Non molti sanno esattamente cosa sia il “Processo di Bologna”. Non stiamo infatti parlando di un processo in tribunale, come il nome lascerebbe pensare, bensì di un’importante riforma del sistema universitario europeo, operata dai 27 Paesi membri dell’Unione e da altri 21 che stanno al di fuori della Comunità europea. Tale riforma, che prende il nome dalla città italiana, vide la luce nel 1999, e si prefiggeva di realizzare entro il 2010 uno Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore (SEIS). Faceva seguito alla Convenzione di Lisbona del 1997 e alla Dichiarazione di Parigi del 1998, vero preambolo all’accordo di Bologna, a cui parteciparono gli allora ministri dell’Istruzione di Francia (Claude Allegre), Italia (Luigi Berlinguer), Regno Unito (Tessa Blackstone) e Germania (Jürgen Rüttgers). Ad essa seguirono molti altri accordi internazionali nello stesso ambito (fra cui quelli di Praga, Berlino, Bergen, Londra, Leuven, Budapest e Bucarest).

Obiettivo della riforma era quello di creare l’offerta di un’ampia base di conoscenze di alta qualità per assicurare lo sviluppo economico e sociale dell’Europa, così da rendere la Comunità più competitiva a livello internazionale. Si voleva costruire un’organizzazione didattica sempre più in sintonia con il veloce mondo globale e con gli interessi della Comunità, tale da garantire, per controparte, una migliore spendibilità del titolo di studio nel mercato del lavoro all’interno di tutta l’area europea. In parole povere si voleva rendere il processo di formazione europeo il più competitivo possibile con gli altri sistemi mondiali. A tale scopo furono istituiti due cicli, di primo (identificato come bachelor) e secondo (identificato come master) livello. Oltre a questi vi è poi un terzo livello, il dottorato (Ph. D.) che di solito all’estero dà diritto a fregiarsi del titolo di “dottore”. Tra le difficoltà dell’applicazione del “Protocollo di Bologna” vi è tutt’oggi l’equiparazione dei titoli conseguiti (che in realtà era uno degli scopi di tale accordo). In Italia ci si definisce “dottori” anche con il conseguimento del titolo ottenuto alla fine del primo livello di studi (da noi chiamato laurea di primo livello, bachelor per gli altri) e alla fine del secondo si usa dire che si è conseguito un titolo di laurea specialistica (master per tutti gli altri). Questo dà luogo a non pochi problemi per il riconoscimento reciproco dei titoli di studio quando ci si trasferisce all’estero per continuare i propri studi o per questioni lavorative.

La situazione è a dir poco confusa, ma non solo da noi. Anche in Germania in molti non hanno le idee del tutto chiare, come sottolinea la “Frankfurter Allgemeine Zeitung” in un articolo dedicato alla professione dell’ingegnere. Infatti, su 3.400 studenti, professionisti, laureati e docenti universitari intervistati per un sondaggio commissionato dall’Associazione degli ingegneri tedeschi (Verein Deutscher Ingenieure, VDI), assieme alla Fondazione Mercator e alla Federazione tedesca di Ingegneria (Verband Deutscher Maschinen- und Anlagenbau, VDMA), a diciotto anni dal “Protocollo di Bologna”. Secondo Lars Funk, capo della VDI, “La formazione è ancora buona, ma le specializzazioni comportano dei problemi. Il corso degli studi dovrebbe fornire una più ampia base di conoscenze.”. Generalmente i professori hanno rilevato che la conoscenza di quanti hanno conseguito il titolo di baccalaureato (o bachelor che dir si voglia) non è sufficientemente ampia. Inoltre ben un quarto degli intervistati ha dichiarato di non sapere di potersi fregiare del titolo di ingegnere dopo il completamento del ciclo di studi. Le aziende, dal canto loro, lamentano una carenza di preparazione pratica dei nuovi ingegneri.

Quindi anche in Germania sembra che ci si lamenti un po’ del processo di formazione universitaria, un po’ troppo veloce e tendente alla poca consistenza pratica. Questo dovrebbe spingere ad una riflessione generale: è vero che in un mercato globale non si può aspettare troppo a lungo ad entrare nel mondo del lavoro, ma non si può neanche rischiare di avere laureati poco preparati per troppa fretta. Né può essere una soluzione cambiare i nomi alle cose, attribuendogli valenze che non hanno, soltanto per farle apparire equivalenti ad altre che richiedono necessariamente più tempo per essere efficaci, anche sul mercato del lavoro. Il rischio è quello di avere una massa di laureati senza competenze adeguate. Oppure di avere ingegneri che non sanno neanche di esserlo. Come dire? Ingegneri a loro insaputa.

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Chi è un ingegnere? (per ridere un po’)

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