Christian Lindner

Tra i vari temi in agenda al summit canadese dei G7 si è discusso sicuramente di migrazioni. In precedenza, era stato Christian Lindner, segretario della Fdp (Partito Liberale Democratico), a riapre una questione mai chiusa, con la richiesta di una commissione d’inchiesta che indagasse sulla legittimità giuridica in merito alle decisioni dell’allora governo tedesco sui fatti del 2015.

Nel settembre del 2015, ad appena due mesi dal trattamento inflessibile riservato alla Grecia, alla quale non fu concesso nessuno sconto sul debito, la Germania si scoprì improvvisamente generosa e solidale aprendo le sue frontiere ai rifugiati siriani.

L’apertura della frontiera tedesca nel 2015 fu la decisione politica più importante dai tempi della riunificazione tedesca. Eppure, fu presa quasi di nascosto, senza consultare i partner europei e nemmeno il Bundestag che, data la portata storica della questione, avrebbe avuto tutto il diritto/dovere di discuterla in un dibattito pubblico, come esigono le regole della democrazia. Ma il rigore di un confronto democratico su fatti e conseguenze di tale decisione, fu sostituito dall’opacità della manipolazione mediatica.

 

Anthony Glees © CC BY-SA 4.0 © Superbass WC

Come è noto il nuovo corso umanitario fu innescato dalla foto del piccolo Aylan, il bambino curdo morto su una spiaggia durante il tentativo di raggiungere l’Europa con un’imbarcazione di fortuna. La foto del bambino senza vita riverso a faccia in giù sulla sabbia diventò subito il simbolo del dramma dei migranti e destò il senso di colpa degli Stati europei che per anni avevano ignorato l’apocalisse siriana quasi fosse una calamità naturale contro cui nulla si poteva fare. In virtù di questo risveglio umanitario, per settimane la Germania fu in preda a una vera e propria euforia pro rifugiato, una follia hippy, come la definì il professore di politica economica inglese Anthony Glees.

In una specie di rivisitazione del mito rousseauliano del bon sauvage, i tedeschi vollero fortissimamente vedere in ogni profugo siriano il buon migrante portatore di una innocenza connaturata alla sua condizione di vittima. Per settimane i giornali tedeschi più importanti pubblicarono articoli commoventi di attori, scrittori, sociologhi e intellettuali angosciati dal dilemma morale se ospitare o meno dei rifugiati nelle loro dimore, mentre i siti d’informazione più seguiti aggiornavano il lettore dell’incredibile corsa alla solidarietà di cui la nazione tedesca stava dando prova, con vere e proprie gare a chi svolgeva più ore di volontariato per distribuire vestiti e generi di conforto nei centri di accoglienza predisposti nelle palestre e nelle scuole del Paese.

Le “cicale” greche

Dal canto suo il governo incitò la popolazione a partecipare allo sforzo collettivo coniando lo slogan: wir schaffen es, ce la facciamo. Ce la facciamo ad accogliere mezzo milione e anche più di rifugiati, ce la facciamo a integrarli tutti. Le voci contrarie e le critiche furono spazzate via, in un primo momento almeno, con l’odiosa accusa di razzismo e xenofobia, impedendo così che si sviluppasse un dibattito serio attorno a un evento destinato a trasformare il volto non solo della Germania. Il buon migrante infatti, si rivelò ben presto molto meno buono del previsto, come dimostrò la caccia alla donna bianca compiuta da un migliaio di ragazzotti mediorientali nella notte del Capodanno 2015, gli attentati terroristici del 2016, provocati anche da profughi e l’incremento ormai non più occultabile della violenza criminale confermato dalla relazione della polizia dello scorso gennaio riportata dal giornale “Die Welt“.

La Grecia “strozzata” dal debito

La scelta umanitaria della Germania sarebbe stata da salutare con benevolenza se non fosse che qualcosa nel quadretto rosa del buon migrante accolto con fiori ed esclamazioni di gioia tipo “schön dass ihr da seid” (è bello che siate qui), non tornò fin da subito. Qualcosa stonava perché appena qualche mese prima, nel luglio del 2015, nella gestione della crisi greca il governo tedesco aveva mostrato un volto completamente diverso. Allora lo slogan che inchiodò il popolo greco alla sua croce fu: Schulden müssen bezahlt werden”, i debiti vanno pagati. Alla cicala greca non fu concesso nessuno sconto, anche se questo voleva dire tagliare ulteriormente la spesa pubblica greca, chiudere ospedali e scuole, ridurre le già magre pensioni agli anziani, togliere l’assistenza sanitaria ai disoccupati. Molti economisti paragonarono le politiche di austerità imposte alla Grecia dalla Troika (Organo internazionale composto da Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale), ai danni causati da un conflitto bellico e negli anni successivi al 2015 in Grecia i suicidi e le morti per mancata assistenza sanitaria segnarono un picco.

Nonostante le conseguenze tremende di queste politiche, alla Grecia non fu concesso nessuno sconto e in Germania nessuno sfilò per le strade per solidarizzare con il popolo greco. Al contrario, la tragedia greca fu liquidata con un lapidario: “selber Schuld, la colpa è loro che si sono indebitati e hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità. Ora, a meno che non si voglia pensare a uno strano caso di schizofrenia morale, c’è da domandarsi perché i siriani dovevano essere aiutati e i greci invece no. Perché per il buon migrante si spese molto e perfino con gioia, mentre per il povero greco il cittadino tedesco non doveva tirare fuori nemmeno un centesimo. Se vale la legge morale di salvare delle vite, essa deve valere per tutti, e nel caso del popolo greco si trattava di una necessità di sopravvivenza reale tanto quanto quella dei siriani. Le cose diventano finalmente più chiare quando, messa da parte la falsa morale, si analizzano le due crisi da un altro punto di vista.

 

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Cosa voleva dire aiutare la Grecia?

Aiutare la Grecia significava sostanzialmente rinegoziare il debito, come chiedeva allora a gran voce il governo greco, il che voleva dire ridurlo con un atto unilaterale dei creditori. A luglio 2015 il debito di Atene era così suddiviso tra i diversi creditori:

La Germania era di gran lunga il primo creditore greco con oltre 68milioni di Euro su un totale di 270milioni e le banche private tedesche erano le più esposte. Tagliare il debito greco avrebbe comportato una perdita secca dei maggiori istituti di credito tedeschi. Il cittadino tedesco invece non avrebbe dovuto sborsare un solo centesimo, almeno direttamente. Si obbietterà: ma le banche avrebbero girato la perdita su azionisti e risparmiatori. Probabilmente sì, ma questo le banche lo fanno comunque, basta vedere cosa succede agli azionisti e ai risparmiatori nelle operazioni ordinarie di ricapitalizzazione bancaria.

L’ipotesi taglio del debito fu rifiutata dall’allora ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, con la giustificazione falsa che essa sarebbe costata troppo cara al cittadino tedesco e la Grecia, dopo un referendum maldestro che ingarbugliò ancora di più la situazione, fu costretta ad accettare le pesanti condizioni della Troika. Berlino e l’Europa non mossero un dito per aiutare Atene, continuando a ripetere il mantra: selber Schuld, colpa vostra, da noi non avrete un soldo. La maggioranza dei tedeschi era d’accordo con questa linea: il cittadino tedesco non avrebbe sborsato un centesimo per salvare la cicala greca. Nessuna solidarietà, nessun amore universale, nessun incoraggiante “wir schaffen es” rivolto ai greci. Selber Schuld. Arrangiatevi.

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Cosa voleva dire aiutare i profughi siriani?

© damiano meo – archivio fotografico fondazione migrantes

Il discorso cambia quando si valutano le conseguenze della decisione di aiutare il buon migrante siriano. Queste infatti erano decisamente a favore di Berlino. Vediamo perché. Secondo il documento Perspektive 2025: Fachkräfte für Deutschland dell’Ufficio Federale del Lavoro tedesco, entro il 2025 in Germania la forza lavoro si ridurrà di 6,5milioni di lavoratori. Le cause di questo calo sono dovute all’invecchiamento della popolazione e al basso tasso di natalità. Quindi, al netto della sostituzione in corso di lavoro con tecnologia, per mantenere invariata la forza produttiva del sistema economico tedesco e di conseguenza la sua capacità di generare crescita stabile e benessere nel futuro, questi 6,5milioni di individui devono in qualche modo saltare fuori. Il documento va nel dettaglio e descrive le diverse strategie per colmare il gap.

Al punto 6 si può testualmente leggere che tra 0,4 e 0,8 di questi 6,5milioni di lavoratori, dovranno arrivare con la nuova immigrazione di manodopera dall’estero. Il problema del governo era semmai quello di farli entrare senza correre rischi politici. Considerando la reazione violenta dei cittadini tedeschi contro l’ondata di profughi provenienti dai Balcani a inizio anni Novanta, qualsiasi governo che avesse optato per una soluzione analoga nel 2015 avrebbe decretato la sua fine immediata. Ma i governi amano il potere. Quindi si torna al povero Aylan, il cadavere del piccolo curdo usato come casus belli dai media per ammorbidire l’opinione pubblica e prepararla al senso di colpa collettivo (colpa che effettivamente ci fu, ma da parte dei governi europei che in 4 anni di guerra civile siriana non fecero assolutamente nulla né per aiutare i profughi siriani scappati in Libano, Giordania e Turchia né per sostenere quegli Stati nel loro sforzo di accoglienza) in modo che non potesse opporsi all’accoglienza senza limiti.

© il Deutsch-Italia

Probabilmente l’apertura delle frontiere appena qualche mese dopo la pubblicazione del documento Perspektive 2025 fu un caso, ma c’è dell’altro. Secondo uno studio della Fondazione Bertelsmann, nell’ultimo decennio il mercato del lavoro tedesco ha subito un processo di polarizzazione. Se da un lato sono richieste professionalità sempre più specializzate, dall’altro sono richiesti ancora di più i profili bassi, adatti a svolgere mansioni poco qualificate e poco retribuite. Quello che sta scomparendo è il lavoro salariato di mezzo, l’impiegato di concetto per intendersi, che viene progressivamente sostituito da lavoro meno qualificato pagato malissimo. Uno specchio fedele della società contemporanea.

I profughi siriani rappresentavano, almeno sulla carta, un ottimo mix dei due tipi di profilo richiesti: una élite ristretta di lavoratori specializzati e una grande massa di individui giovani, ma senza qualifiche. Per agevolare la loro entrata nel mondo del lavoro si ipotizzò perfino di sospendere la legge sul salario minimo garantito, ma soltanto per i profughi. In questo modo l’industria tedesca si mise in casa un esercito industriale di riserva di un milione di individui con il quale far pressione sul mercato del lavoro per ottenere flessibilità e salari bassi. I costi di questa operazione, diversamente da quelli di un eventuale taglio del debito greco, furono e saranno anche in futuro, sostenuti direttamente dal cittadino tedesco che con le sue tasse finanzierà vitto, alloggio e corsi di avviamento professionale per i profughi, e non dalle banche né tantomeno dalle aziende che invece potranno usufruire di manodopera a buon mercato.

© il Deutsch-Italia

Nel portare avanti il proprio piano di rinfoltimento della forza lavoro, la Germania è letteralmente passata sopra alle esigenze degli altri paesi europei, come nel caso della Polonia ad esempio, che non avendo bisogno di un esercito industriale di riserva straniero, in quanto il tasso di natalità polacco è perfettamente in grado di sostenere la crescita economica, si è rifiutata di accettare l’imposizione di una quota di rifugiati da ripartire a livello europeo. All’epoca il governo tedesco parlò di egoismo polacco, tirando in ballo il discorso della solidarietà europea, solidarietà che fu il primo a tradire mettendo gli altri Paesi europei davanti al fatto compiuto.

Il vero successo della Merkel, questo le va riconosciuto, fu quello di spacciare per operazione umanitaria quella che invece è stata una manovra di politica economica di lungo respiro mirata a stabilizzare gli interessi nazionali. Per farla passare la Cancelliera pose la questione sul piano etico e morale creando lo slogan: “wir schaffen es” al fine di mobilitare la forza morale del popolo tedesco e rovistare nei suoi sensi di colpa. Ma “noi aiutiamo gli esseri umani”, come ripetevano i media tedeschi in quel periodo, è uno slogan che suona strano se si pensa a come fu gestita la crisi greca.

A questo punto appare chiaro che nelle due crisi che colpirono l’Europa nel 2015, quella greca e quella dei profughi, la Germania abbia agito in difesa dei propri interessi nazionali passando sopra ai tanto decantati valori europei. Nel caso della Grecia, Berlino tutelò innanzitutto le sue banche rifiutandosi di rinegoziare il debito greco e tradendo così lo spirito di solidarietà che dovrebbe animare i Paesi della Comunità europea. Nel caso della crisi dei profughi, annunciando unilateralmente di voler accogliere più di un milione di siriani per rinfoltire la sua manodopera, la Germania mise a repentaglio la sicurezza delle frontiere di diversi Paesi europei che si videro improvvisamente invasi da centinaia di migliaia di profughi che non si lasciavano identificare per timore di non poter raggiungere la terra promessa tedesca. Ciò fu possibile anche grazie all’impotenza del governo francese di allora, che rimase a guardare, e all’eterno opportunismo straccione di quello italiano, il quale, come da tradizione, si accodò al più forte nella speranza di elemosinare, per poi rivendersele, le briciole cadute dal piatto.

 

Conclusioni

Alla luce dei fatti del 2015 non ha più molto senso parlare di Europa unita, che è un concetto sostenibile solo se inteso come una comunità tra pari che mediano tra i vari interessi nazionali, né tantomeno di moneta comune. In questa Europa sembra non esserci più nulla di comune, nulla di solidale e nulla di democratico dal momento che nell’istante di massima crisi il suo Stato più forte, la Germania, ha visto bene di perseguire i propri interessi nazionali, imponendo agli altri Paesi membri le conseguenze delle proprie scelte; salvo poi accusarli di populismo nazionalistico.

Pochi sono disposti a riconoscerlo, ma nel 2015 il cuore dell’Europa fondata sul paradigma mercantilistico della vecchia CEE ha cessato di battere. Ciò non è necessariamente un male, se ad esso seguirà un generoso atto ri-fondativo che tenga conto dei nuovi tempi e dei nuovi scenari. Prima però dovranno uscire di scena i vecchi attori: Merkel, Marcon, Junker ecc. e tutta la loro corte di lacchè. In mancanza di questo ricambio il destino sembrerebbe già scritto: la fine drammatica dell’Europa.

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