La Germania è il Paese di Bengodi? In Italia sono in molti a pensarlo, ma stando a quanto riportato da “Die Zeit” sembrerebbe proprio di no. In un editoriale di Marcel Fratzscher, economista del Deutsche Institut für Wirtschaftsforschung, ossia l’Istituto tedesco per la ricerca economica, vengono riportati dati che si potrebbero anche definire allarmanti. Secondo un recente sondaggio, infatti, risulterebbe che ben il 40 per cento dei tedeschi non possiede praticamente nulla. A malapena dispone di qualche risparmio con cui pagarsi l’assicurazione sanitaria (che in Germania è obbligatoria e non pagata dalla fiscalità generale). Al contrario il 10 per cento della popolazione è più ricco come in nessun altro Paese europeo.

Le statistiche si sa ingannano e, anche se il reddito medio tedesco è tra i più alti d’Europa, il patrimonio personale dei connazionali di Frau Mekel è mediamente di 60mila euro netti (depositi, azioni, immobili, polizze assicurative, ma anche auto e masserizie incluse. Al netto dei debiti). La media europea è di oltre 100mila euro, e in Paesi come la Spagna o il nostro risulterebbe addirittura più che doppio.

L’analisi rivela però che il basso tasso di risparmio dei tedeschi è in gran parte dovuto all’iniqua distribuzione dello stesso: infatti il 10 per cento più ricco ne possiederebbe ben il 60 per cento del totale, mentre il 40 per cento più povero deve accontentarsi di meno dell’1 per cento del patrimonio privato totale. E questo divario è divenuto via via più grande dal 2010, anno in cui queste rilevazioni sono iniziate, ad oggi.

Punto di forza della Germania è da sempre il forte “stato sociale”, che ha rassicurato i cittadini tedeschi più bisognosi e ha permesso alle classi politiche di ottenere comunque consenso elettorale. I cosiddetti working poor, cioè i “lavoratori poveri”, sono tuttavia un fenomeno in aumento anche nella locomotiva d’Europa. A chi poco guadagna, poco importa se i tassi d’interesse sono bassi: non avendo risparmi non gli cambierà di certo la vita. Quindi non sono i bassi tassi d’interesse ad essere la causa del poco risparmio privato, come alcuni sostengono. E come dicevamo, ben il 40 per cento dei tedeschi non possiede del tutto risparmi. A complicare la situazione economica generale c’è il fatto che per tradizione i tedeschi non sono mai stati tendenzialmente proprietari di immobili, bensì in maggioranza affittuari. E gli affitti stanno sempre più salendo. Solo il 44 per cento dei concittadini della Cancelliera possiede una casa di proprietà, contro una media europea di quasi il doppio (85 per cento).

Da quest’anno il salario minimo garantito è di 8,84 euro lordi, ma non ovunque è garantito. Negli ultimi due decenni il 40 per cento dei lavoratori a basso reddito ha visto una notevole diminuzione del proprio salario reale. A questo si aggiunga che il sistema fiscale tedesco è fra i più iniqui della Comunità. In quasi nessun altro Paese industrializzato lo Stato tassa così poco i patrimoni e, al contrario, in modo così gravoso i redditi da lavoro. Un esempio al riguardo è rappresentato dalla tassa di successione: chi eredita più di 20 milioni di euro paga all’incirca l’1 per cento di tasse; quanti invece ereditano un patrimonio ben più modesto pagano il 10 o anche più. I beni ereditati costituiscono quasi la metà del patrimonio complessivo di coloro che hanno accesso ad un’eredità. Ciò significa che i ricchi diventano sempre più ricchi e che per i poveri si fa sempre più difficile raggiungere l’ascensore sociale tramite una buona istruzione e un buon salario. Quasi una metà dei tedeschi è dipendente dallo “stato sociale” (anche se fra questi ci sono quanti in realtà approfittano dello stesso, senza averne diritto), e questo contribuisce anche al congelamento delle strutture sociali e delle prospettive di uguaglianza. Non è del tutto vero che la famosa “Agenda 2010”, voluta dal Cancelliere Gerhard Schröder, abbia fatto solo che del bene al mercato del lavoro tedesco. Questo perché se da una parte è senz’altro stata il volano per l’economia della locomotiva d’Europa, dall’altra, a più lungo termine, ha contribuito ad allargare la forchetta sociale fra i pochi ricchi e la maggior parte della classe media e dei poveri.

A testimonianza di ciò è il diffuso malcontento che è salito nella classe lavoratrice attraverso l’aumento delle giornate di sciopero.

Lo sciopero in Germania

A tal proposito ricordiamo che in Germania lo sciopero è regolamentato dall’art. 9, comma 3 della Grundgesetz, la legge fondamentale. Quello che è proibito è lo sciopero politico. Per capirci, ad esempio, quello contro un disegno di legge. Il diritto di sciopero come diritto individuale non esiste. Si tratta di un diritto collettivo, di cui è titolare il sindacato (ad esempio il DGD, Deutscher Gewerkschaftsbund Deutschlands, ossia una delle più grandi associazioni sindacali di Germania, di cui fanno parte tra gli altri IG Metall e Ver.di,), la cui realizzazione è severamente disciplinata: non è possibile ricorrere allo sciopero se non durante l’apertura o il rinnovo di un contratto collettivo (Tarifvertrag). In questa prima fase, solo lo sciopero di avvertimento (Warnstreik) è permesso; il sindacato non può mobilitare che una parte dei dipendenti. Nel caso di fallimento delle trattative, è necessario un voto del 75 per cento a scrutinio segreto dei membri degli iscritti al sindacato per proclamare uno sciopero dell’insieme dei lavoratori; nel caso in cui il 25 per cento dei sindacalizzati si dichiari favorevole a un accordo, questo viene validato. Di conseguenza il cosiddetto dialogo sociale non è una scelta, ma un obbligo legale.

.Finora la valvola di sfogo del dialogo sociale aveva funzionato in Germania. A quanto sembra ora questo sistema inizia a vacillare. Secondo i dati dell’Institut der deutschen Wirtschaft (l’Istituto dell’Economia tedesco) di Colonia, tra il 2001 e il 2005, il 94 per cento dei giorni di sciopero in Germania proveniva dal settore industriale, ma dal 2011 e il 2015 la tendenza si è capovolta e il 95 per cento dei giorni di sciopero sono stati nel settore dei servizi. Ne sanno qualcosa le decine di migliaia di passeggeri in transito dagli aeroporti berlinesi che sono giunti nella Capitale in occasione della Fiera del Turismo, l’ITB. Centinaia di voli soppressi a causa delle agitazioni del personale di terra.

La Grosse Koalition ha cercato di codificare con una legge “il principio dell’unicità del contratto collettivo”, ovvero di evitare che le contrattazioni sindacali collettive avvengano separatamente fra le singole organizzazioni sindacali, essendo le più piccole le più combattive. Mentre l’IG Metall si era detta favorevole al contratto collettivo unico, i Ver.di (più presenti nel settore dei servizi), per bocca del loro presidente, Frank Bsirske, si erano tirati indietro dalla possibilità di un contratto di questo tipo. Il modello a cui aspira il Governo di Berlino, così come molti altri nel vecchio continente, anche se con metodi diversi, è quello tracciato da Margaret Thatcher. La lady britannica usò il pugno di ferro contro il diritto di sciopero (fra le altre cose, la leader del Regno Unito è rimasta tristemente famosa per la lotta con i minatori, repressa duramente con la forza). Cameron, sempre in Gran Bretagna, è tornato di nuovo alla carica in tal senso. Stessa cosa si è cercato di fare in Italia (dove il diritto di sciopero è sancito dall’art. 40 della Costituzione) dal Governo Renzi (i due Ddl presentati da Sacconi ed Ichino), e in Francia.

C’è tutta una galassia di lavoratori che non sono “garantiti” dai grandi gruppi sindacali tedeschi, per lo più nel settore dei servizi. Su questi si abbatte la scure dei grandi gruppi internazionali che tendono a scavalcare i più elementari diritti del mercato del lavoro, rendendolo di conseguenza ancora più precario di quanto già non sia (stessa cosa accade da noi in Italia).

In questo contesto sabato prossimo, a 60 anni dalla firma del Trattato di Roma, che sancì la fondazione della CEE, ossia la Comunità Economica Europea (l’antesignana della UE), i capi di Governo riuniti nella nostra Capitale, forse dovrebbero riflettere su dove effettivamente stia andando l’Europa e sul perché stiano sorgendo tante manifestazioni di insoddisfazione sociale e, di conseguenza, politica. I cosiddetti “populismi” non sono necessariamente il frutto di una virata “a destra” di gran parte del vecchio continente. Forse occorrerebbe chiedersi che strada sia stata presa, e se non sia il caso di pensare ad un generale riequilibrio delle ricchezze e della capacità contrattuale delle forze sociali in campo. Lo scrittore francese Jean de La Fontaine diceva che “uno stomaco affamato non ha orecchie per sentire”. Alle volte un aforisma vale più di diecimila elucubrazioni.

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Lo sciopero negli aeroporti di Berlino

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