Christian Richter

Christian Richter

La prima cosa che viene in mente guardando gli scatti del fotografo tedesco Christian Richter, è il volto stanco, impaziente e malinconico, di un anziano artista pietroburghese. In mezzo ai motivi di quella carta da parati rossa, tra il kitsch e il sontuoso, erano appesi qui quadri, lì schizzi a carboncino, figure umane e aliene, espressionismo e surrealismo. Tra questi ricordi visivi si sentono riecheggiare le parole quasi sussurrate di quegli occhi anziani, ma vivaci, che descrivevano l’incantevole sgretolamento dei palazzi signorili pietroburghesi con un’ammaliante metafora: l’immagine delle “candele quando si sciolgono e la cera piano piano scivola giù”.

L’Isola Vasilevskij, una delle zone più suggestive di San Pietroburgo, è piena di questi antichi palazzi nobili, sottratti agli aristocratici durante la Rivoluzione e adibiti ad abitazioni condivise, le “kommunalki”, destinate alla classe operaia, in cui tuttora famiglie intere vivono in una stanza, accanto a quella di uno studente, o un alcolizzato, o un poeta (spesso coincidono), o un’anziana sola ed instancabile, o un vecchio artista incompreso e disilluso, rassegnato all’ex regime sovietico e all’attuale omologazione consumistica, ma allo stesso tempo fiero di creare senza compromessi nella sua povertà liberatoria.

© Christian Richter

© Christian Richter

Il nesso tra questi ricordi e le fotografie di Christian Richter sono gli antichi edifici della ex Germania comunista dell’Est (DDR) che costellano – insieme a tanti altri edifici fatiscenti sparsi in tutta Europa – la pagina Instagram del fotografo.

Dopo la caduta del Muro di Berlino, Christian, 14enne, inizia a esplorare palazzi abbandonati, teatri in disuso, vecchi ospedali psichiatrici e ex impianti industriali, finché un amico gli regala una macchina fotografica. Da quel momento la sua passione per l’Urbex – dall’inglese Urban Exploration, ossia la pratica di intrufolarsi in edifici abbandonati e pericolanti – acquista colori, linee, prospettive e contrasti. Il fascino di quegli spazi sgretolati, memori di un antico splendore in declino e simbolo di un’epoca in tramonto, gli ricordano come “tutto sia effimero” e come la vegetazione entri silenziosamente dalle crepe dei muri e dalle fessure delle finestre, per invadere quei saloni fastosi, ricoprendo, gradino dopo gradino, la sfarzosità dei corrimani.

© Christian Richter

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Le fotografie sono a dir poco eloquenti: la decadenza degli edifici si riflette sugli occhi di chi osserva, e dal grandangolo dell’obbiettivo le prospettive penetrano nella retina degli spettatori, che assistono così quasi direttamente al tramonto di un’epoca. È a questo filo conduttore che Richter si affida completamente: pare infatti che il fotografo non sia di molte parole, lasciando i suoi scatti e i suoi progetti privi di didascalie o descrizioni. Sul suo sito si definisce semplicemente un autodidatta che dal 2011 si dedica alla “fine architecture and landscape photography.

Dopo la riunificazione della Germania molti decisero di trasferirsi nella Germania Ovest, e la manutenzione dei palazzi abbandonati non rientrava né nel budget né nelle priorità del nuovo Stato tedesco che, seppur indebolito, con tenacia iniziò a risollevarsi. Edifici dismessi di questo genere, tuttavia, sono disseminati altrove in Europa, dove Christian Richter ha effettuato molti dei suoi scatti, pur non rivelando mai l’ubicazione delle strutture per proteggerle da atti di vandalismo (si dichiara comunque disponibile a fornire le dovute informazioni a chi si dimostri interessato a restaurarle).

© Christian Richter

© Christian Richter

Oltre all’ammaliante malinconia, resta l’amaro in bocca: continuo abbandono di edifici più continua edificazione di nuovi equivale a una perenne cementificazione di terreno, processo che in Italia, secondo l’ultimo rapporto dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), viaggia alla velocità di 6 metri quadrati al secondo e interessa 21.100 chilometri quadrati del Belpaese, con una maggiore concentrazione del fenomeno nel Settentrione. All’inesorabile consumo di suolo spesso non si trovano giustificazioni né motivazioni valide, se non il consumismo dell’uomo che irreversibilmente divora la terra su cui cammina, risorsa fondamentale da cui trae nutrimento.

Il disegno di legge approvato lo scorso 12 maggio alla Camera pur con delle critiche del M5S che con uno striscione “basta bugie” contestano l’inefficacia del ddl, in quanto sembri incentivare la cementificazione di suolo agricolo senza bloccare quanto previsto per i prossimi anni nei piani urbanistici – punta all’azzeramento del processo di cementificazione entro il 2050 e alla conversione della funzione dell’edilizia verso la riqualificazione di strutture già esistenti, piuttosto che alla costruzione di nuove. Ora si attende l’approvazione da parte del Senato e un’eventuale rettifica del provvedimento, che tra le altre affida agli agricoltori un ruolo centrale nella tutela dell’ambiente e dell’equilibrio idrogeologico. Sul sito dell’ISPRA tutti i dati del fenomeno e i dettagli sulle direttive comunitarie.

Tutte le foto nella Gallery sono © Christian Richter

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