L’intervista alla Cancelliera © FAZ

La recente instabilità politica Italiana ha riproposto il problema tedesco in Europa, almeno per noi italiani. La Germania avrebbe esercitato nuovamente la sua forza dominatrice influenzando la formazione del governo a Roma. Eppure non c’è traccia di alcuna ingerenza, né diretta né indiretta. In un’intervista alla Frankfurter Allgemeine am Sonntag di domenica scorsa Angela Merkel ha sottolineato di non avere alcun pregiudizio nei confronti del governo italiano, e si è detta pronta a un dialogo proficuo nel rispetto dei rispettivi interessi, convinta che con il dialogo si sono sempre trovate soluzioni ai problemi in Europa.

La crisi dei rapporti Italo-tedeschi, del resto, non riguarda le relazioni diplomatiche e istituzionali quanto, piuttosto, le rispettive opinioni pubbliche. Mentre l’ultima delle provocazioni provenienti dalla Germania, una copertina dello Spiegel, contribuiva a mettere in discussione quel poco di reciproca fiducia rimasta, sempre la cancelliera Angela Merkel si congratulava con il nuovo Presidente del Consiglio, ricordando come Italia e Germania fossero legate da relazioni strette e amicali in ogni settore politico, economico e culturale. E aggiungeva: Essendo membri fondatori dell’Unione europea, la nostra cooperazione si fonda sui nostri comuni valori europei. A far passare del tutto inosservata la dichiarazione ufficiale del governo tedesco ci ha pensato proprio la copertina del settimanale tedesco “Der Spiegel”, la reazione alla quale ha dimostrato come ci sia una profonda scissione tra le relazioni tra i governi e le rispettive istituzioni da una parte e, dall’altra, le società dei due Paesi, fortemente influenzate dalle provocazioni della stampa.

© Der Spiegel

I media tedeschi faticano a leggere e interpretare la politica italiana per la cronica instabilità politica e non di rado cedono ad una certa superficialità dovuta, forse, anche ad una irrazionalità delle dinamiche politiche italiane. Insomma nulla di nuovo rispetto al passato, ma la conferma della tradizionale ambiguità delle relazioni italo-tedesche, caratterizzate, storicamente, da amore e odio. Ciò che preoccupa è la crescente lontananza culturale, ormai consolidata, che riemerge nelle fasi storico-politiche più controverse. E così nella logica della contrapposizione nazionale, gli italiani sono scrocconi e inaffidabili e i tedeschi sarebbero presuntuosi, rigidi e, naturalmente, in fondo, sempre un po’ nazisti. Non è così né per gli uni né per gli altri. Semplicemente entrambi sono caduti, con non poca ingenuità, nella solita trappola mediatica. Prendiamo l‘ultimo numero dello “Spiegel”. Il settimanale tedesco è noto per le sue copertine spesso provocatorie e, soprattutto, per essere molto più efficaci rispetto al contenuto degli articoli. In Italia non esiste più quest‘arte nella realizzazione delle copertine. In Germania (e non solo) esse vengono curate nei minimi dettagli e sono finalizzate, ovviamente, a vendere. E per vendere devono far discutere, devono essere provocatorie e divisive. Altrimenti passano inosservate. È la stessa logica dietro la quale c’è la copertina del “The Economist”, per certi versi forse anche più cattiva rispetto a quella dello “Spiegel” o quella, ancora più severa, e di cui nessuno ne ha parlato in Italia, del principale giornale economico tedesco, “Handelsblatt”.

© Handelsblatt

Insomma, al netto della normale dialettica tra giornalisti, opinionisti e commentatori tra Italia e Germania, noi italiani dovremmo non cadere nella trappola mediatica per cui una copertina o un articolo di un giornale straniero rappresenti la posizione ufficiale di un Paese o il pensiero di un intero popolo. Questo accade sempre nel caso della Germania (curiosamente non avviene con altri Paesi). Dovremmo imparare a relativizzare tali giudizi, spesso impietosi, ma che certo non rispecchiano l’intera società tedesca.

L’eccessiva e ossessiva attenzione che dedichiamo a ciò che viene affermato sul nostro Paese all’estero è il segno di un certo provincialismo della classe dirigente e politica italiana, di una subalternità culturale e, soprattutto, dell’incapacità del giornalismo italiano di elaborare un dibattito pubblico autonomo e indipendente. Forse è proprio questa la peggiore delle tante crisi italiane.

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