Joachim Sartorius © CC BY-SA 4.0 Harald Krichel Wikipedia

«Voi italiani siete un po’ così» mi disse anni fa lo scrittore tedesco Joachim Sartorius durante una chiacchierata a margine del Festival della poesia di Genova. Il suo indice tratteggiò nell’aria una linea spezzata dove alti e bassi non potevano essere più distanti. «Noi invece così» aggiunse, e qui l’indice, dopo essere salito, proseguì in linea piana per un po’. «Ma poi combiniamo qualche casino e…» l’indice crollò di colpo e sparì sotto il tavolo. Naturalmente si trattava di una battuta con cui lo scrittore di Fürth voleva giocare con i vecchi stereotipi un po’ usurati dei nostri due Paesi. Però anche i cliché più logori talvolta nascondono una verità, distorta quanto si vuole, ma ancora in grado di dirci qualcosa.

Non c’è alcun dubbio che il rapporto tra le nostre due culture sia stato travagliato fin dalle origini. Nacque con un antico tradimento germanico: Arminio che guida le legioni di Varo nella trappola di Teutoburgo, al quale in epoca moderna fecero da contrappeso due giri di valzer italiano: il voltafaccia del 1915 e quello dell’8 settembre 1943. Nel corso dei secoli Italia e Germania non si sono fatte mancare nulla: alleanze, tradimenti, sacri Romani Imperi con imperatori Stupor Mundi (Federico II di Svevia) e Papi in armatura, calate di Lanzichenecchi e partite di calcio da tachicardia. Eppure nonostante i secoli trascorsi questo rapporto non si è mai stabilizzato, non si è mai normalizzato del tutto, ma è rimasto come sospeso sul filo di una tensione latente alimentata da un dubbio. Il sospetto inconscio che l’altro, il “Tudesch” o l’“Itaka”, sebbene si mostri interessato, sotto sotto non ti rispetti e tiri a fregarti. Un po’ come due amanti attratti da una forte tensione erotica, ma incapaci di fidarsi completamente l’uno dell’altro.

Federico II © CC BY-SA 2.5 Raffaele Esposito Wikipedia

La tensione è generata dalle rispettive culture che si attraggono come i poli opposti di una calamita. Generazioni di artisti e pensatori tedeschi si sono lasciati ispirare dalle città d’arte italiane, dalle chiese barocche, dalle opere dei maestri della pittura rinascimentale e dalle antiche rovine incastonate nel paesaggio italiano come testimonianze silenziose di una grandezza perduta. A noi italiani invece è il moderno e il contemporaneo tedesco che attrae. Sia nella forma del pensiero –l’esistenzialismo di Karl Jasper e Martin Heidegger ha giocato un ruolo importante nel superamento del vecchio idealismo crociano- o in quella della tecnica o del pragmatismo politico.

Ma i poli ci mettono un attimo a invertirsi, e l’attrazione a trasformarsi in repulsione. Paradossalmente però è proprio quando invertiamo i ruoli che le cose iniziano a funzionare veramente. Proprio come gli amanti. Un esempio pratico servirà a spiegare meglio. Prendiamo il rapporto Ferrari – piloti tedeschi. Qui abbiamo una squadra italiana con caratteristiche che potremmo definire “tedesche”, vale a dire organizzazione, progresso tecnico, efficienza operativa, che esalta le qualità di un pilota tedesco con caratteristiche “italiane” come l’azzardo individuale, la creatività, la capacità di improvvisare e una certa indisciplina un po’ anarcoide. In altre parole quando noi facciamo i tedeschi, e loro gli italiani, le cose vanno a meraviglia. I problemi incominciano quando loro fanno i tedeschi “di Germania” e noi gli italiani “più furbi del mondo”. Inizia allora una guerra di posizione dove dalle rispettive trincee ci si cannoneggia rinfacciandosi i rispettivi difetti, origine di tutte le colpe: il vostro debito pubblico sta affossando l’Euro, no è la vostra rigidità a distruggerlo. Dite tanto che bisogna accogliere i migranti, ma intanto chiudete le frontiere; siete voi che avete accettato di riceverli nei vostri porti in cambio di maggiore flessibilità sui conti ecc.

Insomma quando ci incistiamo dentro ai nostri stereotipi confermiamo in pieno i nostri limiti e combiniamo disastri, mentre se usciamo dal guscio e ci caliamo nell’altro, un po’ come attori che interpretano un ruolo diverso e per certi versi perfino opposto, arricchiamo la nostra personalità e allora accadono i miracoli.

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La Ferrari e Sebastian Vettel: un binomio italo-tedesco vincente

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