Quando gli economisti parlano di tasso d’inflazione in crescita o calo molte persone non sanno neanche di cosa si stia parlando, perché l’Economia è una di quelle materie “tecniche” che o si amano, o si disprezzano a tal punto da non tenerle affatto in considerazione. Se vogliamo spiegare in parole povere cosa sia l’inflazione (dal latino inflatio, ossia enfiamento, gonfiatura”, derivato da inflare cioè “gonfiare”) possiamo dire che è l’aumento prolungato del livello medio generale dei prezzi di beni e servizi in un dato periodo di tempo, che genera, o dovrebbe generare, una diminuzione del potere d’acquisto della moneta.

Mario Draghi © CC BY-SA 2.0 World Economic Forum

Ebbene ci si accorge dell’inflazione principalmente dall’aumento dei prezzi di ciò che consumiamo: comprare il latte o il formaggio in un supermercato, fare il pieno di benzina per la macchina, acquistare il biglietto dell’autobus o, perché no, programmare la nostra prossima vacanza ci fanno capire in modo tangibile che qualcosa è cambiato. Questo lo avvertono anche quanti abitano nella ricca Germania, dove l’inflazione generalmente è più bassa che da noi in Italia (dove il tasso medio è stato finora dell’1,42 per cento). Quello tedesco è di circa l’1 per cento, ma ha toccato punte anche del 2,2 a febbraio scorso, per poi scendere leggermente nel mese di aprile al 2 per cento. Lo scorso mese era comunque dell’1,6 per cento superiore allo stesso periodo dello scorso anno. Comunque secondo i calcoli della Bundesbank per il 2017 il tasso medio d’inflazione dovrebbe aggirarsi intorno all’1,5 per cento, ossia 0,4 punti sopra rispetto al 2016.

La Germania imputa parte di questo andamento dell’inflazione, e quindi dei prezzi, ai bassi tassi d’interesse che sta applicando la Banca centrale europea e il suo presidente Mario Draghi sul costo del denaro (praticamente prossimi allo zero). Soprattutto, secondo gli analisti tedeschi, a soffrirne sarebbero il comparto assicurativo e i risparmiatori. Ma le cose stanno proprio così? Se è vero che un basso costo del denaro penalizza il piccolo investitore, dall’altra se ne avvantaggia il sistema Paese nel suo complesso.

Hans Werner Sinn © CC BY-SA 2.0 blu-news.org

Hans-Werner Sinn, famoso economista tedesco, fino al 2016 Presidente dell’Ifo, l’Istituto di ricerca economica di Monaco di Baviera, sostiene che la moneta causi l’inflazione. Quindi quando nei Paesi periferici (Italia inclusa, per capirci) arrivano i capitali l’inflazione cresce e si creano quei differenziali (inflattivi) che sarebbero all’origine del vero problema: le crisi della bilancia dei pagamenti (squilibri esterni) dei Paesi europei. Solo che il professor Sinn dimentica che tali squilibri c’erano anche prima dell’entrata nell’Euro, e che anzi da allora sono diminuiti. In buona sostanza la differenza del tasso d’inflazione fra i diversi Paesi dell’Unione che c’era prima dell’Euro era maggiore di quanto non lo sia oggi. E se l’inflazione, come sostengono gli economisti tedeschi, Sinn in testa, è il male assoluto per l’economia, c’è da dire che quella di Paesi come la Grecia o come l’Italia è stata mediamente più bassa di quella della stessa Germania o di altri Paesi “virtuosi” come la Francia, l’Austria o la Finlandia (che addirittura voleva pignorare il Partenone). Dunque se ne deve dedurre che non sia vero, come sostiene il prof. Sinn che l’inflazione dei Paesi del Sud Europa sia la causa dei mali economici della Germania.

In realtà il tasso fisso di cambio dell’Euro rappresenta un vantaggio notevole per l’economia tedesca, perché in un sistema di cambi fissi (e l’Euro lo è) chi forza una deflazione (l’abbassamento generale dei prezzi) sta praticando una svalutazione reale competitiva. E la Germania lo ha fatto per lungo tempo, infatti storicamente la svalutazione della moneta non è vero che ha aumentato l’inflazione (quindi i prezzi), anzi! Fu lo stesso guru dell’Euro e dell’Europa, il prof. Mario Monti che disse, all’indomani della svalutazione della Lira da parte dell’Italia di ben circa il 20 per cento nel 1992 (tra il 20 e il 30, in base al sistema che si prende a riferimento: Ecu, Marco, ecc.), che “la svalutazione ci ha fatto bene”. Ed in effetti l’inflazione l’anno successivo scese dal 5 al 4 per cento e non salì, come genericamente si sostiene.

Il cambio fisso, 1 a 1 per tutti i Paesi dell’Unione, non è un bene per tutti. Soprattutto delle economie periferiche, come quella italiana per esempio. All’inizio si avvantaggiano di una stabilità monetaria perché diventano più attrattive per i capitali privati, ma successivamente, continuando a comprare beni dei Paesi con un’economia solida come quella tedesca (che ben inteso e a scanso di equivoci è per merito suo che sia più forte, perché fa prodotti ottimi e quindi richiestissimi), si impoveriscono e si indebitano sempre più per acquistare tali prodotti. Non è un caso che la Germania abbia un surplus commerciale verso l’estero oltremodo fuori misura e circa il 60 per cento è verso i Paesi europei. Il solo problema è che con un tasso fisso d’interesse la moneta tedesca, ossia la nostra stessa, rimarrà sempre più competitiva non rivalutandosi (permettendo alle altre economie di diventare più competitive sul mercato internazionale). Il merito di ciò è l’Euro, che conviene alla Germania che rimanga basso e non si apprezzi. Quindi un prezzo basso della valuta avvantaggia e non svantaggia la Germania, che è un esportatore netto di merci e capitali. Herr Sinn sembra ignorarlo.

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La Germania, l’Euro e la Bce: un altro punto di vista

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