Morto, ma utile. Così titola la “Frankfurter Allgemeine Zeitung” in un articolo a firma di Birgitta vom Lehn. Il riferimento della collega è al Latino, “gioia e delizia” di molti studenti tedeschi (e non solo) e da molti considerata una lingua “morta”, cioè inutile.

Ma è veramente così inutile? Si chiede la giornalista tedesca. La risposta la cerca principalmente all’interno delle Facoltà universitarie tedesche dove, se da un lato cala o viene drasticamente ridimensionato lo studio della lingua di Cicerone e Seneca, dall’altro viene ricercata in più settori una “conoscenza del Latino”. Ed allora ecco che ci sono Facoltà come quella di Medicina dove gli studenti preferiscono frequentare un semplice corso di terminologia medica derivante dal latino.

A questo proposito devo dire che il Latino in medicina ha giovato in qualche modo anche a me quando, arrivato da poco in Germania ed avendo ben poca dimestichezza con la lingua di Goethe, riuscii a comunicare con la dottoressa presso la quale mi ero recato per degli accertamenti proprio grazie al Latino e alla sua terminologia molto usata in medicina. Così non ebbi molte difficoltà a comunicarle, aiutato dall’Inglese, la mia anamnesi personale e familiare. Diciamo che ci unì una lingua “morta”.

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Ma, a quanto sembra, altri Istituti ritengono ancora molto utile lo studio del Latino: fra questi quello di Storia dell’Università di Bonn, dove il professor Simon Ebert ritiene che sia “una necessità per la disciplina e per diventare insegnanti un tale genere di studi. Eltje Hooper, docente di corsi di Latino presso le Università di Hannover e Kiel alla domanda sul perché sia necessario per gli storici, storici dell’arte, archeologi, teologi, filosofi e tutti coloro che lavorano con le fonti originali in latino, imparare tale idioma è stata: “Perché lei guarda talvolta serie televisive o film direttamente in lingua Inglese? Perché alcune battute e sfumature rese in tedesco, in realtà le può cogliere bene solo nella lingua originale. A questo proposito ricordo ciò che accadde a me la prima volta che mi avventurai a vedere in originale, cioè in tedesco, il film di Florian Henckel “Le vite degli altri” (Das Leben der Anderen). Mi accorsi della grande differenza che c’era nell’interpretazione della battuta finale del film pronunciata dal comandante Gerd Wiesler, interpretato da Ulrich Mühe, allorquando in una libreria, mentre si accingeva a pagare un libro, rispose alla domanda del commesso che gli chiedeva se dovesse fargli un pacchetto. La risposta in tedesco fu “Nein, es ist für mich“, cioè “No, è per me”, ma nel senso che il libro era stato scritto per lui. La traduzione fatta nella versione italiana era: “No, lo prendo per me”, che è cosa ben diversa. Se ci si fida della traduzione c’è il rischio che si falsifichino tutti i risultati che derivano da essa”, conclude il professor Hooper.

Attilio Oliva © Enrico Amici

Anche il professor Martin Avenarius, del Dipartimento di Diritto Romano presso l’Università di Colonia, è convinto che “chiunque voglia lavorare come avvocato scientificamente, debba conoscere il Latino. Secondo Filippo Bonin, ricercatore associato di giurisprudenza presso l’Istituto Avenarius di Colonia, “gli studenti con il Latino sono costretti a pensare in modo accurato. Frederic Weimann, consulente universitario nella Facoltà di Storia dell’Università di Heidelberg la pensa allo stesso modo.

Di parere diametralmente opposto è invece il dott. Attilio Oliva, presidente dell’Associazione “TreeLLLe”, nonché membro del “Centro per l’Educazione, la Ricerca e l’Innovazione” dell’Ocse. Soltanto l’Italia e la Grecia hanno ancora l’obbligo a scuola dello studio del Latino e del Greco, mi dice facendo riferimento ad uno studio fatto dall’Associazione sullo studio delle lingue antiche in Europa. Il Latino per noi è importante solo perché rappresenta ancora un condizionamento mentale. Era la lingua dell’èlite europea e per questa ragione ha assunto nei secoli una tale importanza. Ma oggi è anacronistico pensarlo ancora. Oggi la lingua franca è l’Inglese, con cui tutte le pubblicazioni scientifiche e internazionali sono scritte, e i nostri giovani non dovrebbero perdere tempo a studiare una lingua che non c’è più, mi ribadisce.

Gennaro Sasso © Micromega

Anche un filosofo italiano importante come Guido Calogero riteneva che «se una cosa non la si ama si dovrebbe avere il diritto di non studiarla»”, mi dice il professore, citando alcune frasi di personaggi celebri raccolte nello studio pubblicato dalla “TreeLLLe”. Sarà forse vero, quel che diceva Calogero, ma io rimango legato a quanto ci disse a noi studenti di Filosofia il genero del filosofo italiano, Gennaro Sasso: “Dovete studiare il Greco antico, perché il pensiero dell’umanità antica si esprimeva in Greco antico; dovete studiare il Latino, perché l’Europa fino a Robespierre ha parlato in Latino; dovete studiare il Francese, perché il pensiero moderno si è espresso in Francese e, infine, dovete studiare il Tedesco, perché il pensiero contemporaneo è quello della lingua tedesca. Se non sapete l’Inglese non fa niente. Ecco, forse su quest’ultimo punto si sbagliava (era ovviamente ironico), ma su tutto il resto non mi sento di dargli torto. Almeno per me, sarebbe come voler correre senza nemmeno aver imparato a stare in piedi.

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Il Latino: i ragazzi tedeschi ci ridono su…

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