Il PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) è un programma ideato dall’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, a cui hanno partecipato 24 Paesi nel mondo, tra cui l’Italia e la Germania. Tale programma, tra il 2011 e il 2012, ha portato avanti un’indagine fra 12mila persone allo scopo di conoscere attraverso un questionario e dei test cognitivi specifici le abilità fondamentali della popolazione adulta compresa tra i 16 e i 65 anni, ovvero quelle competenze ritenute indispensabili per partecipare attivamente alla vita sociale ed economica nel 21esimo secolo. Tali test erano volti ad avere informazioni sulle competenze fondamentali degli adulti, in particolare sulla lettura, sulle abilità logico-matematiche e sulle competenze collegate alle tecnologie dell’informazione e comunicazione, fornendo indicazioni su come le persone fanno uso delle competenze non solo nella loro vita personale, ma anche durante la loro attività lavorativa.

Ebbene in base ai risultati di tale indagine, l’Italia vede, fra i Paesi presi in considerazione, il non certo invidiabile primato di essere, assieme alla Spagna, al più basso livello della classifica.

Tullio De Mauro © CC BY-SA 3.0 Andrea Caranti

Il professor Tullio De Mauro, docente universitario nonché ex ministro della Pubblica Istruzione (2000-2001) recentemente scomparso, aveva lanciato già da tempo l’allarme: l’Italia sta diventando una nazione di ignoranti. La percentuale di nostri connazionali in grado, secondo il professore, di comprendere discorsi politici era (ed è) inferiore al 30 per cento. Questo causa un danno economico e produttivo al Paese senza precedenti. “La nostra memoria ha uno spazio limitato, come quella di un computer, ed è selettiva. Se trascuriamo di allenare alcune competenze, tendiamo a perderle, e se siamo fortunati torniamo ai livelli della terza media.
In sostanza, per molti, i cinque anni di liceo vengono completamente cancellati. Almeno per quanto riguarda i campi in cui non lavoriamo
”, spiegava qualche tempo fa De Mauro. All’interno del 30 per cento di meglio alfabetizzati, solo una percentuale modesta ha una buona conoscenza di lingue straniere e di linguaggi tecnico-scientifici. In attesa di indagini mirate e specifiche, si può ipotizzare che solo il 10 per cento della popolazione in età di lavoro capisce bene tecnicismi e forestierismi”, concludeva.

Qui si sta parlando di due tipologie principali di analfabetismo: quello “di ritorno” e quello “funzionale”.

Per “analfabeti di ritorno” si intende quella quota di persone alfabetizzate che, senza l’esercitazione delle competenze alfanumeriche, regredisce perdendo la capacità di utilizzare il linguaggio scritto o parlato per formulare e comprendere messaggi e, in senso più ampio, per comunicare con il mondo circostante.

Gli “analfabeti funzionali” sono, invece, coloro che non sanno usare in modo efficace le competenze di base (lettura, scrittura e calcolo) per muoversi autonomamente nelle situazioni della vita quotidiana.

Le Istituzioni, scolastiche e non, hanno in tempi recenti tentato di porre un qualche tipo di rimedio a questa situazione a dir poco preoccupante, ma mancano fondi e strutture.

In Germania, invece, si calcola che gli analfabeti siano circa sette milioni e mezzo (fra cui sono inclusi gli immigrati), di cui uno nella ricca Baviera. Un terzo del totale sono analfabeti “funzionali”. Circa un quarto di tutti i lavoratori tedeschi hanno problemi di scrittura legale. La maggior parte degli analfabeti sono in una fascia di età tra i 40 e i 64 anni, hanno studiato e lavorano. Ma “non solo le persone scarsamente qualificate hanno questo tipo di problema”, secondo Ursula Klimiont, che si occupa da un decennio della formazione a Norimberga. I centri di recupero esistono, ma queste persone non cercano aiuto, perché si vergognano. Esistono, infatti, a livello federale corsi di alfabetizzazione e lo Stato ha messo a disposizione 1,2milioni di euro nei soli ultimi due anni per tali corsi. Inoltre ben 180 sono i milioni previsti di qui al 2026, sempre per lo stesso scopo, dal ministro per la Formazione e la Ricerca Johanna Wanka (Cdu).

Il problema è molto serio e, forse, un po’ troppo sottovalutato. Almeno a casa nostra.

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Un’intervista al professor De Mauro sull’analfabetismo

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