Era passata da poco l’una di notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007 quando otto operai della linea 5 dello stabilimento di Torino dell’acciaieria ThyssenKrupp furono investiti da un getto di olio bollente in pressione che prese fuoco. In pochissimo tempo l’intero capannone fu avvolto dalle fiamme e morirono in sette: uno di loro, Antonio Schiavone alle 4 del mattino stesso, mentre Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo e Bruno Santino morirono dal 7 al 30 dicembre. Un altro operaio, Antonio Boccuzzi, subì ferite non gravi ed è stato l’unico sopravvissuto.

Secondo le testimonianze di alcuni loro colleghi i sistemi di sicurezza non funzionarono a causa della violazione delle norme di sicurezza. Le testimonianze di Boccuzzi e degli altri operai accorsi sul posto dell’incidente parlarono di estintori scarichi, telefoni isolati, idranti malfunzionanti, assenza di personale specializzato. Non solo: alcuni degli operai coinvolti nell’incidente lavoravano ininterrottamente da dodici ore, avendo accumulato quattro ore di straordinario. Lo stabilimento Thyssen di Torino era in via di dismissione. Da tempo l’azienda non investiva adeguatamente nelle misure di sicurezza e nei corsi di formazione secondo quanto riportato dall’accusa durante il processo che seguì la tragedia. A carico dell’amministratore delegato della ThyssenKrupp, Harald Espenhahn, i pubblici ministeri (fra cui Guariniello) formularono l’ipotesi di reato di omicidio volontario con dolo eventuale e incendio doloso (dolo eventuale), mentre altri cinque dirigenti furono accusati di omicidio colposo ed incendio colposo (con l’aggravante della previsione dell’evento); fu contestata l’omissione dolosa dei sistemi di prevenzione antincendio ed antinfortunistici. Fu rinviata a giudizio anche l’azienda come persona giuridica.

I familiari delle sette vittime nel luglio del 2008 accettarono l’accordo con l’azienda in merito al risarcimento del danno per una somma complessiva pari a 12.970.000 euro. In seguito all’accordo i familiari rinunciarono al diritto di costituirsi parte civile nel processo ai dirigenti. Dopo una prima condanna nel 2011 da parte della seconda sezione della Corte d’assise di Torino tanto dell’AD Espenhahn, quanto degli altri dirigenti (rispettivamente a 16 anni e 6 mesi di reclusione il primo e pene che andavano da 13 anni e 6 mesi a 10 anni e 10 mesi gli altri), tali pene furono ridotte nel 2013 dalla Corte d’assise d’appello. Ci sono stati in totale 5 gradi di giudizio e la Cassazione, nel 2016, ha confermato la sentenza di condanna emessa dalla Corte d’Appello di Torino del 2015. L’ex ad Harald Espenhahn è stato condannato a nove anni e otto mesi; i dirigenti Marco Pucci e Gerald Priegnitz a sei anni e dieci mesi, il membro del comitato esecutivo dell’azienda Daniele Moroni a sette anni e sei mesi, l’ex direttore dello stabilimento Raffaele Salerno a otto anni e sei mesi e il responsabile della sicurezza Cosimo Cafuer a sei anni e otto mesi. Gli italiani sono finiti in carcere, mentre i due dirigenti tedeschi, l’ad Harald Espenhahn e il direttore dell’area tecnica Gerald Priegnitz, vivono liberi in Germania, dove comunque la pena massima per l’omicidio colposo è di 5 anni.

Oggi lo stabilimento di Torino della ThyssenKrupp non esiste più. È stato chiuso nel marzo del 2008 con un accordo tra la ThyssenKrupp, i sindacati, le istituzioni locali e i ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico, in anticipo sulla data prevista.

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Antonio Boccuzzi, l’operaio sopravvissuto

La testimonianza di uno degli operai

La ricostruzione dell’incidente

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