L’Italia non è il Paese al mondo che ha oltre il 60 per cento dei beni artistici mondiali, come si dice in genere, ma senz’altro ha il maggior numero di siti considerati patrimonio dell’umanità certificati dall’Unesco. Per la precisione ne abbiamo 51, superando la Cina (50), la Spagna (45), la Francia e la Germania (rispettivamente 42 e 41). Abbiamo inoltre un sistema di oltre 423 fra musei e monumenti statali, con oltre 50mila beni archeologici e architettonici vincolati.

Non saremo il Paese con la maggioranza assoluta del patrimonio culturale, tuttavia rivestiamo un ruolo centrale in questo settore, e la centralità non risiede nella quantità, ma piuttosto nella qualità del patrimonio. Soprattutto per tre fattori diversi che sono l’armonia secolare tra le città e il paesaggio, la forte presenza nel territorio del patrimonio e dei valori ambientali, e l’uso continuo “in situ” di chiese, palazzi, statue e quadri. In Italia, i musei non contengono che una piccola porzione del patrimonio artistico che è sparpagliato nelle città e nelle campagne. In questo insieme che è il frutto di un accumulo plurisecolare di ricchezza e civiltà, il totale è superiore alla somma dei singoli elementi. Esiste tuttavia un quarto fattore non meno importante, è il «modello Italia» della cultura e della conservazione del patrimonio.

Tutta questa ricchezza, tuttavia, è messa fortemente in pericolo, soprattutto nelle grandi città d’arte e nei luoghi paesaggistici di maggior interesse, dall’alto flusso di turisti che s’avventano nei principali luoghi d’arte, portati da organizzate agenzie del settore per far consumare loro per lo più una tipologia di turismo “mordi e fuggi”, arrivando fin nelle cuore delle città con mezzi di locomozione come pullman o, nel caso di quel gioiello unico al mondo che è Venezia, con le enormi navi da crociera fin davanti piazza San Marco.

Questo fenomeno è ormai di tale portata che perfino il maggior quotidiano economico tedesco, l’“Handelsblatt”, ha deciso di approfondire la questione, soprattutto in merito all’intenzione da parte di alcuni sindaci di voler limitare l’afflusso dei visitatori in determinate aree d’interesse storico dei centri cittadini. Non solo Venezia e Firenze, i cui sindaci Luigi Brugnaro e Dario Nardella vogliono far pagare un biglietto per l’entrata in Piazza San Marco o proibire ai turisti di mangiare per le scale di fronte alla chiesa di Santa Croce nel capoluogo fiorentino.

La “via dell’amore”

Purtroppo è molto noto il fenomeno delle grandi navi da crociera o dei grandi yacht privati che solcano le acque della laguna veneta, arrivando fin a Piazza San Marco, e che distruggono l’ecosistema marino estremamente delicato, solo per permettere ai turisti di arrivare comodamente dal ponte della nave direttamente sulle calli della città. Così come è noto il problema dei torpedoni che a Roma portano i pellegrini fin davanti alla basilica di San Pietro o ai Musei Vaticani, causando non pochi problemi al già congestionato traffico cittadino, oltre che un aumento dello smog altamente inquinante. Ma la questione non è solo per le grandi città, nota il quotidiano di Düsseldorf. Anche altri siti sono in pericolo. Ad esempio la zona ligure delle Cinque Terre dove, ricorda, durante il periodo della scorsa Pasqua si sono avute fino a 4mila persone al giorno che hanno solcato il sentiero della cosiddetta “via dell’amore”. Decisamente troppe per un posto così piccolo e così delicato da un punto di vista ambientale.

“Quale la soluzione?”, si chiede il quotidiano tedesco. La domanda non trova una risposta univoca, anche perché il turismo in Italia rappresenta un fattore economico non indifferente. Al contrario di quanto sosteneva l’ex ministro dell’Economia del Governo Berlusconi, cioè che con “la cultura non ci si mangia”, quello del turismo è un settore che vale 171 miliardi di euro, pari all’11,8 per cento del Pil e al 12,8 per cento dell’occupazione. Secondo i dati del MIBACT, nei musei italiani durante il 2016 ci sono stati 44,5milioni di visitatori, per un controvalore di circa 45milioni di euro di biglietti venduti. Il potenziale potrebbe essere senz’altro maggiore (le carenze nel settore sono abbastanza note), ma per valorizzare un tale patrimonio, in primis, occorre proteggerlo dallo sfruttamento indiscriminato che potrebbe danneggiarlo irrimediabilmente. Se ne sono accorti anche i tedeschi, ce ne dovremmo accorgere noi per primi.

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Le grandi navi a Venezia

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