Cos’hanno a che spartire San Carlos de Bariloche e Berlino? Apparentemente nulla, anche perché la prima è una cittadina di poco più di 100mila abitanti che si trova nella Patagonia Nord-occidentale, ai piedi delle Ande, sulle sponde del lago Nahuel Huapi ed è una famosa stazione sciistica; la seconda è, ovviamente, la Capitale della Germania, posta ad oltre 13mila chilometri dalla prima. Eppure proprio nella piccola cittadina sulle Ande c’era una delle più numerose comunità tedesche del continente americano. La cosa che potrebbero avere in comune, secondo alcuni, è la presenza di uno dei più famosi (purtroppo tristemente) uomini della storia dell’umanità: Adolf Hitler. I documenti storici ci dicono che i sovietici trovarono il cadavere del Führer, assieme a quello della sua compagna Eva Braun, all’interno dell’edificio sotterraneo dove si sarebbero tolti la vita poco tempo prima.

Bariloche

Però secondo l’FBI (Federal Bureau of Investigation), che nel 2014 ha declassificato oltre 700 documenti relativi alle indagini che vennero svolte dal 1945 al 1950, in realtà Hitler e la sua compagna sarebbero fuggiti tramite un tunnel sottostante il bunker stesso, fino all’aeroporto di Tempelhof e di lì avrebbero raggiunto la cittadina di Còrneas in Spagna, poi il monastero di Samos e poi una base marina per imbarcarsi su un U-Boat per raggiungere il continente sudamericano. Un viaggio di 12.000 chilometri con una tappa intermedia a Gran Canaria. In Argentina sarebbero vissuti tranquillamente assieme ad altri gerarchi nazisti fuggiti assieme a loro.

La ricostruzione di quella fuga fu resa pubblica nell’autunno del 2015 grazie al programma televisivo “Hunting Hitler” (A caccia di Hitler) andato in onda su “History Channel”. In otto puntate, una squadra di professionisti ripercorse l’itinerario che sarebbe stato seguito dal dittatore tedesco, trovando prove e testimonianze che, apparentemente, non lascierebbero dubbi (secondo gli autori) su quanto accadde tra l’Europa e l’America Latina nei mesi successivi alla capitolazione della Germania.

San Carlos en Bariloche © CC BY-SA 4.0 Dario Alpern

Secondo quanto si può leggere nei documenti del FBI, gli americani non avevano mai creduto al presunto suicidio di Hitler. Come ebbe a dire Edgard Hoover, mitico direttore dell’agenzia d’investigazione americana, «gli ufficiali dell’esercito americano di stanza in Germania non hanno localizzato il corpo di Hitler, e non c’è alcuna fonte attendibile che possa sostenere definitivamente che Hitler sia morto». La convinzione di Hoover nasceva anche dal fatto che Stalin il 31 luglio del 1945, durante l’incontro di Postdam con il presidente americano Harry S. Truman e con il ministro statunitense James F. Byrnes, presenti il Primo ministro britannico Clement Attlee e il ministro degli Esteri sovietico Vjaceslav Molotov, aveva dichiarato con molta fermezza «Hitler non è nelle nostre mani».

Nel 2009 vennero effettuate delle analisi del DNA su un frammento del presunto cranio di Hitler, messo a disposizione dalle autorità russe, da un archeologo americano Nick Bellantoni e dalla genetista Linda Strasbaugh. Ebbene i risultati furono sorprendenti: la parte del cranio che si credeva essere del dittatore austriaco erano invece riconducibili al cadavere di una giovane donna.

Questo ovviamente non vuol dire che tutte le altre ipotesi sulla fuga in Argentina fossero necessariamente vere, ma certamente gettarono una luce non del tutto chiara sulla reale fine della coppia. Secondo i sostenitori della fuga nel piccolo paese del Sud America Hitler morì nel 1962, secondo altri si trasferì successivamente in Brasile dove, sempre secondo questa ipotesi, morì nel 1984 alla considerevole età di 95 anni.

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Le prove del DNA

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