© il Deutsch-Italia

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D’agosto Berlino scala di una marcia. In questo mese molti berlinesi sono ad abbronzarsi in qualche paradiso esotico e a quelli rimasti ci ha pensato il clima impazzito a portare un pezzo di zona tropicale direttamente sul Wannsee. Quindi è un po’ come se fossero in vacanza anche loro. Comunque sia la città è meno densa, il traffico rallentato e la vita dei ciclisti meno a rischio. Almeno così pensavo prima di essere brutalmente smentito dalla realtà.

L’unico modo per sopravvivere al clima sahariano di questo agosto infuocato appena trascorso è stato gettarsi in uno dei tanti laghi disseminati per la città come pozzanghere giganti. Uno dei mei preferiti è il “Tegeler See” che, in questa Berlino subequatoriale, ha assunto l’aspetto di una pozza africana durante la stagione secca. Certo, che uno come me, cresciuto con davanti specchi di mare dai nomi suggestivi come Golfo del Paradiso, Golfo dei Poeti, Baia delle Fate, sia finito in una pozzanghera melmosa della pianura Nord-europea, fa venire il sospetto che qualcosa sia andato storto. Ma questa è un’altra storia.

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Tra la mia abitazione e il “Tegeler See” c’è l’incrocio Seestraße (direzione Spandau) Müllerstraße. Uno degli incroci più pericolosi per i ciclisti. Solo nel 2017 in questo Brennpunkt (punto caldo), ci sono stati 11 incidenti, la metà dei quali gravi. Per il 2018 non esistono ancora dati ufficiali, ma almeno uno è certo: il mio. Quando ho visto la macchina svoltare a destra incurante del mio arrivo, ho fatto appena in tempo a pensare “mica svolta quello…” che boom, la mia ruota anteriore era già dentro la portiera. Sono volato a terra convinto di fracassarmi tutte le ossa, ma per qualche prodigio arcano me la sono cavata solo con pochi graffi e molta fifa. Secondo le statistiche sugli incidenti avvenuti in quell’incrocio, avevo il 25 per cento di probabilità di restarci secco, 25 per cento di farmi male seriamente, 45 per cento di rompermi qualche osso, e solo il 5 per cento di probabilità di non farmi nulla.

© Polizei Berlin

Brennpunkt © Polizei Berlin

Rimanendo sulle statistiche (le trovate qui), secondo la polizia, ogni anno a Berlino muoiono circa 10 ciclisti in incidenti stradali. Fa eccezione il picco del 2016 quando i morti furono ben 17. I feriti gravi tra i cicloamatori sono in media 650 l’anno. Per feriti gravi s’intende fratture multiple o ferite che comportano invalidità permanente. Quelli leggeri (fratture non gravi, distorsioni, commozioni cerebrali leggere) sono più di 5.000. Incoraggiante vero? Se si considera però che i ciclisti a Berlino sono più o meno mezzo milione, i numeri fanno un po’ meno paura. La probabilità per un ciclista di essere coinvolto in un incidente mortale, grave o leggero, a Berlino è di poco superiore all’1 per cento. Le stesse probabilità che ha l’Atalanta di vincere il prossimo scudetto.

Passeggiata-in-bicicletta

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I mesi più pericolosi, quelli con più incidenti, sono maggio, giugno (picco), luglio e agosto. Quello più tranquillo è febbraio, che, oltre a meno giorni, ha temperature decisamente scoraggianti. Gli incidenti avvengono con più frequenza di pomeriggio tra le 14:00 e le 19:00, quando la gente è stanca e probabilmente meno attenta. La fascia oraria più pericolosa in assoluto è quella tra le 16:00 e le 17:00, dove si concentrano in media 690 incidenti l’anno. Il giorno più pericoloso è mercoledì (in media 1.200 incidenti l’anno), quello più tranquillo è domenica (400 incidenti). Il quartiere più pericoloso è Mitte (670 incidenti in media) seguito da Tempelhof (490 incidenti), mentre quello più sicuro è Hellesdorf (89), ma lì praticamente è già campagna. La maggioranza dei ciclisti coinvolti, il 41 per cento, ha tra i 25 e i 45 anni. La causa maggiore di incidente è il mancato rispetto della distanza di sicurezza; vale sia per i ciclisti che per le auto, seguito dall’utilizzo maldestro della corsia (come svoltare a destra senza guardare ad esempio). Le colpe, sempre secondo la polizia, sono quasi fifty fifty. Nel 41 per cento dei casi è colpa dei ciclisti, nel 45 delle auto, il resto sono pedoni kamikaze.

Quindi se siete uno-a splendido-a quarantenne, e ve ne andate in bici un mercoledì di giugno alle diciamo 16:30 nel quartiere di Mitte, e qualcuno vi stira, non dite poi che non eravate stati avvisati.

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Per attirare l’attenzione sul tema, la polizia ha lanciato una campagna di sensibilizzazione posizionando dei banchetti informativi chiamati toter Winkel (angolo cieco) agli incroci più pericolosi della città. Uno di questi è proprio quello del mio incidente. Alla base di molti incidenti mortali c’è proprio il famigerato angolo cieco, un cono d’ombra che si può estendere anche per qualche metro sul lato destro della vettura, che gli specchietti laterali non sono in grado di coprire. Una situazione estremamente pericolosa che si crea ogni volta che a un incrocio auto e biciclette hanno entrambe semaforo verde, con le automobili che vogliono svoltare a destra mentre le bici tirano dritto. Se il ciclista si trova nell’angolo cieco per l’automobilista è praticamente impossibile vederlo, a meno che non sia dotato di un sesto senso. Il buon senso vorrebbe che entrambi, automobilisti e ciclisti, procedessero con prudenza agli incroci ma, come dimostra il mio caso, spesso ci si dimentica del pericolo. Il semaforo è verde e non si vuole ridurre il ritmo della pedalata per timore che diventi rosso. Infatti, le ripartenze ai semafori sono in cima alla classifica delle dieci cose che i ciclisti detestano di più, subito dopo le automobili che svoltano a destra e prima delle comitive di turisti. Così invece di rallentare si finisce per accelerare e le probabilità di incidente aumentando.

Per risolvere il problema ci sono diverse proposte che vanno dall’equipaggiare automobili e camion con un dispositivo radar in grado di avvisare l’autista della presenza di un oggetto sul lato destro, soluzione costosa e per questo difficilmente imponibile per legge, a semafori desincronizzati per auto e biciclette. Ma anche in questo caso non mancano le critiche; la desincronizzazione dei semafori accorcerebbe i tempi di attraversamento per i pedoni, peraltro già abbastanza tirati.

Per il momento quindi la soluzione migliore rimane la prudenza sostenuta dal pensiero che, quando un uomo con la bicicletta incrocia un uomo con l’automobile, quello con la bicicletta è un uomo (quasi) morto.

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L’angolo morto, pericoloso per i ciclisti

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