© damiano meo – archivio fotografico fondazione migrantes

È di questi giorni la polemica fra l’Italia, che lamenta scarso aiuto e quasi nulla redistribuzione presso gli altri Paesi dell’Unione europea dei rifugiati che arrivano praticamente ogni giorno nei nostri porti, e gli Stati membri di un’Europa che sembra dimostrarsi solidale più a parole che nei fatti.

Sono 84.000 i profughi sbarcati in Italia dall’inizio dell’anno con un aumento del 13,43 per cento rispetto all’anno scorso, secondo i dati diffusi dal ministero degli Interni. Di questi oltre 12.000 sono arrivati solo in due giorni della scorsa settimana. Un ritmo decisamente troppo sostenuto che ha spinto il ministro degli Interni italiano, Marco Minniti (Pd), a tornare precipitosamente in Patria mentre era in volo per gli Stati Uniti e a dichiarare, rivolto all’Europa, «Il tempo delle parole si è consumato». Anche il capo dello Stato, Sergio Mattarella, in visita ufficiale in Canada si è così espresso in proposito: «In questi giorni sono arrivate 12mila persone. La situazione è difficile, se si va avanti con questi ritmi, se gli sbarchi non si fermano, il fenomeno diventa ingestibile… Serve la collaborazione internazionale, ma alcuni Paesi dell’Europa restano insensibili». Il

Il Presidente Gentiloni e la Cancelliera Merkel

Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni (Pd), intervenendo ad un congresso della Cisl, ha dichiarato: «Siamo in queste ore alle prese con la difficile gestione dei flussi migratori. Un Paese intero si sta mobilitando, si sta impegnando per governare i flussi e per contrastare i trafficanti. Non per soffiare sul fuoco, ma per chiedere al alcuni Paesi europei di smetterla di girare la faccia dall’altra parte perché questo non è più sostenibile».

Tutto questo allarme, sicuramente giustificato visto il continuo flusso verso le nostre coste e che rischia di far ulteriormente collassare la già difficilissima situazione nei centri di accoglienza, ha fatto sì che l’Ambasciatore italiano presso la Ue, Maurizio Massari (che ha sostituito Carlo Calenda, ora ministro dello Sviluppo Economico) durante un lungo colloquio con il Commissario agli Affari Interni della Ue, Dimitris Avramopoulos, manifestasse l’ipotesi di chiusura dei porti italiani «alle navi non italiane», ossia quelle delle Ong, quelle di “Frontex” e quelle degli altri Paesi che partecipano all’operazione “Eunavformed Sophia”.

Tali dichiarazioni hanno scatenato da una parte una ridda di polemiche fra gli italiani stessi e hanno fatto alzare voci critiche in Europa circa la presunta legittimità di tale provvedimento, dall’altra hanno fatto sì che durante un incontro tenutosi a Berlino lo scorso giovedì, in vista dell’imminente incontro del G20  che si terrà ad Amburgo (questo fine settimana), elogi e promesse di non lasciare l’Italia sola ad affrontare il fenomeno dei flussi migratori sono state ampiamente profuse da tutti i partecipanti alla riunione, ad iniziare dalla Cancelliera Angela Merkel (Cdu), per poi passare al Presidente francese Emmanuel Macron, per finire al Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker che ha definito quello di Italia e Grecia «un lavoro eroico», aggiungendo poi che «non si possono lasciare sole». Già, se non fosse per il fatto che finora gli accordi presi ufficialmente nel maggio del 2015 dal Parlamento europeo sulla redistribuzione dei migranti, che prevedevano una presa in carico da parte dei singoli Stati di 160mila degli stessi (quota successivamente abbassata a 98mila) in due anni, in base a quattro parametri, ossia Pil, popolazione, livello di disoccupazione e rifugiati già presenti sul territorio nazionale di ciascun Paese, non sono mai stati rispettati, ad iniziare dalla Germania che, in base ai parametri di cui sopra, avrebbe dovuto accoglierne oltre il 15 per cento, cioè circa 24.000, e che da gennaio ne ha accolti circa 1.250 (250 lo scorso anno). Il neo Presidente francese invece ha rimandato indietro in Italia 200 su 400 immigrati che la scorsa settimana avevano passato il confine non lontano da Sospel, dove sono stati “catturati”, anche con l’ausilio di cani, e rimandati indietro alle autorità italiane. Nell’incontro di Berlino, d’altronde, così si era espresso: «Noi sosteniamo l’Italia, la Francia deve fare la sua parte sull’asilo di persone che vogliono rifugio. Poi c’è il problema dei rifugiati economici, e questo non è un tema nuovo: l’80 per cento dei migranti che arrivano in Italia sono migranti economici. Non dobbiamo confondere». Come dire l’80 per cento ve lo tenete comunque voi, in barba agli accordi sottoscritti nel 2015.

© damiano meo – archivio fotografico fondazione migrantes

Anche il ministro dell’Interno dell’Estonia (Paese che dal 1° luglio ha assunto la presidenza del semestre dell’Unione) Andres Anvelt lo scorso mercoledì, durante un incontro tenutosi a Tallin con i suoi omologhi europei, così si era espresso circa le richieste d’aiuto italiane: «Non daremo nessuna risposta, ma ascolteremo dall’Italia quali sono stati i cambiamenti quest’ultima settimana» per vedere «come affrontare la questione della protezione delle frontiere, dei porti e le relazioni con la Libia».

Jelpke Ulla © Wikipedia AG Gymnasium Melle

Dopo tutto questo schieramento di voci si è aggiunta venerdì scorso quella rilasciata al “Corriere della Sera” dal ministro italiano delle Infrastrutture e dei Trasporti, Graziano Delrio (Pd), che, smentendo in pratica il proprio collega Minniti, ha dichiarato: «Nessun porto chiuso, lo dico da responsabile della Guardia costiera e delle operazioni di soccorso ai migranti. Non stiamo rinunciando a quei princìpi di umanità che l’Italia ha messo in campo con Renzi e Gentiloni».

Da notare che fra le navi delle Ong ci sono anche le tedesche “Sea Watch” e “Jugend Rettet” che già nelle settimane passate erano state al centro dell’attenzione per via dell’inchiesta del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro. Sempre a proposito di Germania, violente proteste si sono levate da parte della deputata dei Linke Ulla Jelpke contro la decisione del ministro degli Interni, Thomas de Maizìere (Cdu), di mandare a Oslo, il 13 giugno scorso, 41 richiedenti asilo, in prevalenza somali e afgani, che erano entrati nel Paese illegalmente dalla Norvegia. Di qui saranno rimandati nei Paesi d’origine, considerati “sicuri” dai norvegesi.

Strano, perché la Germania al momento non considera più l’Afghanistan come un Paese “sicuro”, e per questa ragione ha bloccato momentaneamente i rimpatri coatti.

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Le dichiarazioni del ministro Minniti

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