Quello dei rifiuti, o “la monnezza” come direbbero i miei concittadini romani, è un problema molto sentito in questo periodo sulla stampa e i media, nostrani e stranieri, che non perdono occasione per pubblicare articoli e filmati dove si denuncia la certo non facile situazione della Capitale d’Italia. Per quanto riguarda la stampa tedesca, non passa settimana che i colleghi presenti a Roma della “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, invece che quelli della “Süddeutsche Zeitung” o della rete televisiva “RTL” non manchino di sottolineare le “carenze” della Capitale e delle giunta del Movimento 5 Stelle, capitanato dal sindaco Virginia Raggi. Passi per la stampa nostrana, ma l’interesse suscitato dal Movimento politico di Beppe Grillo sulla stampa tedesca è pari solo ai continui rimandi fatti sull’operato, vero o presunto tale, dell’ormai ex premier Matteo Renzi, la giunta del cui partito, assieme a quella precedente di destra, ha contribuito in toto alla disastrata situazione della Capitale del Belpaese.

I nostri media non fanno altro che sottolineare il fatto che i rifiuti di Roma (come quelli di altre città italiane) vengono anche spediti al Nord della Penisola o all’estero, in particolare in Austria e in Germania, dove oltre al guadagnarci dall’accettazione dei rifiuti stessi, si guadagna anche dall’utilizzare tale materiale sfruttandolo per produrre energia attraverso i termovalorizzatori (che spesso vengono confusi con gli inceneritori, che il rifiuto lo bruciano e basta con il solo risultato di fumi tossici altamente inquinanti). Ma come funziona la produzione di energia elettrica dalla combustione dei rifiuti nel Paese della Cancelliera Merkel? È vero che la Germania guadagni così tanto dalla produzione energetica derivante dai rifiuti?

In realtà in Germania, secondo i dati dello Statistisches Bundesamt, ossia l’Ufficio di statistica federale, solo lo 0,9 per cento dell’energia totale tedesca è stata prodotta nel corso del 2016 dalla combustione dei rifiuti domestici. I tedeschi producono circa 45 milioni di tonnellate di rifiuti l’anno (50 secondo i dati dell’Ispra), ben 561 chili pro capite (ultimi dati rilevati del 2014), uno dei più alti volumi al mondo. Solo la Danimarca, il Lussemburgo, la Svizzera e gli Stati Uniti ne producono di più. Per fare un confronto con il nostro Paese, nello stesso anno l’Italia ne produceva quasi 30 milioni (fonte dati Eurostat). Anche la percentuale dell’energia totale prodotta è grossomodo la metà di quella che si produce in Germania (fonte dati Ocse del 2015, ultima disponibile).

Il problema fondamentale è che noi italiani ricicliamo poco. Sempre secondo l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) nel 2014 finivano in discarica ben 154 chili di rifiuti prodotti dagli italiani, contro i soli 9 della Germania. Quest’ultima ne ricicla ben oltre 23mila tonnellate, il 64 per cento del totale, contro le appena poco più di 7 dell’Italia, cioè il 38 per cento del totale.

Alla luce di tutto questo, cerchiamo dunque di fare un po’ di chiarezza in merito al “rifiuto” degli esponenti del Movimento 5 Stelle di costruire inceneritori nel territorio di competenza di Roma. Il presunto rifiuto in realtà non è altro che l’attuazione di una norma del Parlamento europeo che prevede esplicitamente “un divieto di incenerimento dei rifiuti che possono essere riciclati o compostati. E d’altra parte la costruzione di un inceneritore o termovalorizzatore, sulla cui “sostenibilità ambientale” ci sono discordanti pareri di esperti in merito, richiederebbe certamente tempi non brevi (pensiamo solo ai tempi “tecnici” per indire una gara d’appalto pubblico) tali da rendere più conveniente impiegare tale lasso di tempo per altre forme, che si stanno mettendo in atto, di smaltimento e riciclo dei rifiuti.

Ma appunto ci vuole tempo (almeno due anni, ossia lo stesso tempo che richiederebbe la costruzione di ipotetici inceneritori o altre discariche) e la immondizia accumulata fa “bella mostra di sé” agli occhi del mondo intero. Nel 2014 era stata chiusa definitivamente la discarica più grande d’Europa, quella di Malagrotta di proprietà di Mario Cerroni. Nel primo periodo dell’insediamento della giunta Raggi la situazione di caos fu aggravata dal fatto che le procedure per la sostituzione delle cooperative, a cui era parzialmente appaltato il servizio di raccolta dei rifiuti, quali la famosa “29 giugno”, quella cioè di Salvatore Buzzi, finito nelle patrie galere nell’ambito dell’inchiesta “Mafia Capitale”. L’affidamento, senza gara d’appalto, gli era stato dato dalla giunta dell’ex sindaco Alemanno e poi rinnovato da quella del penultimo sindaco Marino. Per inciso nella “29 giugno” ci lavorava Erika Battaglia (figlia d’arte, in quanto il padre era stato assessore alla Regione Lazio quando a dirigerla c’era Marrazzo) la quale, guarda caso, entrò nel Consiglio comunale della giunta Marino. Insomma un vero e proprio intreccio di potere.

Il sindaco Raggi © CC BY-SA 3.0 Movimento 5 Stelle

Ora a complicare la situazione c’è il fatto che i centri di raccolta dei rifiuti, così come la fauna che ultimamente “infesta” la Capitale (cinghiali, volpi, capre, ratti e quant’altro), sono di competenza della Regione Lazio, guidata da Nicola Zingaretti (Pd) e, a quanto sembra, quest’ultima non dà le autorizzazioni necessarie ad approvare il piano rifiuti, fermo dal 2012, oltre ad approvare la tariffa e sbloccare le richieste fatte dagli impianti che sono già state presentate. In pratica i rifiuti che vengono ritirati non si sa dove portarli per queste ragioni. Ciascuno ha le proprie competenze, ma come ovvio la propaganda politica ha facile gioco sfruttando il disagio.

 La Rete non tutti la seguono, invece la televisione e i giornali formano, purtroppo, ancora molto l’opinione pubblica italiana. Su un punto i media tedeschi hanno ragione: sicuramente i 5 Stelle sono colpevoli di essere arrivati al governo della città impreparati in diversi settori, ma difettano, e molto, anche di strategia comunicativa.

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La puntata di Porta a Porta con il sindaco di Roma Virginia Raggi

La reale situazione dei rifiuti secondo Franco Bechis

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