Una canzone divenuta celebre durante la seconda guerra mondiale recitava così: «Vor der Kaserne, vor dem großen Tor, stand eine Laterne, und steht sie noch davor, so woll’n wir uns da wieder seh’n, bei der Laterne wollen wir steh’n, wie einst, Lili Marleen…» (liberamente tradotta poi in italiano “Tutte le sere, sotto quel fanal, presso la caserma, ti stavo ad aspettar. Anche stasera aspetterò, e tutto il mondo scorderò. Con te Lili Marleen, con te Lili Marleen…”). Fu scritta da un soldato (Hans Leip) durante la prima guerra mondiale, la “grande guerra”, in seguito fu musicata (Norbert Schultze) nel 1938 e resa celebre in diverse nazioni. La versione più famosa è forse quella di Marlene Dietrich.

Divenne così famosa da diventare la canzone di tutti i soldati al fronte, tedeschi o alleati che fossero.

Ecco, questa canzone m’è venuta subito in mente quando siamo giunti sul luogo della nostra seconda tappa, la Panzerkaserne presso Bernau.

Il complesso della cosiddetta Panzerkaserne (caserma dei carri armati) o per maggiore precisione la Heeresbekleidungsamt, cioè la serie di edifici adibiti alla produzione delle divise dei soldati tedeschi dal 1936 al 1942* e, successivamente (dal 1945) utilizzati dai sovietici per la pulizia delle divise dei loro soldati fino al 1991, nonché centro logistico della 6° divisione meccanizzata (carri armati) da cui prende il nome.

Ben 65.000mq di ambienti completamente abbandonati, un vero e proprio labirinto di stanze, stanzoni e lunghissimi corridoi senza più porte al suo interno o vetri alle finestre (come ben presto abbiamo scoperto). Vi arriviamo per un sentiero coperto da erba alta e vegetazione di ogni tipo ai lati. Alcune reti di recente fattura sono il tentativo d’impedire l’accesso alla struttura da parte delle autorità, come mi conferma la nostra guida, Giuseppe. Tuttavia mi sembrano un vano ostacolo, sia per l’altezza a cui sono poste, sia per il fatto che sono state ampiamente divelte in più punti. E proprio da uno di questi accessi entriamo anche noi, nel primo edificio in cemento e mattoni rossi.

Occorre fare un minimo d’attenzione a dove si mettono i piedi, ma qualche tavola di legno appositamente messa da altri UrbEx che ci hanno preceduti, aiuta non poco a superare la mancanza della pavimentazione in alcuni punti. Entriamo in un grande androne. Sui muri sono ben visibili pezzi di vernice, ormai staccatasi dalle pareti consumate dal tempo e dall’incuria, frammisti a scarabocchi fatti con bombolette spray da “artisti della parola”. Ho sempre detestato chi fa scarabocchi sui muri**. Roma, mia città natale, purtroppo ne è piena. Ed in quel caso, il più delle volte, è su muri di palazzi anche molto antichi che gli “scrittori della domenica” lasciano il segno. Al contrario mi piacciono, e molto, quanti riescono a creare piccole opere d’arte su spazi ormai in disuso, come questi che ci troviamo davanti, e la nostra guida m’assicura che ne vedremo molte in questo “museo della memoria” che ci accingiamo ad esplorare.

Panzer Kaserne-14Sono curioso. Il silenzio che avvolge questo luogo è interrotto soltanto dal vento, molto forte, che s’insinua fra le travi di legno messe alle finestre, oramai senza vetri, per impedire che vi si possa penetrare dall’esterno. Una rapida occhiata in giro con lo sguardo e, sempre armati delle torce che accompagnano gli UrbEx, c’incamminiamo per il lungo corridoio che si distende dopo un arco. A destra e a sinistra stanze di ogni grandezza e forma si aprono al nostro sguardo curioso. Sono tutte piuttosto malconce e molte hanno angoli ciechi completamente al buio. Come resistere alla tentazione di esplorare quell’oscurità? Ed ecco la prima sorpresa: pagine di riviste illustrate degli anni ’70 e ’80 incollate sui muri, testimonianza dei sogni “proibiti” di qualche soldato sovietico che in quel modo, a suo modo, scappava al di là del Muro. Immagini che per molti di noi hanno rappresentato la “normalità” di un Occidente “libero” e consumista, per colui che le aveva appese, suppongo sopra la sua branda, una via per sognare un mondo “proibito” e, proprio per questa ragione, così desiderato.

Una cosa che m’ha sempre affascinato dei luoghi come questo è pensare a quando erano pieni di vita. Prima i soldati dell’esercito tedesco: me li immagino frettolosi e laboriosi durante il giorno, languidi di sera davanti ad una foto di qualche amore lasciato lontano, a casa, laggiù da qualche parte. Stessa cosa poi per quelli sovietici che, magari, il loro “lyubov’” (amore) l’avevano lasciato ancora più lontano. Mi piacerebbe incontrarne uno per poterlo intervistare e farmi dire dalle sue vive parole cos’era realmente questo posto in quei giorni.

pk_56Mentre penso a tutto ciò Giuseppe ci richiama in un’altra stanza. Ecco il primo murale. Il tenero abbraccio fra quello che suppongo sia un padre e la figlia. Dal colore della pelle direi che l’artista, perché di questo si tratta a mio parere, ha voluto rappresentare due figure mediorientali; chissà forse palestinesi o siriane. Una piccola firma al suo fianco P@. Storie raffigurate su un muro, storie di mondi lontani da questo luogo e che qui, in questa solitudine, trovano ospitalità.

Proseguiamo il nostro viaggio d’esplorazione ed arriviamo ad una scala. Decidiamo di salire al piano superiore. In realtà Giuseppe sa già cosa ci aspetterà, ma volutamente non ce lo comunica per non rovinarci le sensazioni di quest’esplorazione. Tant’è che ad un certo punto, passando da una stanza all’altra attraverso dei varchi aperti nel muro a colpi di piccone o mazza dagli “esploratori”, perché altrimenti non sarebbe stato possibile proseguire se non scendendo per poi risalire da qualche altra scala, mi accorgo improvvisamente di essere rimasto solo. Preso nei miei pensieri e curioso di scoprire ciò che c’è sempre più avanti non mi sono accorto di aver abbandonato i miei “compagni di viaggio”.

pk_064Poco importa, mi dico, preso come sono da questa scoperta continua. Cosa ci sarà nella stanza successiva? Quale murale avranno fatto sul prossimo muro gli artisti che ci hanno preceduto in questo luogo? Dove finisce questa sequela infinita di stanze? Farò incontri improvvisi ed inaspettati? Ed è così che per un buon quarto d’ora continuo la mia esplorazione in solitaria. Noto alle pareti brandelli di giornale usati dai soldati sovietici come “fondo” per la carta da parati che doveva “abbellire” queste stanze. Ricordi di un tempo passato, tanto per la tecnica usata, quanto per il contenuto scritto su quella carta stampata con caratteri cirillici. Una data mi dice che erano metà degli anni ’60. Allora la “guerra fredda” era in pieno svolgimento e il Muro era stato da poco tirato su. Nessuno si sarebbe mai immaginato che un giorno tutto quello non avrebbe più avuto un seguito. Tantomeno coloro che quei giornali li avevano attaccati alla parete. Dopo un po’ decido di tornare sui miei passi e di cercare i miei compagni. Per primo incontro Giuseppe, il quale mi dice: “Com’è andata? Mi sono reso conto che stavi andando da solo ed ho voluto che lo facessi, per renderti conto cosa si prova la prima volta che si viene in posti come questi da soli. Fantastico, vero?”. Sì, fantastico, devo confessare dentro di me, ma a lui non lo do a vedere e faccio finta di nulla. Dopo esserci riuniti tutti e tre decidiamo di salire l’ultima rampa di scale, quella che porta al piano più alto.

pk_12Qui, come se ce ne fosse bisogno di un’ulteriore conferma della particolarità di questo posto, rimaniamo a bocca aperta per ciò che ci aspetta: degli enormi stanzoni, proprio costruiti nel sottotetto che, come si evince dalle tracce residue di attrezzi ginnici e disegni sbiaditi sui muri, fungevano un tempo da palestre. Ė la vastità di questo posto che ti lascia attonito. Rimane decisamente difficile non meravigliarsi di quanto grande siano all’interno questi tre edifici, collegati tra loro da ponti, e che dall’esterno non danno affatto l’impressione di “essere infiniti”. Uno stanzone dietro l’altro, una palestra dietro l’altra, lasciano immaginare voci che in questi spazi dovevano una volta rimbombare, mentre ci si cimentava in esercizi o gare di basket piuttosto che di pallavolo. Attimi di felice distrazione dai doveri di una vita di caserma che facile non doveva essere di certo. “Vedete?” Richiama la nostra attenzione Giuseppe. “Queste casacche militari nessuno le ha toccate. Sono rimaste qui per tutto questo tempo perché i veri Urbex non alterano l’ambiente che trovano”. In effetti così sembra. Ci sono segni in terra di “festini” fatti da qualche gruppo, ma in mezzo alla polvere vecchi stivali e casacche sbiadite dal tempo si trovano un po’ ovunque.

pk_43Decidiamo di proseguire verso un’altra parte del piano che stiamo esplorando e la nostra guida ci conduce fino ad una stanza molto particolare: sotto una luce che penetra dall’alto, di traverso s’illumina una parete completamente dipinta di nero. Come un’”ultima cena” di leonardiana memoria, ci si presenta un affresco con personaggi dipinti dietro una tavola. Mi avvicino e riesco a malapena a riconoscerne tre o quattro: George Washington, la regina Elisabetta, Oliver Cromwell, … Solo più tardi scoprirò chi fossero gli autori: due giovani iraniani, Icy e Sot.

“S’è fatto tardi. Se vogliamo raggiungere la nostra terza tappa prima che faccia buio dobbiamo andare”, Panzer Kaserne-18ci dice Giuseppe rompendo quel silenzio che si era creato allo stupore di quella vista. Ci giriamo e mentre stiamo tornando sui nostri passi, Vincenzo, il fotografo del gruppo, ci dice di fermarci. Passando davanti ad una porta ha visto qualcosa di molto particolare. Lo raggiungiamo ed in effetti rimaniamo stupiti: la sagoma di un ragazzo disegnata su un muro sembra staccarsi dallo stesso e cadere all’indietro. Ė un’immagine creata in 3D, almeno quella è la sensazione che dà all’occhio dell’osservatore. Ultimo regalo di un posto speciale, mi dico. Ma mi sbaglio.

Scendiamo le scale, torniamo alla stanza da dove avevamo iniziato il nostro giro perlustrativo e da questa, di fretta, verso la porta. Siamo di nuovo fuori, in mezzo al verde del bosco che ha conquistato molti spazi di questo terreno a lungo contaminato dagli agenti chimici usati per smacchiare le divise. Ripercorriamo il sentiero che ci aveva condotti fin lì dalla macchina e, all’improvviso, sentiamo un rumore non molto distante da noi. Come di passi. Facciamo pochi metri e dietro un alto arbusto la sorpresa maggiore: due cervi. Sono attimi che sembrano un’eternità. Loro ci scrutano con i grandi occhi marroni che sembrano fanali. Noi rimaniamo impietriti, un po’ per lo stupore un po’ per una paura istintiva verso ciò che non si è mai visto prima dal vivo. Due animali magnifici, con corna possenti che potrebbero essere molto pericolose. Solo l’uomo però pensa a far del male ed i due animali, sentendosi disturbati dalla nostra presenza d’estranei, volano letteralmente via, verso il folto della boscaglia. Per mezzo minuto rimaniamo a bocca aperta, muti per la sorpresa e la paura provata. Troppo veloci per fotografarli, troppa emozione per non rimanere impietriti. Ė stata la degna conclusione di una visita ad un posto speciale che penso difficilmente potrò mai dimenticare.

Non c’è tempo per fantasticare. Siamo già sulla strada della nostra ultima tappa. Chissà cos’altro ci aspetta alla fine di questa giornata!

* Qui furono trasferiti i circa 1300 operai che lavoravano originariamente a Lehrter Straße, nel quartiere di Mitte a Berlino

** In Germania la normativa prevede una multa che va dai cento euro agli oltre mille per coloro che sono sorpresi a fare scritte sui muri con bombolette spray o quant’altro.

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La Panzerkaserne

 

Per chi volesse contattare Giuseppe, per farsi guidare come noi in questi viaggi esplorativi, può scrivere alla seguente mail.

Le immagini della fotogallery: © Vincenzo Di Giuseppe per il Deutsch-Italia

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