Roma potrebbe mettere in pericolo l’Eurozona © Faz

Da molti giorni ormai i giornali tedeschi, ma non solo, lanciano l’allarme per quello che accade in Italia: il risultato delle elezioni italiane mette a rischio l’Europa.

Ecco una godibilissima raffica di titoli tratti dai rinomati “Der Speigel”, “Tagespiegel”, “Die Welt”, “Faz”, “Taz”, “Morgenpost”, “Süddeutsche Zeitung” ecc: “Sarà peggio della Brexit, il debito italiano prosciugherà il risparmio tedesco, arriverà una nuova terribile crisi finanziaria (alias: verrà la morte e avrà gli occhi da pesce lesso di Di Maio), il settimo sigillo, i due incendiari (Salvini e Di Maio) di Roma, Conte incarico Kamikaze, la Francia teme per l’equilibrio dell’eurozona, Berlino mette in guardia Roma dal praticare politiche anti-Europa, Putin intanto esulta, le borse crollanole cavallette, le inondazioni, il Nilo si tinge di rosso, l’Armageddon. Deux Vult!

C’è pure un tale, sembra si tratti di uno di quegli economisti che non ne ha mai azzeccata una in vita sua, che si lamenta perché a suo avviso il mondo non sarebbe abbastanza spaventato dell’esito del voto italiano. I populisti al governo in Italia sarebbero peggio di Trump, Brexit e Kim Jong Un messi insieme. Un vero incubo per i liberal di tutto il mondo i quali, si sa, detengono il “Graal” di tutte le virtù morali e sanno (solo loro naturalmente) distinguere il bene dal male. E allora bisogna avere più paura, perché quella che c’è in giro non basta. Ci vuole più terrore, più panico, più batticuore perché solo così, con la paura, con il terrore, con il panico, con le minacce, le pecore restano buone buone, a farsi tosare nell’ovile. Beee.

L’Italia potrebbe scegliere un ministro dell’Economia euroscettico © Handelsblatt

Non c’è che dire, a questa gente la democrazia fa semplicemente terrore. Sono così abituati a gestire il potere al riparo dalla una alternativa vera, che quando la democrazia si rimette, faticosamente, in moto riaffermando la volontà popolare con un voto democratico (nota bene: è per questo che sono state ideate le democrazie; per esprimere la volontà popolare, non quella dei boiardi), questi si squagliano manco avessero ingerito un flacone di Gutalax.

Quello che manca è una riflessione molto semplice: perché la gente, gli italiani, ma anche gli inglesi a quanto pare, e pure molti tedeschi, sembriamo non amare più l’Europa? Perché la stanno mettendo così brutalmente in discussione? Invece di spargere terrore allo scopo di chiudere le menti, bisognerebbe aprire simposi, aule universitarie, redazioni giornalistiche e invitare la gente a discutere di quello che sta avvenendo sotto gli occhi di tutti.

La verità che verrebbe fuori da un confronto del genere sarebbe quasi terapeutica: non è vero che le persone non amino più l’Europa; non amano questa Europa; vale a dire l’unione tecnico-monetaria che ha preso il posto che storicamente spettava al soggetto geopolitico, i cui ideali ispiratori furono espressi, in parte, dal manifesto di Ventotene. Negli ultimi 30 anni invece di Europa si è parlato di meccanismi economico-finanziari, di tecniche bancarie, di destrutturazione del lavoro, di liberalizzazioni, di integrazioni monetarie e di mercati azionari. In altre parole, si è parlato e deciso della gabbia d’acciaio di weberiana memoria, senza definire ciò che doveva starci dentro. Come se il conten

Altiero Spinelli ©Flickr

uto fosse superfluo. Come se dentro alla gabbia non ci dovesse stare nulla. E in effetti è proprio così.

Dentro la gabbia non c’è uno Stato federale ad esempio, con un governo eletto, un ministero degli Esteri, una politica fiscale, una strategia geopolitica. Ma non ci sono nemmeno più le sovranità nazionali di un tempo, indebolite dalla perdita della sovranità monetaria – e di default dalla perdita di autonomia di scelta in campo economico – e dalla perdita del controllo dei confini. Non ci sono i trasferimenti di ricchezza, previsti in qualsiasi Stato federale che si rispetti, dalle zone favorite dalle scelte di politica economica a quelle penalizzate, ma non c’è neanche il ruolo della Banca centrale europea come prestatore di ultima istanza per sostenere il debito dei Paesi più fragili (Eurobond) ed evitare speculazioni sui mercati finanziari. C’è invece un accanimento ottuso contro le debolezze strutturali di certi Paesi, vedi crisi greca, e un lassismo sospetto nei confronti delle economie forti che si approfittano del loro ruolo dominante, vedi la mancanza di penalizzazione della Germania in seguito allo sforamento continuo del surplus commerciale. C’è poi, questo c’è, un meccanismo ben rodato che tutela le grandi imprese, i grossi gruppi finanziari, gli azionariati più ampi, le banche d’affari, le carriere e il riciclo dei politici. Stop.

Ma invece di affrontare questi temi scottanti, aprire discussioni di amplio respiro per cercare le soluzioni che potrebbero salvare l’Europa, i media europei spargono il veleno della paura. Nel farlo ricordano per accenti e linguaggio i media degli ex regimi comunisti verso la fine degli anni Ottanta quando, mentre la gente protestava chiedendo a gran voce riforme, definivano i manifestanti “provocatori fascisti” (oggi si usa il termine populisti) ripetendo fino alla nausea lo slogan: o questo comunismo o barbarie.

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L’Italia contro l’Europa?

© Youtube Phoenix

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