“Era già l’ora che volge il disio ai navicanti e ‘ntenerisce il core lo dì c’han detto ai dolci amici addio”.

Queste le parole che mi sono venute alla mente appena arrivati sul posto della nostra ultima tappa d’esplorazione dei luoghi “proibiti” attorno a Berlino. Ė più o meno quell’ora che precede il crepuscolo e che ti fa capire che il giorno sta per volgere al termine. L’aria è dolce quando arriviamo e un senso di leggerezza mi coglie mentre c’incamminiamo per il sentiero che costeggia una ferrovia. Poche decine di metri ed ecco un ponte; sotto di noi placido scorre un fiume che va chissà verso dove. Due papere l’hanno eletto quale luogo prediletto per il bagno della sera.

Il nostro “Virgilio”, Giuseppe S., ci guida tra rovi e sassi verso la meta che c’ha preannunciata come qualcosa di grandioso. Facciamo ancora tre o quattrocento metri e dietro una curva s’apre in lontananza il panorama: incredibile! Laggiù, a qualche centinaia di metri, come un enorme dinosauro addormentato si staglia sul fondo di una depressione del terreno lei, la fabbrica chimica di Rüdersdorf.

ChemicalF_19Giuseppe c’aveva descritto questo posto, a Vincenzo Di Giuseppe (il fotografo del gruppo) e a me, come fosse l’edificio nel quale si nascondeva il cecchino nella scena finale di Full metal jacket di Stanley Kubrick. In effetti aveva ragione: quelli che abbiamo davanti sono enormi edifici in cemento armato, in evidente stato d’abbandono. Da lontano il complesso sembra solo un gigante addormentato e non si direbbe proprio che ha molti anni sulle spalle, come in realtà ne ha. Infatti questa vallata, deposito di calcare, vide all’inizio del secolo scorso il sorgere della prima fabbrica, costruita dalla ditta “CO Wegener”, per la produzione di cemento. Questo fino verso la fine della seconda guerra mondiale, quando fu trasformata in un centro di produzione di Bauxite. Nel 1950, sotto i sovietici, diventò ad opera della VEB Glühphosphatwerk Rüdersdorf, un impianto per la produzione di fosfato per utilizzo fertilizzante. Successivamente tutto l’impianto fu convertito di nuovo alla produzione di cemento ed acido solforico.

Una lunga rete circonda tutta l’area ed essendo abbastanza alta m’inizio a chiedere come faremo a penetrarvi all’interno. “Da questa parte” ci fa cenno il nostro urbex. Lo seguiamo, sempre con lo sguardo diretto verso il gigante “addormentato”, o almeno così ci appare a noi. Fatti un paio di cento metri, davanti a cumuli di macerie, si apre in effetti un ampio squarcio nella recinzione. Devo dire che in questa, come nella precedente “escursione” fatta alla Panzerkaserne, non m’è sembrato che le autorità fossero realmente intenzionate a rendere l’accesso invalicabile (il bunker in effetti aveva maggiori difficoltà, anche di semplice localizzazione). Probabilmente sarebbe anche inutile, visto che questi posti, come ho scoperto io stesso, hanno una forte attrattiva per gli esploratori urbani ed i curiosi in genere. Sarà forse per il fascino che riveste il “senso del proibito”, oppure per l’adrenalina che certamente si mette in circolo in occasioni come queste. Fatto sta che gli esseri umani, al pari delle piante e degli animali, si sono in qualche modo riappropriati di questi luoghi.

ChemicalF_08Entriamo, dunque, e ci dirigiamo separati da alcune decine di metri l’un dall’altro verso il primo edificio. Ci si accorge delle reali dimensioni di un posto come questo solo quando si arriva in prossimità delle strutture in cemento armato e vetro. Vere e proprie “armature” di palazzi giganteschi, sotto cui ti accorgi della tua reale statura. “Dov’è il cecchino?” ci grida Giuseppe. In effetti ci si chiede se qualcuno sia lì ad osservarti dall’alto, mentre ti muovi nella spianata di terra battuta. Anche questo fa parte delle sensazioni che si provano in posti come questo. Ci ricompattiamo quando arriviamo ai piedi del secondo edificio, il più grande, quello con le ciminiere che svettano ad una delle due estremità più lunghe. Una grande porta, ormai non più presente, doveva essere l’accesso principale, un tempo, per i camion che vi entravano a caricare o scaricare materiale. Così facciamo noi. In terra polvere biancastra, chissà se sarà cemento o residuo di qualche altro materiale, magari contaminante. Troppa curiosità per fermarsi a pensare all’eventuale “pericolosità”. Pochi passi e siamo dentro.

– segue a pag. 2

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