Donald Trump 2 © CC BY-SA 2.0 Gage Skidmore

L’annuncio fatto nella serata di martedì dal Presidente degli Stati Uniti di voler ritirare il suo Paese dall’accordo sul nucleare con l’Iran non ha, a dire il vero, sorpreso nessuno più di tanto. Donald Trump aveva messo la sua rottura come uno dei punti della sua campagna elettorale e, almeno finora, è stato abbastanza coerente con le promesse fatte, indipendentemente dal fatto che si possa essere d’accordo o meno con le stesse. Dunque lo scenario paventato ha solo preso forma concreta.

L’accordo, il cui nome ufficiale è Joint Comprehensive Plan of Action (piano d’azione congiunto globale), fu stipulato il 14 luglio del 2015 tra l’Iran e i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti – più la Germania e l’Unione europea. In buona sostanza prevede il fatto che il Paese medio orientale rinunci per quasi trent’anni ai suoi piani di sviluppo di centrali ad uranio arricchito (che serve per la fabbricazione di armi nucleari). In cambio si è stabilita la fine delle sanzioni economiche che erano state stabilite nel 2007 da Stati Uniti, Unione Europea e dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (risoluzione 1747). Per monitorare il rispetto di tale accordo da parte dell’Iran, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) ha avuto regolare accesso a tutti gli impianti nucleari iraniani.

Le sanzioni in precedenza adottate hanno sostanzialmente danneggiato i partner degli Stati Uniti, fra gli altri l’Italia e la Germania.

Sigmar Gabriel © Metropolico.org Flickr CC BY-SA 2.0

È passato poco più di un anno e mezzo da quando l’allora ministro dell’Economia tedesco e vice Cancelliere Sigmar Gabriel (SPD) si era recato, assieme a 120 imprenditori tedeschi, in visita nella Repubblica islamica: «Non ci aspettiamo miracoli», aveva dichiarato, «ma abbiamo bisogno di portare a casa dei progressi». E progressi a casa ne aveva portati, concludendo contratti miliardari per le aziende tedesche, da quelle grandi come Siemens, con il compito di modernizzare le Ferrovie iraniane (fra le altre cose con la fornitura di 50 locomotori), o la Bundesbank, con l’incarico di aiutare la Banca centrale iraniana a modernizzare i suoi sistemi di pagamento, a quelle più piccole e medie.

Anche l’Italia si era mossa, e per giunta in anticipo: a gennaio (2016) era stato il Presidente Rohani a fare la prima visita ufficiale (quella della famosa visita ai Musei capitolini, dove erano state coperte le statue per non offendere il senso del pudore dell’ospite), concludendo 30 accordi commerciali. Ad aprile poi, l’allora Presidente del Consiglio Renzi si era recato in visita ufficiale a Teheran “portando a casa” altri 6 accordi per il valore complessivo di 3,5miliardi di euro in commesse per le Ferrovie.

Dunque una ripresa delle sanzioni non conviene a nessuno. Da noi manca ancora un governo che possa prendere una posizione ufficiale. Ad essere colpiti saranno più settori, fra cui quelli finanziari, quelli dell’automobile e l’aeronautico. Da novembre toccherà anche a tutti gli acquisti di greggio, le intese nelle spedizioni e portuali, le operazioni nel comparto assicurativo e i rapporti con la Banca centrale di Teheran.

Heiko-Maas-©-Superbass-CC-BY-SA-4.0-via-Wikimedia-Commons

L’economia tedesca è preoccupata per le sue attività in Iran e ha subito chiesto aiuto ai politici. «L’azione unilaterale del governo degli Stati Uniti pone le nostre imprese sotto un’enorme incertezza», ha avvertito Eric Schweitzer, presidente della Camera di commercio e dell’industria tedesca (DIHK). «In vista di questo sviluppo, l’economia tedesca invita il governo federale e la Ue a garantirne l’attività», ha sottolineato Schweitzer. La Cancelliera Merkel (CDU) ha dichiarato che la Germania rimarrà fedele all’accordo con Teheran: «Rimarremo fedeli a questo accordo e faremo tutto il possibile per garantire che l’Iran rispetti i suoi obblighi». Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas (Spd) ha chiesto all’Iran di non reagire all’uscita statunitense e di «continuare ad agire con prudenza e ad adempiere agli obblighi dell’accordo». La conclusione dell’accordo da parte del Presidente americano è incomprensibile, ha detto Maas, e non è un’azione “insignificante” contro lo sforzo per stabilizzare la regione. Ha inoltre sottolineato che è importante prevenire una “escalation incontrollata”.

Sempre dall’economia tedesca arrivano le critiche alla richiesta avanzata da parte del nuovo ambasciatore statunitense Richard Grenell di porre fine agli affari con l’Iran. «Il signor Grenell è solo da poco ambasciatore nel nostro Paese e certamente dovrà fare fronte al suo nuovo ruolo», ha detto il membro del comitato esecutivo della Camera di commercio tedesco-iraniana, Michael Tockuss, all’agenzia di stampa “Reuters”. «Sono anche sicuro, però, che il nostro ministero degli Esteri gli indicherà che non può essere suo compito dare ordini o minacciare le compagnie tedesche», ha poi sottolineato. Messaggio più che chiaro. La presidente dell’Spd Andrea Nahles ha definito un “grave errore” la conclusione dell’accordo, ma anche «un grande attacco all’Alleanza atlantica». Per finire il portavoce dell’Associazione tedesca dell’industria automobilistica (VDA) ha dichiarato: «Ora la Ue è chiamata a prendere una posizione chiara, che tenga conto degli aspetti di politica estera, della sicurezza e della politica economica». Per lunedì prossimo è previsto un incontro con rappresentanti di Germania, Gran Bretagna e Iran, mentre il Presidente francese Macron si è già mosso in modo autonomo. Peccato che l’Italia non possa prendere una posizione ufficiale di governo in proposito.

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L’annuncio del Presidente Trump e le prime reazioni

© Youtube CBS This Morning

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