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In un breve contributo sulla situazione economica del Paese leader d’Europa vorrei proporre una serie di brevi lampi statistici che possano illuminare il lettore sulle condizioni esistenziali di diversi milioni di individui, tedeschi e non, che non figurano nella tabella dei disoccupati in quanto svolgono un’occupazione, com’è logico che sia. Sono un po’ di dati interessanti e, direi, poco approfonditi in Italia:

Stando a diverse statistiche interne, il numero di lavoratori impiegati con uno o più mini jobs in Germania ammonta a quasi 8 milioni di unità. Tradotto altrimenti: nella lista di chi un lavoro ce l’ha, vi sono quasi 8 milioni di persone che lavorano 15 ore alla settimana, per portarsi a casa la rilevante cifra di 450 euro al mese. Di questa massa di lavoratori precarizzati e sottopagati, bisogna specificare che 4,9 milioni vivono soltanto di un mini job, mentre altri 2,7 milioni svolgono un mini job solo come seconda attività rispetto al loro lavoro principale, altrimenti non avrebbero le risorse necessarie per vivere dignitosamente.

Altra figura lavorativa che è molto cresciuta negli ultimi decenni è quella dei cosiddetti Aufstocker, termine che è difficile da rendere in italiano, ma che forse potrebbe essere tradotto come “integratore”. Nella sostanza gli Aufstocker sono dei lavoratori che percepiscono un salario così basso da rendere necessaria un’integrazione economica da parte dello Stato, altrimenti avrebbero serie difficoltà a far fronte alle loro spese correnti e ad arrivare a fine mese. Nella maggior parte dei casi gli Aufstocker sono lavoratori part-time, ma si sono registrati non pochi episodi di lavoratori a tempo pieno che chiedono un aiuto economico allo Stato per poter sbarcare il lunario; sono per esempio padri di famiglia con figli a carico che, seppur lavorando 40 ore alla settimana, non riescono con i loro magri salari a garantire un’esistenza degna a sé stessi e ai loro cari. Il numero degli Aufstocker in Germania è di 1,2milioni di unità.

Altro dato interessante è che in Germania il numero di pensionati over 65 costretti a lavoricchiare per arrotondare la loro misera pensione è di circa 1 milione di unità. Parliamo dunque di persone anziane che, invece di godersi i loro ultimi anni in serenità, decidono di svolgere un’occupazione a tempo parziale in modo tale da poter avere un’entrata extra che consenta loro di vivere dignitosamente.

Ma il dato che onestamente pochi italiani si aspetterebbero di sentire è che in Germania 1 bambino su 7 è sulla soglia della povertà e riesce a vivere solo grazie al sussidio di disoccupazione, detto in gergo popolare “Hartz IV”, percepito da uno od entrambi i genitori disoccupati (o lavoratori, ma con paghe troppo basse come visto sopra). La cifra sale per Berlino e Brema, due metropoli nelle quali il numero di bambini che vive solo grazie all’Hartz IV è di ben 1 su 3. Se vi capita di trovarvi in uno dei tanti parchi che costellano la Capitale tedesca, tenete a mente che dei bambini che vedrete giocare a calcio e andare sulle altalene, uno su tre vive grazie ai sussidi statali.

Aggiungo inoltre che i dati sulla disoccupazione che il governo federale tedesco ciclicamente espone al resto d’Europa, in attesa degli immancabili applausi scroscianti ed elogi sperticati da parte degli altri governi nazionali, sono viziati da un grave difetto che assume i connotati di una vera e propria truffa contabile. Infatti tra le persone che secondo le statistiche risultano ufficialmente occupate, vi sono anche quei disoccupati che si differenziano da chi un lavoro non ce l’ha solo per il mero fatto di svolgere un corso di formazione professionale. È necessario chiarire che il sistema dei corsi di formazione è del tutto diverso da quello vigente in Italia: i corsi di formazione per disoccupati, conosciuti come Ausbildung o Weiterbildung, possono durare fino a ben 3 anni e sono interamente finanziati dai Job Center, quindi con soldi dei contribuenti. Per onestà intellettuale bisogna altresì affermare che il sistema di formazione tedesco viene considerato tra i migliori al mondo, e determina un’entrata concreta nel mondo del lavoro. Tuttavia il problema è che anche un semplice corso di tedesco di 2 mesi per un disoccupato viene considerato alla stregua di un Ausbildung. Ciò significa che il disoccupato che svolge tale corso, durante l’intera durata del medesimo, non viene considerato dalle statistiche governative né come inoccupato, né come iscritto alle liste di collocamento. Si può dunque comprendere bene come un sistema di questo tipo manipoli le statistiche sul tasso di disoccupazione. Di conseguenza l’attuale tasso di disoccupazione del 5,7 per cento, che in Italia ed altri Paesi europei viene considerato come un qualcosa di utopico, è in verità gravemente viziato dalla presenza di diversi disoccupati di fatto, i quali tuttavia non vengono conteggiati come tali solo perché partecipanti a corsi di formazione professionale. C’è inoltre una massa composta da milioni di lavoratori costretti a salari bassi e spesso spinti a richiedere delle integrazioni economiche allo Stato per poter sopravvivere. Questo, forse, è il vero “lato oscuro” del mito tedesco su cui porre una volta tanto una luce analizzando le stesse fonti tedesche.

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Lettura di Leopoldo Innocenti

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La povertà in Germania

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