John William Waterhouse

Una voglia matta di censura come non si vedeva dai tempi del crepuscolo dell’Ancien Régime sta attraversando l’Europa e l’Occidente in generale. La fregola di controllo si sta facendo strada nelle menti chiuse di piccole minoranze radicali le cui azioni intolleranti trovano spesso ottima accoglienza presso i media mainstream, dove vengono orwellianamente celebrate come atti democratici di giustizia e progresso sociale. Gli episodi si succedono ormai a un ritmo tale che si fatica a starci dietro.

Dopo il caso clamoroso di censura dei manifesti per la celebrazione del centenario della morte di Egon Schiele, che ha fatto il giro del mondo, e con le polemiche per la rimozione della poesia di Eugen Gomringer dalla facciata del liceo berlinese Alice-Salomon che non accennano a placarsi, nonostante i tentativi giustificazionisti dello Spiegel on line provino a convincerci che in fondo non è successo nulla, l’isteria dei nuovi sacerdoti/sacerdotesse del neo linguaggio del politicamente corretto ha trovato altri due oggetti da purificare: il quadro del pittore inglese John William Waterhouse (1849 – 1917) Hylas and the Nymphs, in mostra presso la galleria di arte moderna di Manchester, e alcuni disegni dello sconosciuto (fino ad oggi perlomeno) pittore berlinese Wilhelm Peters. Nel primo caso il quadro è stato rimosso dalla nuova curatrice del museo inglese in conseguenza della solita accusa di sessismo, nel secondo l’autore è stato obbligato dal Comune del distretto di Charlottenburg ad allontanare un ritratto di nudo dalla finestra del suo atelier, perché ritenuto pornografico.

John William Waterhouse – Naiade

La censura di Hylas e le Ninfe merita un breve approfondimento. Il quadro rappresenta una scena della mitologia greca dove un giovinetto seminudo viene sedotto da un gruppo di ninfe in topless. Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la pittura e la storia dell’arte in generale non ci troverebbe nulla di strano. Pittori/pittrici di tutte le epoche hanno da sempre amato e ritratto il corpo umano in tutti i modi, e non è un caso che nelle accademie delle belle arti il corso di anatomia rimanga fondamentale. Non deve pensarla così la curatrice attivista Clare Gannaway, per la quale il corpo umano è innanzitutto un campo di battaglia ideologico. La rimozione del quadro è infatti un suo atto di protesta contro il modo di rappresentare il corpo femminile. L’arte, dichiara la curatrice nel suo micro-manifesto, conosce solo due modi di rappresentare il corpo delle donne: o passivo decorativo o modello femme fatale. Tutto questo sessismo deve finire, quindi via il quadro.

Clare Gannaway © Twitter

Ora, se si trattasse di un caso isolato non varrebbe la pena perdere del tempo a parlare di una persona chiaramente inadatta, culturalmente e intellettualmente, al ruolo che ricopre. Ma dal momento che non si tratta affatto di un caso isolato, ma fa parte, come si è visto, di una serie sempre più lunga di atti di censura di opere artistiche, la cosa acquista ben altra rilevanza. Per dirla con altre parole: qui c’è in ballo qualcosa di molto più importante e prezioso della possibilità di vedere o meno un quadro con le donnine nude.

Le democrazie contemporanee si basano su alcuni valori fondamentali, espressi nei principi generali delle Costituzioni dei rispettivi Paesi, che si sono potuti formare grazie all’esistenza di determinati a-priori valoriali. Principi che oggi diamo per scontati come l’inviolabilità del corpo, la libertà di associazione politica, di voto, di espressione, di attività economica, l’uguaglianza di fronte alla legge a prescindere da qualsiasi differenza politica, etnica, religiosa ecc., non sarebbero nemmeno apparsi nel nostro orizzonte storico se non fossero stati preceduti dalla lotta per l’affermazione di alcuni valori base della nostra civiltà, quali la libertà di pensiero e di espressione, la libertà religiosa, la libertà artistica. Per ognuna di queste libertà, che segnano il lungo quanto tortuoso cammino di emancipazione dell’individuo dal potere, sono esistiti artisti, filosofi, poeti, scrittori, eretici che sono stati perseguitati processati, condannati, imprigionati, torturati, arsi vivi a causa delle loro idee e delle loro opere. Le libertà di espressione, religiosa e artistica possono essere considerate come tre a-priori, tre Urwerte, che marcano il Dna della nostra civiltà. Sono le colonne portanti sulle quali abbiamo edificato le nostre società. Indebolire una di queste colonne significa inclinare il piano sul quale poggia la nostra cultura.

La sirena

La fregola iconoclasta non è mai estetica, ma politica. Ideologica. Cela la volontà violenta di imporre la mordacchia morale al popolo bue, la voglia di condurre il gregge considerato stupido nell’unica direzione che si reputa corretta, censurando tutto ciò che è contrario al dogma che si vuole imporre. L’arte, per via del suo potere nel formare l’immaginario, è la prima vittima di questo delirio. Non è un caso se i gruppi più ottusi e violenti della storia come i nazisti, i comunisti maoisti della rivoluzione culturale e i talebani, abbiano iniziato col demolire e bruciare le opere artistiche, per poi passare agli esseri umani in carne ed ossa.

Per questo quando qualcuno inizia a invocare la censura di certe immagini o di certe parole bisogna mettersi in guardia. Perché il vero obiettivo della censura non è quell’immagine o quella parola lì, ma il mondo e il pensiero che essa contiene. L’opinione, lo stile di vita, l’idea a cui rimanda. La censura dell’arte non è mai da prendere sottogamba, perché è il primo atto di una volontà tirannica. È il biglietto da visita dei falsi profeti della libertà e della giustizia. Chi la invoca svela la sua vera natura e ci informa circa le sue intenzioni. Sta a noi decidere se prendere sul serio il pericolo oppure comportarci come lo Spiegel online, che fa come se nulla fosse.

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L’arte di John William Waterhouse

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