Ad un anno e mezzo dall’inizio della crisi dei rifugiati, da quel “Wir schaffen das (ce la facciamo), pronunciato dalla Cancelliera Angela Merkel quando annunciò nel settembre del 2015 di voler aprire le porte del suo Paese ai rifugiati siriani, si iniziano a tirare le prime somme nel campo lavorativo e dell’integrazione.

In Germania ci sono più di 3 milioni e mezzo di aziende e oltre 1.190 di queste fanno parte della rete d’informazione della Camera dell’industria e del commercio tedesca (DIHK). Ebbene secondo un’indagine di quest’ultima, solo il 17 per cento dei rifugiati nella fascia d’età tra i 15 e i 65 anni che hanno cercato lavoro dal settembre di due anni fa, al novembre dello scorso anno, risultava che avesse trovato un’occupazione. Di costoro, solo un terzo a tempo pieno. Inoltre alla famosa proposta fatta dal ministro del Lavoro, Andrea Nahles (SPD), di 100 mila posti di lavoro da un euro per incoraggiare i nuovi arrivati ad inserirsi nel mercato del lavoro tedesco, ha visto la richiesta di sole 19 mila posizioni.

“I dati sono deludenti”, ha detto Michael Hüther, capo dell’Istituto tedesco dell’Economia (IWK). I problemi maggiori sembra che siano dovuti alle competenze linguistiche e alla mancanza di adattamento culturale. E non molto differente è il pensiero di Oliver Zander, l’amministratore delegato dell’Associazione generale del lavoro metallurgico tedesca (GAMEI), che ha definito la situazione come “pessima”.

Eppure gli sforzi profusi dalla società tedesca non sono pochi per cercare d’integrare la massa di persone arrivata in questo periodo. Sono stati fatti più di 680 corsi di formazione, 3 mila tirocini professionali, oltre a 1.040 corsi di lingua. Anche se c’è da dire che 9 su 10 di questi corsi non sono forniti da piccole e medie imprese. “Questo”, si giustificano gli imprenditori, “è dovuto alla burocrazia”, lamentando procedure non standardizzate e differenti “caso per caso”. E si sa che la burocrazia è una brutta bestia, in Germania come da noi. I proprietari di imprese ritengono che lo sforzo burocratico non valga la pena di perdere intere giornate lavorative dietro alle pastoie burocratiche. Inoltre i numeri forniti dall’Ufficio federale d’immigrazione rivelano una realtà ben differente da quella prospettata nelle previsioni fatte oltre un anno fa: solo il 36 per cento dei richiedenti asilo registrati hanno un diploma di laurea o hanno frequentato la scuola superiore, ma circa uno su dieci non ha frequentato nemmeno la scuola elementare. Secondo Thomas Wessels, direttore del personale del gruppo “Essen Evonik” per formare ed integrare una persona occorrono mediamente sei o sette anni.

L’esperienza dell’integrazione è più difficile di quanto preventivato dunque, e una riprova l’abbiamo avuta anche noi a Berlino. Siamo stati a trovare la signora Kristiane H., che avevamo contattata circa 9 mesi fa quando aveva appena iniziato a prestare la sua opera come volontaria presso la propria parrocchia in qualità di insegnante di tedesco. Ci ha raccontato Frau Kristiane quanto sia stato difficile e, in alcuni momenti, disperante superare le barriere culturali: le donne non mandate alle lezioni tenute nella palestra della parrocchia perché dovevano essere accompagnate dagli uomini, e questi ultimi che non volevano fare lezione, obbligando mogli, sorelle o figlie a non andare a loro volta. Ma anche altri tipi di problemi ci ha esposto la giovane volontaria tedesca: “Ho due bambine piccole, pertanto ho ritenuto mio dovere cercare di aiutare una coppia di iracheni con una bambina piccola”, ci ha detto. “Li ho accompagnati a scuola perché la piccola scappava di continuo, non parlando la lingua e sentendosi spaesata. Invece di spronarla a rimanere in aula, i genitori tendevano a giustificarla, non aiutandola in questo modo ad ambientarsi, seppur lentamente. Ho provato a trovar loro anche un alloggio che li potesse far andare via dal centro di smistamento dove alloggiavano assieme a centinaia di altri rifugiati. Gli ho trovato ben 3 appartamenti, le cui spese erano interamente sostenute dallo Stato, ma nessuno gli stava bene, o perché troppo piccolo o perché troppo lontano (sempre in città), o perché… . Mi hanno letteralmente fatto disperare. Alla fine mi sono arresa. Ho capito che le nostre culture sono troppo differenti.”. Kristiane la conosco personalmente (per questo non scrivo il suo cognome) e mi ha confessato che alle prossime elezioni nazionali di settembre non sa cosa votare. Sicuramente non la Merkel, mi ha detto. Ho guardato il programma di AfD (Alternative für Deutschland): molti punti sono condivisibili e ragionevoli. Peccato che ve ne siano però alcuni che proprio non si possono accettare.”.

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Rifugiati: in pochi lavorano dopo il tirocinio

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