Fosse Ardeatine © Comune di Roma

Il 24 marzo del 1944 è una di quelle date che non si dimenticano facilmente. In quel giorno, un venerdì come oggi, infatti le truppe tedesche di stanza a Roma ordinarono, per rappresaglia ad un attentato che c’era stato il giorno prima e che aveva causato la morte di 33 soldati tedeschi, l’eccidio di 335 civili e militari italiani, tristemente noto come l’eccidio delle Fosse Ardeatine (dal nome della cava di tufo dove si consumò l’atto). E non è vero che il ricordo della triste vicenda sia solo da parte italiana. Se ne discute e molto anche in Germania come dimostra un’interessante analisi di Antonia Kleikamp su “Die Welt”.

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L’episodio è abbastanza noto: Il 23 marzo, 17 partigiani fecero esplodere un ordigno in via Rasella, a Roma, mentre passava una colonna di militari tedeschi. Nell’attentato vennero uccisi 32 militari (un altro morirà nella notte), mentre altri 10 soldati morirono nei giorni successivi. Nell’esplosione morirono anche due civili italiani. La sera del 23 marzo, il comandante della polizia e dei servizi di sicurezza tedeschi a Roma, il tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, insieme al comandante delle forze armate della Wermacht di stanza nella Capitale, il generale Kurt Malzer, disposero che l’azione di rappresaglia consistesse nella fucilazione di dieci italiani per ogni soldato tedesco ucciso, e suggerirono che le vittime venissero selezionate tra i condannati a morte detenuti nelle prigioni di Regina Coeli e via Tasso. Il generale Eberhard von Mackensen – la cui giurisdizione comprendeva anche Roma – approvò la proposta. Quando le vittime vennero radunate all’interno delle cave, Priebke e Hass si accorsero che erano 335 anziché 330 (tutti uomini tra i 14 e 75 anni). Le SS però decisero che rilasciare quei 5 prigionieri avrebbe potuto compromettere la segretezza dell’azione e quindi decisero di ucciderli insieme agli altri.

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L’atto, esecrabile da tutti i punti di vista, ha tuttavia sollevato non poche polemiche fra gli italiani stessi a causa dell’attentato organizzato dai Gap (Gruppi di Azione Patriottica, formati dal comando generale delle Brigate Garibaldi alla fine del settembre 1943, erano piccoli gruppi di partigiani che nacquero su iniziativa del Partito Comunista Italiano, sulla base dell’esperienza della Resistenza francese). Questo per diverse ragioni. I soldati tedeschi uccisi non erano, come pensavano i partigiani, tutti delle SS. Infatti 77 dei 156 soldati del battaglione “Bozen” dell’undicesima compagnia erano in realtà, riporta la Kleikamp citando lo storico Steffen Prauser, uomini arruolati in Alto Adige, dall’età media di 35 anni e padri di famiglia. Solo fra gli ufficiali e sottoufficiali c’erano tedeschi provenienti dalla Germania settentrionale. E a quanto sembra non correva buon sangue fra loro e le SS. La cosa che sollevò maggiormente polemiche, invece, fu il fatto che era prevedibile che l’atto avrebbe certamente avuto come conseguenza un qualche tipo di rappresaglia da parte tedesca. Fatto sta che a farne le spese furono civili inermi (per lo più prelevati dalle carceri di via Tasso o Regina Coeli, oltre a 57 ebrei destinati ai campi di sterminio e alcuni civili fermati per caso nelle vie di Roma). I partecipanti dei Gap,

Erich Priebke

considerando l’attentato un atto di guerra, non si sentirono comunque imputabili di alcunché a questo riguardo. Ma, come dicevamo, non mancarono le polemiche sia sul fatto che molti li accusarono di non essersi presentati ai tedeschi per essere uccisi loro al posto dei 335; sia per il fatto che altri ipotizzarono che l’attentato fosse stato fatto apposta per causare una rappresaglia tedesca e la successiva ribellione da parte della popolazione. In realtà sembra che non ci fu nessuna richiesta di consegnarsi da parte di Kappler e l’accusa di consapevolezza della rappresaglia fu respinta con sdegno.

Non tutti gli ufficiali tedeschi che ebbero l’ordine di rappresaglia (che arrivava direttamente da Hitler) erano disposti ad eseguire un tale eccidio, o comunque dichiararono che avrebbero eseguito l’ordine solo fra i condannati a morte.

Kappler morì all’età di 70 anni nel febbraio 1978 a Lüneburg, in Bassa Sassonia, dopo la fuga dall’Italia. Priebke morì l’11 ottobre 2013, nella sua casa di Roma dove era agli arresti domiciliari.

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L’eccidio delle Fosse Ardeatine – La Storia siamo noi

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