La globalizzazione, che tanto piace alla Cancelliera Merkel, ha sicuramente degli aspetti positivi, ma anche molti negativi. Uno dei settori in cui questa negatività si evidenzia è quello dell’agricoltura. In Italia tutti conoscono i paradossi a cui sono costretti i contadini che, spesso, dopo aver coltivato con tanta fatica e sudore i propri campi, sono costretti dal “mercato” a gettare letteralmente via i propri prodotti perché o eccedenti le quote imposte dalla regole comunitarie, oppure perché i grandi distributori, che decidono il prezzo delle merci (sia di acquisto che di vendita), darebbero loro talmente poco da non coprire neanche il costo della produzione stessa, così da fargli preferire la distruzione del frutto della loro fatica, invece che in pratica regalarlo. Questo tipo di pressione è altrettanto tristemente vera per alcuni piccoli allevatori di bestiame che non ce la fanno a sopportare i prezzi concorrenziali dei grandi allevamenti industriali.

È in gran parte falso ciò che si dice riguardo i presunti vantaggi che la politica di scambio delle merci a livello globale porterebbe ai piccoli produttori, argomento questo tanto caro ai fautori dei trattati come il TTIP o il CETA. Costoro infatti, proprio perché piccoli, non avrebbero mai le capacità produttive necessarie a soddisfare i criteri richiesti da questo tipo di accordi (di cui vi abbiamo già più volte parlato su questo giornale). Ad esempio, il piccolo produttore vitivinicolo non potrebbe mai esportare 500mila bottiglie dello stesso vino sul mercato americano, e non avrebbe altra possibilità se non quella di associarsi o vendere la propria attività ai grandi produttori, perdendo così la propria azienda magari vecchia di generazioni.

Oltre a questo discorso ci sono problematiche di freschezza dei prodotti e di consumo di energia. Le mele che provengono dalla Nuova Zelanda, che di sicuro saranno buonissime se consumate in loco, per arrivare in Europa devono prima essere stoccate in magazzini per poi affrontare un lunghissimo viaggio in celle frigorifere, con un relativo consumo d’energia per queste ultime e per i mezzi di trasporto che le condurranno nei centri di raccolta e, successivamente, nei nostri supermercati. E questo è un problema che spesso è sottaciuto da quanti sono “entusiasti” del libero mercato globalizzato.

In Germania a questo proposito sembra che si inizi a riconsiderare la questione: alcuni supermercati, come la catena Edeka o Rewe hanno iniziato a riscontrare una richiesta di prodotti regionali da parte della clientela. Rewe offre, oltre ai prodotti regionali introdotti fin dal 2012, anche una vasta gamma di beni provenienti da produttori locali. In particolare in Assia, dove dalle 180 alle 200 aziende riforniscono 270 supermercati della catena. I produttori consegnano direttamente ai negozi, senza intermediari. I clienti si rivolgono sempre più ai prodotti locali. Tali alimenti sono freschi, i percorsi di consegna sono brevi, e si può risalire al produttore”, ha dichiarato una portavoce della catena tedesca. Quanto questo sia effettivamente vero non è dato saperlo, ma nel peggiore dei casi i prodotti provengono dall’area della Regione. Un percorso sicuramente inferiore di un prodotto che arriva dall’altra parte del mondo.

A quanto sembra molti tedeschi si sono iniziati a stancare dal fascino dell’esotico, e la novità di avere le banane dell’Equador, o l’avocado del Sud Africa, invece che i filetti di pangasio dal Vietnam non li attira più tanto. Qualche dubbio in merito alla catena corta di distribuzione del cibo o dell’assoluta bontà dello stesso lo esprime il professor Elmar Schlich, autore nel 2009 di uno studio realizzato per l’Università di Giessen dal titolo “Equilibrio alimentare del cibo”. Addirittura, secondo il professore, i piccoli produttori in alcuni casi emetterebbero più gas serra nella produzione e conservazione dei cibi rispetto ai grandi produttori di altre parti del mondo, compresa la filiera del trasporto e conservazione delle merci. Questo per difetti di “logistica” nei processi di produzione.

Può anche darsi che il professore abbia ragione, ma quando andavo da piccolo a fare la spesa con mia nonna al mercato di quartiere non c’erano prodotti se non quelli di stagione, ed aspettare che arrivasse il tempo di determinati alimenti arricchiva anche il piacere di arrivare alla stagione giusta per mangiarli.

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Rewe e il suo spot sui prodotti regionali

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