Putin con Schroeder © Kremlin.ru

Ci risiamo. All’orizzonte del panorama economico europeo si riaffaccia lo spauracchio delle sanzioni contro la Russia, il mostro cattivo che non farebbe altro che minacciare l’Europa. Questo almeno è quanto gli Stati Uniti vorrebbero che si pensasse. Infatti lo scorso mercoledì il Senato americano ha approvato, con 97 voti favorevoli su 100, un disegno di legge che prevede un prolungamento di provvedimenti economici sanzionatori nei confronti del Paese di Vladimir Putin, “reo”, secondo i senatori americani, di aver interferito durante la campagna elettorale per l’elezione del Presidente, oltre ad essersi illegalmente annessa la Crimea (non tenendo affatto conto del referendum fatto a suo tempo fra la popolazione locale) e di aver dato appoggio a Bashar al-Assad, considerato in pratica un criminale. La legge statunitense deve essere ancora approvata dalla Camera dei rappresentanti e firmata dal presidente Trump.

Merkel – Putin
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Le sanzioni erano state per la prima volta applicate tre anni fa (con il decreto n. 778 del 7 agosto 2014) anche dall’Unione Europea, sempre su spinta degli Stati Uniti (quando presidente era il democratico Barack Obama). Il risultato a livello economico aveva danneggiato soprattutto i Paesi europei, Italia in testa (con danni per più di 7,5miliardi di euro) ein parteanche la Germania. Maggiori perdite per noi le hanno avute il settore agro-alimentare (oltre 2miliardi di mancati guadagni), ma anche tessile, dell’abbigliamento, della moda e delle auto (1,2miliardi).

Anche la Germania ha interessi economici da tutelare, e molti. Il Paese di Putin rappresenta per quello della Cancelliera Merkel il 3,1 per cento delle esportazioni totali, il che vuol dire l’1,5 del PIL (Prodotto Interno Lordo). Secondo un rapporto della “Deutsche Bank”, il calo delle esportazioni tedesche nel 2016 verso la Russia è stato superiore al 15 per cento rispetto all’anno precedente, e si prevede che potrebbe aumentare fino ad un 20-25 per cento con il prosieguo delle sanzioni. Il raggiungimento di quota 30 percento vorrebbe dire un buon 0,5 per cento di calo di crescita economica del Paese. Decisamente un po’ troppo anche per la ricca e potente Germania.

Cosa c’è in realtà dietro a questo tentativo americano di inasprire ulteriormente le sanzioni contro il Paese di Putin? Al di là delle dichiarazioni “ufficiali”, di cui si è detto prima, ci sono, ovviamente, forti interessi economici in gioco. In particolare quelli legati alle esportazioni di gas. Gli Stati Uniti infatti hanno negli ultimi anni spinto molto una tecnica estrattiva chiamata fracking o fratturazione idraulica, ossia una modalità di estrazione di gas naturale e petrolio dalle rocce di scisto (vale a dire quelle rocce che si sfaldano facilmente). Questo sistema sfrutta la pressione dei liquidi per provocare delle fratture negli strati più profondi del terreno in modo tale da aiutare la fuoriuscita di gas e petrolio presenti nelle rocce. I problemi ambientali legati a questo tipo estrazione sono enormi, ma per parlare di questo occorrerebbe un lungo discorso di altro tipo. Ciò che c’interessa in questa analisi è il fatto che il gas (e il petrolio) estratto deve pur essere venduto a qualcuno, e gli Usa hanno investito massicciamente in una flotta di navi da trasporto per il gas liquefatto.

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Ebbene, lo scorso 8 giugno la prima nave statunitense è approdata in Polonia proveniente dalla Louisiana con il suo carico di shale gas (così viene denominato il gas ottenuto dal fracking, ossia gas di argilla). Un successo per tutti i media statunitensi (e polacchi), un po’ meno per la Russia e anche per la Germania. Già, perché al di là del fatto che i rapporti fra Germania e Stati Uniti sembrerebbero non proprio idilliaci nell’ultimo periodo, apparentemente per le “incomprensioni” fra la Cancelliera Angela Merkel (Cdu) e il Presidente Donald Trump sull’export tedesco e sulle spese militari per la Nato, ci sono anche forti interessi economici nella disputa per la vendita del gas nel vecchio continente. Infatti il gigante russo per la produzione di gas naturale “Gazprom” sta costruendo il gasdotto “Nord Stream II”, che porterà il gas russo attraverso il Mar Baltico fino in Europa. Nel consorzio che è stato costituito per il progetto in questione sono coinvolte anche le tedesche E.on e Wintershall, quest’ultima costola del gigante della chimica Basf, e l’austriaca Omv (Österreichische Mineralölverwaltung). Presidente del Consiglio di amministrazione della società “Nord Stream II” è l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder (Spd). Non è quindi un caso che il vice cancelliere Sigmar Gabriel (Spd) e il cancelliere austriaco Christian Kern, anch’egli socialdemocratico, abbiano reagito in modo repentino e quasi veemente con una dichiarazione congiunta, affermando che “l’approvvigionamento energetico europeo è una questione europea, non degli Stati Uniti d’America. E poi hanno ribadito: Decidiamo in base a regole di trasparenza e di concorrenza del mercato su chi e come ci debba dare l’energia. Un messaggio abbastanza chiaro per gli alleati d’oltreoceano.

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La Cancelliera Merkel: “La Germania ha bisogno di questo gas russo”

Il colossale progetto Nord Stream

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