angela merkel nel 2015 © youtube phoenix tv

Dal settembre del 2015, quando la Cancelliera tedesca Angela Merkel (Cdu) aprì le porte a centinaia di migliaia di profughi, per lo più provenienti dalla Siria, di acqua ne è passata sotto i ponti della Sprea. Da quel “Wir schaffen das (possiamo farcela) ad oggi la Germania ha in più occasioni fatto i conti con problemi logistici e sociali, che all’epoca non sembravano poter scalfire il consenso tributato ad un gesto dai più considerato come umanitario fatto dalla donna più potente d’Europa.

Ma le cose cambiano, anche nell’apparentemente granitica Germania. A contribuire al cambiamento ci hanno pensato alle elezioni dello scorso 24 settembre, fra le altre cose, l’ascesa di partiti cosiddetti “populisti” come l’AfD, il crollo della più antica socialdemocrazia europea, quella dell’Spd (e questi due eventi sono in parte legati alla questione inerente l’accoglienza), e il fatto che, forse, il Paese inizia a sentire la necessità di un cambiamento di rotta dopo il lungo regno di Merkel.

Thomas de Maizière © CC BY-SA 3.0 Olaf Kosinsky

Fatto sta che ora i funzionari tedeschi stanno volando in tutto il mondo per far aderire i Paesi di provenienza dei profughi ai programmi di riacquisizione dei propri connazionali. Il predecessore dell’attuale ministro degli Interni, Horst Seehofer (Csu), il cristiano democratico Thomas de Maizière (Cdu), aveva fatto tanto per far sì che ci fossero ritorni volontari nei Paesi d’origine. Ciononostante il numero di tale tipo di rimpatri è calato sempre più. I rimpatriati non ricevono denaro in mano, ma possono chiedere aiuto per i costi dell’alloggio una volta tornati in patria. Ma il denaro da solo non è abbastanza. Il ministero federale dell’Interno si sta ora concentrando maggiormente sulla cooperazione con il ministero dello Sviluppo. Fa parte anche del “piano generale” di Seehofer, con il quale desidera tenere sotto controllo l’argomento della migrazione. Il governo federale ha migliorato molti aspetti della sua politica in materia di asilo e ha concluso accordi con i Paesi di origine. Con la Georgia, ad esempio, tutto ora richiede solo pochi secondi, invece di inviare i dati personali per posta. Accordi sono in corso anche con la Costa d’Avorio e il Mali. La Germania sta inoltre lavorando al problema insieme al Marocco, dove lo scorso anno sono state rimpatriate quindici volte più persone che nel 2016.

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In totale i rimpatri sono stati 634, ma il numero assoluto è diminuito nell’ultimo anno a causa di casi complicati, soprattutto provenienti dagli Stati africani. Centinaia di migliaia di casi di questo tipo sono attualmente sotto giudizio. Molti sono di afghani. Ben 255.000 di loro ora vivono in Germania e gran parte non ha diritto di rimanere. Le autorità dell’immigrazione a volte hanno persino paura del rimpatrio, ad esempio quando si tratta di uomini violenti che sono stati accusati di reati. A Berlino o in tutto il Brandeburgo non esiste un solo centro di detenzione. Ecco perché sempre più persone si trasferiscono nella Capitale: non vi è alcuna minaccia di espulsione. Ma le migrazioni non possono essere controllate solo con i rimpatri. Ecco perché in molti negli ambienti di alcuni partiti politici sono favorevoli ai controlli alle frontiere europee. Di questo argomento se n’è discusso nella riunione a parte chiuse del governo federale che si è tenuto nel castello di Meseberg. Le guardie di frontiera dovrebbero respingere tutti coloro che entrano da un Paese terzo sicuro. Per il momento il ministro dell’Interno non consente alla polizia di farlo. Se la Germania chiudesse le sue frontiere, allora non solo l’accordo di Schengen sarebbe finito, ma con esso il nucleo centrale dell’Unione europea. Per questa ragione a livello europeo la Germania insisterà affinché il regolamento di Dublino sia rapidamente riformato. Secondo Dublino III, infatti, lo Stato in cui il rifugiato è entrato per la prima volta è per lui responsabile. Ma il rinvio in questi Stati ha funzionato solo una volta su dieci. La Commissione europea dice di voler porre fine a ciò, così come alla ridistribuzione non solidale. Si richiede un Dublino IV: un richiedente asilo dovrebbe quindi essere in grado di presentare domanda in un solo Paese, con diritto a un colloquio personale e assistenza legale gratuita nel procedimento. Se un Paese fosse sovraccarico, altri Stati dovrebbero prendersi la responsabilità, pena il pagamento di una multa. Inoltre gli Stati della Ue dovrebbero concordare un elenco di Paesi di origine sicuri. Ora come ora la Gran Bretagna pensa che il Kenya e la Sierra Leone siano sicuri, ma solo per gli uomini. I Paesi Bassi considerano gli Stati del Maghreb sicuri, purché non si sia omosessuali o transgender.

Horst Seehofer © Kremlin.ru

Intanto, per il momento, la Baviera sta nuovamente costruendo una polizia di frontiera, in collaborazione con la polizia federale. Sotto la guida di Seehofer, il ministero federale dell’interno è particolarmente interessato a garantire che ci siano più partenze volontarie. Inoltre il Ministero è sicuro che saranno creati i centri di detenzione preventiva, secondo l’accordo di coalizione. Il primo è previsto in autunno. Lì i migranti in arrivo dovranno essere assistiti e sottoposti a rapide procedure di asilo. Audizione e controlli, tutto dovrebbe accadere in un unico luogo. Chi ottiene protezione, verrà distribuito ai comuni. Gli altri resteranno lì fino al volo di ritorno. Il tutto senza chiudere i confini.

Ora la domanda da porsi è: ce la farà l’Europa?

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Ascolta il file audio

Lettura di Leopoldo Innocenti

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Il ministro Seehofer a Meseberg

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