Mario Monti © CC BY-SA 3.0 Zinneke

In un’intervista rilasciata all’edizione online di “Der Spiegel”, l’ex premier italiano Mario Monti ha delineato il quadro europeo attuale e quelle che dovrebbero essere, a suo parere, le soluzioni migliori per porre rimedio alla indubbia crisi che l’Europa sta vivendo, tanto da un punto di vista economico che da quello politico.

Un lungo discorso, quello del senatore a vita, a partire dai “populismi” che stanno crescendo nel nostro continente: troppa poca politica a lungo termine e, al contrario, troppa rincorsa a seguire il sentimento del popolo, attaccando le istituzioni europee attraverso i 140 caratteri di un tweet. Il riferimento all’ex premier Matteo Renzi par fin troppo chiaro. I cittadini sono delusi dall’idea dell’Europa. Come riconquistare la loro fiducia in Bruxelles? Semplice. Occorre che i leader degli Stati nazionali dicano al Consiglio europeo: “Dobbiamo svegliarci e dare di più”. Dice poi il professore che la Germania non voleva entrare nella moneta unica (ad eccezione di Helmut Kohl), e che Italia e Francia dovrebbero ricordarselo quando pensano che la il Paese della Cancelliera Merkel vuole dominare attraverso l’euro gli altri Stati. Forse, però, il senatore Monti non ricorda esattamente come si svolsero i fatti all’epoca.

Ciampi – Carli ©Treccani.it

L’entrata nell’euro fu infatti decisa con il trattato di Maastricht (7 febbraio del 1992, ma entrato in vigore nel 1993). Allora ministro dell’Economia del Governo Andreotti era, Guido Carli (quello che oggi si definirebbe un tecnico prestato alla politica), che assieme all’allora Governatore della Banca d’Italia, Carlo Azelio Ciampi, fu incaricato di rappresentare l’Italia nel corso dei negoziati di Maastricht. Fu Carli che riuscì a far accettare un’applicazione del trattato che fosse “dinamica”, nel senso di lasciare ai governi degli Stati membri, la “sovranità” nel decidere in quale maniera perseguire gli obiettivi fissati nel trattato stesso. Tra i quali, per esempio, gli obiettivi “di convergenza”, ossia le procedure da seguire per allinearsi con i parametri fissati a Maastricht, in materia di disavanzo del bilancio pubblico. Questi ultimi prevedevano che il deficit di bilancio di uno Stato, non potesse “sforare” il tetto, secondo molti stabilito in modo del tutto arbitrario, del 3 per cento del Pil (prodotto interno lordo). In sostanza, agli Stati che avessero adottato l’euro, veniva concessa la possibilità di aumentare le “uscite” rispetto alle “entrate”, ma fino ad un limite massimo del 3 per cento del Pil. Tale interpretazione del trattato non era la stessa che avrebbero voluto i cosiddetti “falchi” della Bundesbank, guidati allora da Karl Otto Pöhl. Un’interpretazione per così dire “meccanicistica”.

Romano Prodi © CC BY-SA 4.0 Niccolò Caranti

Successivamente però, dal Governo guidato da Romano Prodi, con ministro del Tesoro sempre Carlo Azelio Ciampi, furono accettati nel 1997, esattamente il 15 giugno, una risoluzione e due regolamenti, il 1466 e il 1467 con i quali veniva introdotto quello che oggi viene comunemente chiamato “Patto di Stabilità”, fortemente voluto dalla Germania. La risoluzione prevedeva che gli Stati membri s’impegnassero a evitare disavanzi eccessivi, ma i regolamenti modificavano l’applicazione del cosiddetto “vincolo esterno”, voluta da Carli e accettata dai firmatari di Maastricht. Ossia, si limitava la sovranità dei governi, sottraendo loro l’autonomia di scelta in materia di politica economica. Come? Attraverso l’introduzione di norme che conferissero alla Commissione europea il potere di sorveglianza sui bilanci dei singoli Stati e prevedessero l’avvio di procedure per “disavanzi eccessivi”. Con queste ultime venivano sanzionati, “nella misura di un minimo dello 0,2 e un massimo dello 0,5 per cento del Pil”, quegli Stati che avessero “sforato” i criteri su deficit e debito previsti a Maastricht. Nei regolamenti per la prima volta apparvero termini come “allarme preventivo”, “costante sorveglianza”, “effetto dissuasivo” e “sanzioni finanziarie” dei quali non vi era alcuna traccia all’interno del Trattato di Maastricht. A volerli fu la Germania per “mettere in sicurezza la stabilità del sistema monetario europeo”, si disse all’epoca. In pratica fu accettato che dei regolamenti, norme di rango inferiore, modificassero il trattato stesso, norma di rango superiore (un po’ come se un semplice regolamento modificasse il testo della Costituzione). I più maliziosi ci videro nell’accettazione italiana di tali cambiamenti ad opera di Romano Prodi come uno scambio con la sua futura elezione a presidente della Commissione europea (settembre del 1999), incarico oggi ricoperto da Jean-Claude Juncker.


©-CC-BY-SA-3.0-Bundesarchiv-Engelbert

Ritornando a Monti non ricorda forse bene, dicevamo, il fatto che l’Italia non avesse all’epoca i requisiti imposti dal trattato e dai suoi regolamenti per entrare nella moneta unica, eppure il Cancelliere Kohl e il suo ministro delle Finanze Theo Waigel, assieme al presidente della Bundesbank, Hans Tietmeyer si adoperarono non poco per credere alle cifre presentate da Ciampi. Sul perché c’è chi ritiene che fosse lo stesso Kohl che, in vista delle elezioni politiche contro l’euro scettico Schröder, volesse insistere sull’unione monetaria prima delle elezioni del 1998, o chi invece ipotizza che la Germania non desiderasse un battitore libero, estremamente competitivo come l’Italia nel campo manifatturiero, fuori dell’area della moneta unica.

La Germania, secondo Monti, essendo già il Paese leader in Europa, dovrebbe assumere un ruolo di leader responsabile, accettando contro le proprie ritrosie questo ruolo. “La Germania dovrebbe definire i propri interessi a lungo termine in un’Unione europea forte, ma più ampia e più completa. Obiettivo principale della Germania dovrebbe essere quello di stare al centro di un’Ue solida, varia ed equilibrata”. Il tutto accettando delle modifiche al “Patto di stabilità”, pretendendo in cambio un più rigido controllo da parte della Ue su Paesi come la Francia e la Spagna che lo violano di continuo.

Thomas Mann, in un discorso tenuto nel 1953 all’Università di Amburgo, esortava i giovani tedeschi a desiderare di vivere  “…nicht zu einem deutschen Europa, sondern zu einem europäischen Deutschland”, ossia non in un’Europa tedesca, ma in una Germania europea. Sarà così saggia la Germania di Frau Merkel da seguire i consigli del grande scrittore tedesco?

.

Thomas Mann e la Germania che auspicava. 1953 © Bundesarchiv

Print Friendly, PDF & Email