Il record appartiene al Belgio: 559 giorni (quasi due anni) senza governo, dal 2010 al 2011. Seconda classificata l’Olanda con uno punteggio apprezzabile di 225 giorni, realizzato nel 2017. Per il momento Berlino con i suoi 121 giorni senza governo si piazza a un invidiabile, anche se non irresistibile, terzo posto, mentre anche in questa superba classifica europea l’Italia annaspa a metà classifica, nel gruppone latino con Spagna, Portogallo e Grecia. E chissà che Bruxelles non indirizzi al nostro Paese un richiamo ufficiale per questo deprecabile ritardo.

Ironia a parte, se è vero che una rondine non fa primavera uno stormo invece sì. Ed è proprio questo quello che devono aver pensato i redattori di Hohe Luft, la rivista di filosofia edita ad Amburgo, quando hanno pubblicato l’articolo Regieren Algorithmen besser? (Gli algoritmi governano meglio?) ispirato proprio al caso del non governo tedesco. La domanda è semplice quanto inquietante: gli esempi di Belgio, i cui 565 giorni senza governo vengono ricordati come un periodo felice, e Germania servono per avviare una riflessione sulla funzione dei governi nelle democrazie contemporanee. Cosa fa veramente un governo? Ovvio, si dirà, governa, cioè prende delle decisioni di politica interna, estera, economica ecc. Va bene, ma che tipo di decisioni prende? Governare significa guidare secondo un principio o un programma per portare un Paese, o un mezzo, da un luogo a un altro. Per questo si dice, ad esempio, governare una barca, nel senso che si porta la barca alla destinazione voluta. Ma questo non significa che chi governa la barca è lo stesso che decide la rotta. La rotta infatti la stabilisce il capitano, non il timoniere che porta la barca. E in una democrazia parlamentare, come quella tedesca o italiana, il governo è timoniere, cioè porta il Paese, ma non capitano. Non decide dove deve andare il Paese. Quello è un ruolo che dovrebbe spettare al popolo che elegge il Parlamento. Qui però il condizionale è d’obbligo perché nelle società contemporanee “il popolo” è diventato un concetto astratto e il suo ruolo di stabilizzatore delle rotte dei governi è stato via via soppiantato da lobby e gruppi di pressione di varia natura.

Ma torniamo alla questione del logaritmo e poniamo il caso che, come fa l’articolista di Hohe Luft, sia un logaritmo a prendere le decisioni di governo. Per rendere le cose più accettabili possiamo tranquillamente immaginare che il logaritmo sia votato dai cittadini i quali possono sceglie tra varie alternative. Invece di votare dei partiti i cittadini votano dei programmi di calcolo, dando così legittimazione democratica al governo dei computer. Cosa ci sarebbe di illegale o di antidemocratico? Gli algoritmi avrebbero inoltre l’invidiabile vantaggio di essere immuni da pressioni extraparlamentari di gruppi di interesse o lobby. Andrebbero dritti al punto senza perdersi in interminabili discussioni, non praticherebbero giochini di potere per mantenere questa o quella poltrona, insomma sarebbero incredibilmente efficaci e pure economici in quanto non bisognerebbe pagarli. Se democrazia significa solo poter scegliere tra forze alternative, siano esse partiti, movimenti o programmi di computer, il governo degli algoritmi sarebbe la forma di democrazia più moderna, efficiente e trasparente possibile. O no?

© Yahoo Finance

Tornando alla Germania, il fatto che a 100 giorni dalle elezioni non ci sia ancora un governo non allarma più nessuno. I dati parlano da soli: nel terzo trimestre del 2017, quello senza governo, la crescita del Pil è stata del 2,7 per cento. Nello stesso periodo l’indice di borsa “Dax30” ha raggiunto la cifra record di 13.520 punti confermando un balzo del +10 per cento proprio nell’ultimo trimestre. L’economia va alla grande senza governo. Anche la vita del normale cittadino non sembra minimamente influenzata dall’incapacità dei politici di formare un governo. Gli Stati federali funzionano normalmente e sono in grado di prendere tutte le decisioni, a livello locale, necessarie per far funzionare la macchina statale. Questo fa sì che tra la popolazione non vi sia malcontento per la mancata formazione del governo. Anzi, si direbbe quasi che la differenza tra gli ultimi 10 anni di governo Merkel e questi ultimi tre mesi senza sia uguale a zero.

Angela Merkel © il Deutsch-Italia

E se al posto di Angela Merkel a governare la Germania negli ultimi tre lustri ci fosse stato un logaritmo, siamo sicuri che qualcuno se ne sarebbe accorto? In fondo l’abilità principale che viene riconosciuta alla ex Cancelliera è proprio quella di aver amministrato il potere con un sangue freddo e una lucidità invidiabile, tutte cose tra l’altro che un algoritmo saprebbe fare altrettanto bene, schivando con cura ogni decisione politica che avrebbe potuto danneggiarla. Con l’unica eccezione del 2015, quando prese l’unica decisione politica della sua vita, aprendo le frontiere per far entrare oltre un milione di profughi. Ma anche per questo caso limite c’è chi pensa che quella decisone fosse frutto di un calcolo economico, mirato a rimpolpare la manodopera a bassa costo che in Germania iniziava a scarseggiare. Una decisione che avrebbe potuto tranquillamente prendere un logaritmo appositamente programmato.

Parrebbe quindi che se, dato un contesto inteso come immutabile, per democrazia si intendesse esclusivamente la possibilità di eleggere uno schieramento politico piuttosto che un altro, i logaritmi al governo andrebbero benissimo, e quindi possiamo stare sereni che prima o poi qualcuno ce li proporrà. Il punto sta proprio nel definire “il contesto immutabile” all’interno del quale si gioca la partita. Nel caso delle democrazie occidentali esso è rappresentato dal modello tecnico-economico vigente, altrimenti detto paradigma neoliberale il quale, analogamente all’antico sistema fisiocratico dell’ancien régime, assegna ad ognuno il suo posto all’interno uno schema economico-sociale che, al contrario di come vuole fare credere, è fisso e immutabile.

Eppure la storia ha dimostrato più volte che le gabbie ideologiche sono tutt’altro che immutabili. Che le sbarre di cui sono costituite si possono piegare, rompere spezzare. Perché nella natura umana vi è una parte selvaggia e incontrollabile che aspira alla libertà assoluta, anche se irrealizzabile, alla trascendenza anche se la vita è ancorata all’immanenza, all’azzardo anche se quello che si cerca è la sicurezza. Ed è proprio in un contesto del genere che la politica assume un ruolo che un logaritmo non potrebbe mai avere. Quello di creare nuove forme di sovranità quando il vecchio paradigma inizia a spezzarsi. Perché ciò che oggi non è nemmeno pensabile, un giorno potrebbe essere più reale del sistema economico basato sulla moneta che attualmente ci governa.

Per questo la democrazia non può essere ridotta a un sistema di votazione, ma contiene qualcosa di molto più profondo che tiene il campo aperto a sviluppi non sempre immaginabili. Questi sviluppi non possono essere lasciati a un logaritmo, che tenderebbe a sopprimerne le potenzialità evolutive, ma devono essere gestiti dall’uomo. Perché, come diceva Rudi Dutschke: “wir sind nicht hoffnungslosen Idioten der Geschichte die unfähig sind die eigenen Schicksale in die Hand zu nehmen”; non siamo idioti disperati della storia, incapaci di prendere il proprio destino tra le mani. E dobbiamo stare attenti a non diventarlo.

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Un classico del controllo sociale: 1984

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