alan shenu © youtube cbs evening news 02

alan shenu © youtube cbs evening news

Alle volte un’immagine è più esplicativa di mille parole. Tutto il mondo ricorda quella del povero Alan Shenu (che i giornali erroneamente chiamarono Aylan Kurdi), il bambino siriano di origine curda, che annegò assieme alla madre e al fratellino Galib (e altre persone) al largo della costa turca di Bodrum, nel tentativo di raggiungere la vicina isola greca di Coo, distante solo 4 chilometri. Il padre aveva deciso di salire su un gommone, dove erano stipati in totale una ventina di disperati, ma che ne poteva contenere solo 7, con la speranza di poter partire da lì per il Canada dove avevano parenti. Il tutto per sfuggire alla guerra e all’Isis che imperversavano nella loro città d’origine, la curda Kobane.

 

Le braccia aperte dell’Europa

alan shenu © youtube cbs evening news

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La foto, in realtà, fu “manipolata”. Una guardia turca che era intervenuta sulla spiaggia, dopo che un ragazzo aveva avvertito la polizia locale del ritrovamento dei cadaveri, spostò il corpicino di Alan che indossava dei pantaloncini blu e una maglietta rossa, sulla battigia, con la piccola testa bocconi rivolta verso quel mare che lo aveva inghiottito. Ad immortalare la scena c’era una fotografa turca, Nilüfer Demir, e la foto fece il giro del mondo. Fu così che, come per incanto, leader politici, giornalisti, artisti, esperti di vario genere e la cosiddetta gente comune appresero che c’era una guerra in corso e che le persone, per un motivo o per l’altro, morivano. Commozione e sdegno, infatti, causò la foto, per così dire “facilitata”. Dichiarazioni di solidarietà e di attivazione concreta furono diffuse ad uso e consumo dei media da molti, fra cui dall’allora Presidente francese François Hollande, passando per il Primo ministro inglese David Cameron, per arrivare oltreoceano al premier canadese Stephen Harper. Donazioni a profusione arrivarono alle organizzazioni a supporto dei migranti e dei rifugiati, e i leader dei Paesi dell’Europa centrale ed orientale decisero di creare corridoi umanitari che collegavano il Nord della Grecia con la Baviera del Sud.

Il piccolo Alan morì nella notte fra il 2 e il 3 settembre del 2015. Due giorni dopo la Cancelliera Angela Merkel (CDU) aprì i confini tedeschi dando di fatto il via alla cosiddetta Flüchtlingspolitik Deutschlands, la politica dell’accoglienza della Germania. Il resto è cronaca che arriva fino ai giorni nostri passando, fra le altre cose, dall’accordo stipulato da Merkel nel marzo del 2016, senza consultare gli altri Paesi europei, con il leader turco Recep Tayyip Erdogan affinché si tenesse i profughi a casa sua, su esborso, però, da parte della UE di ben 6miliardi di euro all’anno (inizialmente erano 3).

 

Frutta, verdura e denaro a gogò

Supermercati tedeschi che importano frutta e verdura da Spagna e Italia © youtube ard

Cambiamo immagini, ma questa volta in movimento. La rete televisiva tedesca “ARD” ha mandato in onda lo scorso 9 luglio un bel reportage dal titolo “Europas dreckige Ernte (il raccolto sporco dell’Europa), che parla della frutta e verdura vendute in alcune catene di supermercati tedeschi. Che c’entrano con quanto detto finora? C’entrano eccome, perché il documentario parla della provenienza di tale frutta e verdura vendute a costi bassissimi. Un chilo di arance? A 99 centesimi. Cetrioli? A 39 centesimi. Pesche? A 1 euro e 29 centesimi e così via dicendo.

baraccopoli immigrati © youtube ard

baraccopoli immigrati © youtube ard

La provenienza di questa frutta e verdura è principalmente europea, e più esattamente arriva da Spagna e Italia. Pertanto i due bravi colleghi tedeschi, Vanessa Lünenschloß e Jan Zimmermann, si sono recati sul posto per capire il perché di prezzi così bassi: in Spagna ad Almería, in Andalusia, dove ci sono oltre 400 chilometri quadrati di coltivazioni (per lo più serre), e in Italia in Calabria e in Sicilia, dove in 11mila chilometri quadrati di campi lavorano circa 500mila persone. In entrambi i Paesi hanno constatato le condizioni nelle quali vivono, sarebbe meglio dire sopravvivono, i lavoratori che producono e raccolgono quella frutta e verdura che viene poi esportata in Germania. Ebbene, riassumendo, sono condizioni di vera e propria schiavitù. Un’intera giornata di lavoro per poco più di venti euro, condizioni igienico-sanitarie indecenti, diritti sociali e civili nulli. In pratica un’autentica “terra promessa”. E indovinate un po’ chi sono questi nuovi “schiavi”? Sono proprio quei rifugiati che rischiano la vita nella traversata del mare, verso l’agognata meta europea. Gente disperata che finisce nelle mani delle mafie locali (spagnole o italiane è uguale).

L’Unione Europea dà ogni anno 58miliardi di sovvenzioni per l’agricoltura, il 70 per cento dei quali va direttamente in mano ai produttori, e queste sovvenzioni sono proporzionali al numero di ettari di terreno che si coltivano. Il che vuol dire che più terreno si coltiva, più soldi si prendono. Questo mentre i piccoli produttori sono costretti a distruggere il proprio raccolto perché non riescono a vendere ai prezzi dei grandi gruppi.

Le cause

lavoratori immigrati © youtube ard

lavoratori immigrati © youtube ard

Quindi un giro di denaro spaventoso che deve alimentare un’economia di mercato globalizzata, utilizzando un esercito di schiavi (perché in altro modo non si possono chiamare), che fanno comodo al capitalismo occidentale per abbattere i costi di produzione. Altro che risorse che permetteranno agli italiani che non fanno più figli (chissà il perché? Forse anche perché non se lo possono permettere?) di pagare le pensioni future. La maggior parte dei rifugiati, o meglio dei migranti visto che in maggioranza non scappano da guerre o persecuzioni, non finiranno, come ci raccontano certa stampa e certe istituzioni, a far parte del tessuto produttivo regolare dei Paesi, ma rimarranno in clandestinità, sfruttati e sottopagati (proprio per questa ragione), diventando semplicemente mano d’opera a basso costo che, di conseguenza, abbassa anche i diritti e le giuste pretese di quei, perdonatemi il termine, fancazzisti di italiani (parlando ovviamente solo del nostro di Paese), che non è vero che “certi lavori” non li vogliono più fare. Non li vogliono fare a stipendi da fame, il che è diverso. Il numero dei migranti che arrivano in Europa e che si integrano nella realtà produttiva e sociale è una minima parte del totale. Tutti gli altri servono a rendere concorrenziale il lavoro, sempre meno qualificato, che ancora si riesce a trovare.

Conclusioni

I prodotti frutto del lavoro da schiavi © youtube ard

I prodotti frutto del lavoro da schiavi © youtube ard

Il nostro, come molti altri Paesi europei, è sempre stato un Paese d’accoglienza e gli italiani, loro stessi emigranti (anche ai giorni nostri) non hanno uno sfondo sociale di razzismo. Allargare dunque lo sguardo e il ragionamento su una realtà che è ben diversa da come ci viene spesso dipinta, anche tramite le immagini, non vuol dire essere razzisti, populisti o fascisti. Vuol semplicemente dire che occorre andare al di là di quanto ci viene “trasmesso”, ragionando sui fenomeni e sulle loro cause. Dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi nel mondo ci sono state 25 guerre tra Stati e più di 130 conflitti civili, e molti di questi eventi sono avvenuti e avvengono in Africa e Medio Oriente, ma nessuno di questi finora aveva causato esodi così grandi verso il Vecchio continente. Bisognerebbe chiedersi il perché, e non ripetere a pappagallo che la causa è lo sfruttamento dell’Occidente, che c’è sempre stato e continua ad esserci da secoli.

Forse, bisognerebbe capire perché la morte di un povero bambino curdo che, come tutti i fuggiaschi del mondo, è stato travolto da una cosa immensamente più grande di lui, sia diventata il simbolo sventolato e usato per dirigere il corso delle cose.

P.S.: per chi volesse approfondire l’argomento migrazioni consiglio vivamente la lettura di questa intervista alla professoressa Anna Bono, dell’Università di Torino.

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“Europas dreckige Ernte”

© Youtube Ard

Il piccolo Alan Shenu

© Youtube CBS Evening News

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