stessi principi dell’Open Society, ben prima del suo trasferimento ufficiale sul proprio territorio. Tuttavia non tutto è sembrato filare liscio come doveva. In primo luogo la politica delle porte aperte ha contribuito sia a rinsaldare il club di Visegrad, composto da alcuni Paesi dell’Europa centrorientale cui di fatto si è aggiunta recentemente anche l’Austria, sia a contribuire all’impensabile fino a qualche anno fa Brexit britannica, che è riuscita ad imporsi anche a seguito di un maggior desiderio di controllo dell’immigrazione da parte di una parte preponderante della popolazione. Senza contare le sempre più pericolose tensioni tra l’Italia “populista” ed il resto d’Europa sul tema in questione.

Ad ogni modo quando un fronte politico scricchiola, il primo pericolo da fronteggiare è quello interno. A prescindere dai recenti fatti di Chemnitz, a partire dal “Wir schaffen das” pronunciato dalla Cancelliera nell’estate del 2015, il Paese ha assistito ad una polarizzazione del dibattito interno sull’immigrazione. Da una parte il partito di destra dell’AfD contrario da tempi non sospetti è ormai rappresentato in tutti i parlamenti regionali, dall’altra una parte finora preponderante della società tedesca si è dimostrata a favore dell’accoglienza. Il trasferimento dell’Open Society a Berlino rappresenta dunque la definitiva battaglia di un movimento culturale ben prima che politico, basato tanto sul liberismo selvaggio che sul mito della società multiculturale. Le centinaia di migliaia di cittadini tedeschi e non, che sono scesi in piazza sabato 13 ottobre contro l’odio e il razzismo, hanno di fatto partecipato ad una dimostrazione filo-governativa. È probabilmente solo un caso che abbiano deciso di manifestare il loro sdegno (dopo settimane di propaganda a tappeto a base di volantini) qualche ora prima delle elezioni bavaresi, nelle quali un partito come la CSU, da anni critico nei confronti delle politiche immigrazioniste della Cancelliera, ha perso un ingente numero di voti. Con tutta probabilità è anche un mero accidente che lo slogan principale dei dimostranti sia stato quello a favore di una “offene Gesellschaft”, che altro non è che l’esatta traduzione in tedesco di “open society” di sorosiana memoria.

In realtà questa non è la prima manifestazione a favore di tali politiche per l’immigrazione; già il 27 maggio una dimostrazione a Berlino del partito d’opposizione dell’AfD, era stata disturbata da una contromanifestazione di centri sociali e perfino dei maggiori club techno berlinesi. Sono sicuramente coincidenze, ma da quando l’Open Society ha dichiarato di voler trasferire i propri uffici a Potsdamer Platz, sono aumentate le manifestazioni dei bravi cittadini contro i perfidi nazi onnipresenti perfino nelle Università, contro l’islamofobia, contro l’odio e a favore di una società accogliente. Lo Spiegel, qualche settimana fa si era compiaciuto di come la Capitale tedesca sia stata teatro, negli ultimi mesi, di un numero record di cortei e manifestazioni.

Chemnitz© youtube daily mail

Chemnitz© youtube daily mail

Il rischio concreto è quello di esacerbare le già presenti tensioni interne tra quella parte benestante della popolazione, che supporta le politiche di apertura agli immigrati, e quella porzione di cittadini impoveriti dalle politiche neoliberiste, i quali non si riconoscono più in una sinistra concentrata a difendere gli stranieri e la finanza. Non è probabilmente un caso se l’Afd non pesca la maggior parte dei suoi consensi nei Länder a più alta concentrazione di stranieri, bensì in quelli orientali, che facevano una volta parte della DDR e dove la povertà è più diffusa. In tutto questo l’Open Society potrebbe giocare un ruolo decisivo, non tanto nel salvare la posizione della Merkel, il cui definitivo abbandono anche del ruolo di Cancelliera sembra ormai essere una questione di tempo, quanto per accompagnare il suo futuro successore all’interno del medesimo solco seguito negli ultimi anni. Uno dei candidati alla successione alla presidenza della CDU, Friedrich Merz, è il presidente della filiale tedesca di BlackRock, ossia la multinazionale americana che è anche la più grande entità d’investimento finanziario e speculativo del mondo, gestendo un patrimonio stimato di 6.300miliardi di dollari, di cui un terzo in Europa. Un altro uomo della finanza insomma, che di sicuro sarà ben lieto di accettare consigli dal ben più navigato Soros.

Il terreno di una Germania mai come ora divisa e con forti disparità economiche, nonostante l’enorme surplus commerciale, sembra essere quanto mai fertile. Per tale motivo la battaglia dev’essere seguita e preparata da Berlino, e non più dalle capitali orientali che sono ormai perse. Se a questo aggiungiamo che alle oramai prossime elezioni europee i populisti anti-tedeschi di tutta Europa potrebbero aumentare la propria influenza a Bruxelles, allora il trasloco della base operativa a Berlino non avrebbe potuto conoscere tempistiche più azzeccate.

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La Open Society nelle stesse parole di Soros

© Youtube Open Society Foundations

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