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È un giorno di scioperi e lotte questo 8 marzo: la festa delle donne promette di essere particolarmente sentita. Forse perché un rapporto del World Economic Forum del 2016 ha annunciato che le disuguaglianze di genere non rientreranno fino al 2186; forse perché, nonostante l’Occidente sbandieri volentieri il proprio liberalismo, viviamo ancora in una società saldamente patriarcale.

Per questo i gruppi attivisti e femministi di trenta Paesi, tra cui Germania e Italia, hanno lanciato uno sciopero internazionale, che da noi si svolgerà in coordinazione con diversi sindacati. Le organizzatrici vorrebbero, tra le altre cose, l’abolizione dell’obiezione di coscienza che in molte Regioni rende quasi impossibile abortire. In Germania la situazione non è molto più rosea, con differenze da Land a Land; l’interruzione di gravidanza è favorita da associazioni la cui presenza è più o meno influente a seconda del territorio. La legge attuale è frutto di un compromesso tra Germania dell’Est e dell’Ovest quando cadde il Muro. Se nella DDR l’aborto era ammesso, nella BRD era proibito. Risultato: oggi è formalmente illegale, ma tollerato.

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Tornando alla protesta italiana, il suo slogan è “Non un’ora di meno” (di sciopero), nome ispirato al movimento delle donne argentine Ni una menos, che il 3 giugno 2015 manifestarono in massa per la prima volta contro il “femminicidio”. Da allora non hanno mai smesso di combattere la violenza di genere, anzi le violenze: domestiche, sociali e politiche. La violenza fisica si specchia in quella del capitalismo che, come la prima, fa dell’essere umano un oggetto; la violenza politica, con leggi più o meno subdole, discrimina lesbiche e trans, ostacola il diritto all’aborto e criminalizza l’immigrazione.

Alla prospettiva della coalizione sudamericana si rifanno intellettuali, giornaliste e attiviste che ravvisano nell’otto marzo 2017 l’inizio di un movimento internazionale, trasversale nei temi e nelle aspirazioni. Un femminismo nuovo, che rifletta sul razzismo e sulla xenofobia; che affronti alla radice le disuguaglianze sociali e si rivolga alle donne più svantaggiate; che coinvolga tutte, a prescindere da nazionalità, lavoro, educazione, orientamento sessuale. Un femminismo per il 99 per cento delle donne, non per una piccola parte – spesso la più istruita ed emancipata.

Complici per l’enfasi sull’IWD, International Women’s Day, le politiche di Donald Trump, noto misogino, che in meno di una settimana dalla sua elezione ha reintrodotto la “global gag rule, già abolita da Obama. Ci sono motivi per credere che le donne statunitensi pronte a battersi per i propri diritti siano in ascesa: più di un milione ha manifestato il 21 gennaio a Washington, contro l’insediamento del presidente Trump. Il valore della protesta, cui hanno preso parte molte donne sino ad allora poco interessate alla politica, è un’altra ispirazione per le dimostrazioni di questo otto marzo. Una si terrà a Berlino: inizierà alle 17.00 a Hermanstrasse. Alle 16.00 partirà un altro corteo, per sole donne, da Warschauer Strasse, per poi confluire in quello principale. Le iniziative non si fermano qui, ma andranno avanti nel corso del mese. Ricordiamo uno dei molti appuntamenti a cui sarà possibile partecipare solo nella Capitale: il 20 marzo il Ver.di (Vereinte Dienstleistungsgewerkschaft Bundesverwaltung), in Köpernicker Str. 30, ospiterà un incontro di informazione e discussione sui diritti delle donne, a cui parteciperanno quattro attiviste di quattro Paesi diversi (Irlanda, Ungheria, Polonia, Germania).

Chi non è donna, non vuole abortire, non sente vicine le politiche misogine di qualche demagogo, potrebbe pensare che tutto questo non lo riguardi. Eppure, se viviamo in un mondo in cui lottare per i nostri diritti non è esattamente il primo pensiero la mattina, lo dobbiamo proprio a tanti attivisti coraggiosi che, per noi e prima di noi, hanno conquistato quei diritti uno per uno. L’otto marzo è un’occasione per guardare indietro, verso la strada percorsa, e avanti, verso il cammino che resta ancora da fare. Oggi il rischio di tornare sui nostri passi è alto. C’è un solo modo per impedirlo: non dare per scontata la nostra libertà.

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Non un’ora di meno

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