Lo scorso lunedì il settimanale tedesco “Der Spiegel”, nella sua versione online, ha pubblicato un articolo a firma di Dominique von Rohr dal titolo: “Carriere. Perché i medici italiani temono gli aborti”. Titolo abbastanza esplicativo di quella che è l’attuale situazione su questo tema nel nostro Paese.

Ebbene, stando ai dati pubblicati dal ministero della Salute, a trentanove anni dall’emanazione della Legge 194 del 22 maggio 1978, “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, in Italia la percentuale media dei medici che si rifiutano di praticare l’aborto è del 70 per cento. Percentuale che arriva addirittura a superare il 90 in alcuni ospedali del Sud della Penisola (in Molise il 93,3 per cento, in Basilicata il 90,2, in Sicilia l’86,1, così come in Puglia, Campania e Lazio). Nella Capitale, su cinque ospedali universitari solo uno pratica l’interruzione della gravidanza.

Per questa ragione l’11 aprile 2016 il Comitato europeo dei diritti sociali, organismo del Consiglio d’Europa, ha condannato l’Italia per aver violato il diritto alla salute delle donne che vogliono abortire, riconoscendo che esse incontrano “notevoli difficoltà” nell’accesso ai servizi d’interruzione di gravidanza, anche per l’alto numero di medici obiettori di coscienza.

Nel nostro Paese l’interruzione di gravidanza può essere praticata in una struttura pubblica entro i primi 90 giorni e, se si tratta di un aborto terapeutico, entro il 4° o il 5° mese. Dopo un colloquio effettuato con un medico, lo stesso rilascerà un certificato e ci sarà una pausa di riflessione di sette giorni, proprio per valutare con calma se portare a termine l’interruzione o se ci siano motivi di qualche ripensamento. Se si è minorenni bisogna essere accompagnati da un genitore, oppure nel caso in cui non ci siano i genitori o non li si voglia informare, è l’assistente sociale che si rivolgerà al giudice dei minori per far sì che quest’ultimo rilasci un certificato per l’autorizzazione all’aborto.

La difficoltà di trovare medici disposti ad applicare la legge causa, a volte, il superamento dei termini massimi per praticare l’interruzione di gravidanza. Questo fa sì che le donne che la vogliano fare siano costrette a ricorrere a quella illegale, rischiando multe che possono arrivare ai 10mila euro. Lo scorso anno i deputati Beatrice Brignone e Giuseppe Civati hanno presentato una proposta di modifica della 194, in modo che preveda almeno il 50 per cento di medici non obiettori garantiti in tutte le strutture sanitarie. Come sottolinea “Der Spiegel”, molti medici non obiettori subiscono un vero e proprio mobbing da parte dei colleghi che invece lo sono.

In Germania chi pone fine ad una gravidanza è punito con la reclusione fino a tre anni o una multa, ma se si agisce prima che si completi l’impianto dell’uovo fecondato nell’utero allora non è considerato reato. Tuttavia in casi di particolare gravità è prevista la pena di reclusione da sei mesi a cinque anni. L’aborto non è reato se praticato a scopo terapeutico, ma non oltre le 12 settimane dal concepimento. Esistono comunque casi di particolare gravità medica in cui è possibile intervenire anche dopo tale termine. La questione è regolata dal paragrafo 218 della Grundgesetz, la legge fondamentale tedesca.

Il tema è di centrale importanza per tutte le donne e per la volontà di vedere rispettato un diritto ancora negato dopo quarant’anni, nonostante sia sancito da una legge dello Stato. In un periodo di rivendicazione di diritti, vecchi e nuovi, mi sembra che per questo valga veramente la pena battersi, al di là di ogni schieramento politico. Per tutte le donne, per la giustizia e per la libertà dell’autodeterminazione.

.

La Ru486

Aborto negato in 23 ospedali

Print Friendly, PDF & Email