Quello del divario retributivo fra uomini e donne è un problema ben noto. Secondo l’Istituto europeo di statitstica “Eurostat”, da uno studio effettuato e riguardante l’anno 2016 (ultimi dati ufficiali disponibili) risulta che tale differenza retributiva mediamente in Europa si attesta sul 16,3 per cento di salario lordo in meno (per le donne) nell’area dell’Unione (28 Paesi) e il 16,8 per cento nell’area dell’Euro (18 Paesi). Tra gli Stati membri, il divario retributivo di genere varia di 21 punti percentuali, passando dal 5,5 per cento in Italia e Lussemburgo, al 26,9 per cento in Estonia. La Germania si trova nella parte alta della classifica (in senso negativo) con una media di circa il 21 per cento (dati Statista aggiornati al 2016. Nel 2015 erano di un punto percentuale in più).

Le Nazioni Unite

Le Nazioni Unite

Quello del cosiddetto “Gender pay gap” è stato definito dalle Nazioni Unite come “il più grande furto della storia” e secondo Anuradha Seth, consigliera economica del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (Undp), non vi sono differenze significative per differenza di età, qualifiche o aree di lavoro. «Non esiste un solo Paese, né un solo settore in cui le donne abbiano gli stessi stipendi degli uomini», ha ribadito Seth. In generale, sempre secondo l’ONU, per ogni dollaro guadagnato da un uomo, una donna guadagna in media 77 centesimi. Le differenze tra i Paesi, tuttavia, sono importanti. Tra i membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), vi sono nazioni con una differenza inferiore al 5 per cento, come Costa Rica o Lussemburgo, e altri che arrivano fino al 36 per cento come la Corea del Sud. Sempre secondo l’Onu, al ritmo attuale di perequazione ci vorranno più di 70 anni per porre fine al divario salariale tra uomini e donne.

lavoro al femminile

lavoro al femminile

In ogni caso, in generale, è difficile fare un calcolo preciso, per via dei diversi metodi di valutazione adottati. Infatti secondo Eurostat e l’Istituto tedesco “Statista” in Germania il gap salariale sarebbe di circa il 21 per cento. Al contrario, secondo una recente indagine effettuata su circa 200mila persone dalla società di consulenza “Compensation Partner”, il divario si starebbe riducendo, almeno in alcune professioni. La media rilevata dall’indagine sarebbe a dire il vero superiore a quella riscontrata dall’Ufficio federale di statistica, arrivando ben al 26,5 per cento, ma facendo la comparazione per lo stesso genere di occupazioni, in particolare per quelle a più bassa retribuzione, il divario si ridurrebbe sensibilmente arrivando ad un vantaggio in favore del sesso femminile valutabile in un 5,5 per cento nei settori del turismo e del tempo libero. Anche nell’industria alimentare e nella consulenza manageriale le donne riceverebbero un reddito leggermente superiore rispetto alle loro controparti maschili, che percepirebbero rispettivamente il 3,2 e il 2,9 per cento in meno.

lavoroTuttavia, anche secondo questo studio, man mano che le professionalità aumentano di specializzazione tale esiguo vantaggio scompare. Nell’assistenza sanitaria, a parità di competenze, lo svantaggio per le donne è di poco più del dieci per cento. Anche nel settore della logistica, e nel settore della pubblicità e delle pubbliche relazioni, il divario retributivo di genere rimane ampio (del 9,9 e del 9,8 per cento). Secondo la società tedesca per la ricerca di lavoro StepStone, in genere le donne preferiscono iniziare la propria carriera lavorativa in piccole-medie aziende, mentre gli uomini in gruppi con più di 5mila dipendenti. Anche questo contribuirebbe, secondo gli esperti, alla minore retribuzione salariale percepita dal genere femminile.

Il Governo tedesco, il 6 giugno dello scorso anno, ha introdotto una legge per la partecipazione paritaria di donne e uomini nelle posizioni di leadership nel settore pubblico e privato, introducendo una quota di genere nei consigli di amministrazione, obbligando le grandi società a fissare obiettivi in tal senso. Si tratta della legge sulla promozione della trasparenza delle tariffe, che dovrebbe aiutare a far rispettare il principio della “parità di retribuzione per lavoro uguale o equivalente”. Purtroppo, però, tale norma è valida solo per le aziende con più di 200 dipendenti, e inoltre fa riferimento alla mediana e non alla media degli stipendi (cosa ben differente), oltre a prevedere che ci debbano essere almeno sei colleghi dell’altro sesso che hanno un lavoro simile a quello del richiedente il principio di parità. In ogni caso nessuno ha diritto di sapere quale sia lo stipendio di una determinata persona. I consigli di fabbrica o i datori di lavoro hanno 3 mesi di tempo per rispondere, ma possono anche respingere la domanda quando si ritenga che il lavoro menzionato dal dipendente non sia equivalente all’incarico da quest’ultimo ricoperto.

Il lavoro da fare in questo campo è ancora molto lungo.

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La legge che è stata approvata in Germania

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