Monaco di Baviera © il Deutsch-Italia

Monaco di Baviera © il Deutsch-Italia

Amburgo, Francoforte, Stoccarda e Monaco sono già alle prese con le conseguenze delle dannose emissioni di NO2 (biossido di azoto) dei motori diesel. In Germania vi sono 13,23milioni di auto diesel in circolazione, ma di queste sono soltanto 3,8milioni hanno l’euro-norma 6 che le autorizza a circolare nei centri delle città. Tutte le altre non saranno autorizzate a circolare se prima non saranno messe in grado di rispettare le norme ambientali con interventi tecnici che avranno un costo oscillante tra 1.400 e 3.300 euro. La domanda è chi pagherà questi costi? L’industria tedesca dell’auto si è sinora rifiutata di farlo e, da parte loro, i proprietari delle vetture non vogliono nemmeno sentirne parlare. La DIHT – Camera Tedesca di Commercio e Industria – sta cercando quindi di promuovere un compromesso, suggerendo di prelevare i mezzi finanziari necessari dai fondi fiscali del Bund, sostanzialmente quindi facendo pagare il costo allo Stato.

VW Tiguan VW © il Deutsch-Italia

VW Tiguan VW © il Deutsch-Italia

Nel corso del mese di settembre in Germania dovrebbero iniziare almeno due importanti processi sullo scandalo del “dieselgate”. Il motore diesel, definito anche come motore ad auto accessione, fu inventato nel 1892 dall’ingegnere Rudolf Diesel, e soltanto nel 1936 fu montato per la prima volta in un’auto di serie, una Mecedes-Benz 260D. Bisogna arrivare però fino agli inizi di questo millennio per giungere alle sue criminose manipolazioni, quando l’industria tedesca dell’auto e della sua componentistica capì che un simile motore non avrebbe mai potuto superare le leggi ambientali che nel frattempo si erano fatte molto severe. Il più importante, per non dire decisivo, processo è quello che si svolgerà prossimamente nella sede del Bundesgerichtshof di Karlsruhe, che è la più alta istanza giudiziaria della Repubblica federale tedesca nel settore civile e penale. È il primo processo che un acquirente di una vettura Tiguan, l’installatore Harald Götze di Stoccarda, è riuscito a portare avanti contro il gruppo Volkswagen, ignorando tutte le offerte di compromesso fatte dell’industria tedesca, fino ad arrivare davanti ai giudici del Bundesgericht. Inoltre è il primo vero e grande processo che si avrà in Europa dopo la truffa scoperta nel settembre 2015 dagli americani, e che al gruppo di Wolfsburg è costata sinora negli USA circa 30miliardi di dollari. Se andrà male anche a Karlsruhe a “VW &Co.” saranno almeno altri 30miliardi di euro che la Volkswagen e altri produttori dovranno pagare anche in Europa. Fa da sé che una simile sentenza avrebbe incalcolabili conseguenze per il gruppo Volkswagen, che sinora soltanto in Germania ha venduto oltre 13milioni di auto diesel, contro le 600mila vendute nel USA.

Sono trascorsi ormai tre anni dalla scoperta del “dieselgate” e ancor oggi il normale cittadino europeo continua a chiedersi come sia stato possibile che i manager dell’industria automobilistica tedesca abbiano potuto ledere in modo così grave, con l’evidente complicità dei politici nazionali e di quelli di Bruxelles, i diritti dei cittadini europei, autorizzando la circolazione di auto diesel taroccate che soltanto sulla carta simulavano il rispetto delle leggi ambientali. Per fortuna anche gli europei hanno capito, pur con un grave ritardo, quali danni possano derivare qualora nella mente dei supermanager si faccia strada la sensazione di possedere un potere di fatto illimitato.

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Complotto impresa-politica

Martin Winterkorn © CC BY-SA 3.0 Volkswagen AG WC

Il caso dell’ex amministratore delegato (ad) VW Martin Winterkorn è esemplare per capire come un manager possa arrivare a non essere più in grado di distinguere tra il bene e il male della sua politica imprenditoriale. Dimessosi di “sua iniziativa”, dopo la scoperta del “dieselgate”, Winterkorn ha ancor oggi la sfacciataggine di continuare a sostenere di non essere mai stato informato della colossale truffa di cui nessuno saprà mai dire quante morti premature abbia effettivamente provocato. Evidentemente il cinico e arrogante ex-ad non si è mai chiesto quanto le sue decisioni siano costate in termini di salute ai cittadini delle grandi metropoli mondiali. Il vero problema è stato il venir meno del senso di enorme responsabilità di cui i supermanager al vertice dei grandi gruppi sono investiti e il fatto che, indipendentemente dalla validità e dalla correttezza della gestione, alla fine la liquidazione e la pensione sono state calcolate soltanto sulla base del successo economico e non sul significato sociale dell’impresa. Non sappiamo ancora come finirà il caso Winterkorn, ma continuiamo per il momento a sperare in una fine diversa da quella del suo successore Matthias Müller, il quale dopo un’attività di soltanto qualche mese come presidente del consiglio di direzione del gruppo si sta godendo una pensione di 3.000 euro – badate bene – al giorno! Vale dire oltre un milione di euro all’anno!

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Immagine VW danneggiata

Volkswagen sotto controllo © il Deutsch-Italia

Volkswagen sotto controllo © il Deutsch-Italia

Negli USA per aver violato le severe leggi ambientali con la vendita di soltanto 600mila automobili diesel, la Volkswagen è stata costretta a pagare penali e risarcimenti per circa 27miliardi di dollari. In Europa dove le sue vendite di auto diesel superano i dieci milioni di unità, il gruppo VW ha pagato sinora soltanto l’ammenda di un miliardo di euro in Germania e il resto è ancora tutto da vedere, Italia compresa. In Europa i processi sono in ancora in fase d’istruttoria e saranno ovviamente seguiti dalle istanze di appello. Ne avremmo ovviamente per anni. La truffa è gravissima a causa dei danni alla salute pubblica europea, anche con il concorso della Bosch di Stoccarda, grande e prestigioso gruppo tedesco di tecnologia e servizi con 403mila dipendenti e 78miliardi di euro di fatturato a livello mondiale nel 2017. È della Bosch, infatti, il brevetto del famigerato software installato su tutti i motori diesel del gruppo VW. Un congegno elettronico che durante le omologazioni dei motori diesel attestava un perfetto rispetto dei limiti di emissione dei gas di scarico (soprattutto del velenoso biossido di azoto -NO2) e per poi dar loro via libera quando l’auto correva liberamente su strada. La Bosch dovrebbe ora esaudire a una richiesta del tribunale di Stoccarda (Landgericht) il quale le ha chiesto di poter prendere visione degli scambi epistolari con vari uffici Volkswagen relativi allo scandalo dei gas di emissione diesel. Ma l’azienda del Baden-Württemberg si rifiuta di accogliere la legittima richiesta del tribunale, ed è subito ricorsa in appello. Un episodio difficile da giustificare vista l’evidenza dell’inganno.

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Decenni di menzogne

VW-TDI-©-Judahdavis

VW-TDI-©-Judahdavis

Sotto certi aspetti gli imprenditori automobilistici tedeschi hanno dell’incredibile. Supportato da un’incessante campagna propagandistica, il gruppo VW in passato non ha mai avuto difficoltà nel sostenere che il diesel era il motore più pulito al mondo. Volkswagen e Bosch erano pronte a giurarlo tanto che i loro esperti pubblicitari avevano già cominciato a trasmettere alla televisione americana uno spot di una distinta attempata signora, la quale aveva appena acquistato un’auto diesel Volkswagen e mostrava alla sua amica con evidente orgoglio come la sua sciarpa di lana bianca restasse tale e quale anche dopo essere stata esposta alle emissioni dei gas di carico della nuova vettura. Questo era uno, un altro è quello che mostrava delle scimmie che, anche dopo aver respirato per settimane le esalazioni dei gas di scarico dei motori diesel, davano l’impressione di essere più vispe che mai. Fortuna per la Volkswagen non aver avuto allora il tempo di mandarlo in onda! Chi allora ebbe modo di vedere questo impudente spot fece fatica a credere ai propri occhi e alle proprie orecchie.

volkswagen-dieselgate

Volkswagen-dieselgate

La Bosch, già condannata negli Usa, prima della pausa estiva di quest’anno ha già comunicato di aver pronta una nuova ed efficiente versione del software per i motori diesel in piena regola con le severe norme ambientali europee. Tuttavia, com’è potuto accadere che gli specialisti americani si siano accorti del trucco tre anni fa, mentre in Europa è passato più di un decennio senza che nessuno notasse mai nulla? Questo e altri interrogativi dovranno trovare una risposta al più tardi nel corso dei vari processi che in settembre inizieranno in diverse città della Germania. Martin Winterkorn, ai tempi dello scandalo “dieselgate” massimo esponente del gruppo Volkswagen, sostiene che qualcuno in passato – a sua totale insaputa – aveva fatto installare in milioni di motori diesel un software in grado di falsificare i dati di emissione dei gas di scarico. Molti dipendenti delle varie marche del gruppo Volkswagen sono pronti a testimoniare che in diversi ambienti della grande impresa automobilistica la voce dell’inganno correva, ma che nessuno si azzardò allora a denunciarla per timore di essere subito licenziato. La deposizione di questi dipendenti sarà decisiva e metterà la Volkswagen con le spalle al muro costringendola a pagare miliardi di euro agli azionisti Volkswagen i cui titoli, da un giorno all’altro, subirono un disastroso crollo. Resterà sempre poi da chiarire il capitolo del risarcimento che il gruppo dovrà pagare agli acquirenti delle vetture, come la Tiguan acquistata dall’installatore Harald Götze di Stoccarda, di cui abbiamo parlato all’inizio dell’articolo. Per quanto riguarda l’Italia, “Altroconsumo” in nome dei 90mila aderenti alla class action avviata nei confronti della casa automobilistica tedesca, ha recentemente precisato che la prossima udienza si svolgerà a fine 2018, e che in questa occasione avrebbe avanzato la richiesta di un risarcimento del 15 per cento sul prezzo a suo tempo pagato per le vetture con diesel taroccato dai suoi assistiti.

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Il diesel a prova di… sciarpa

© Youtube exposé allemand

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